Punire meno per rieducare meglio - M. Sarno

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carcereTrattare il problema della effettività della pena e del conseguimento della finalità costituzionalmente assistita della rieducazione impone - necessariamente - di affrontare quello della crisi del sistema sanzionatorio con ciò non alludendosi alla sola funzione deterrente ma soprattutto all’obiettivo da porsi della sua riconduzione nell’ambito degli scopi che le sono possibili e appaiono utili attraverso un’attuazione incisiva dei principi dell’opzione garantistica: la retributività, la legalità, la necessità, la lesività, la materialità dell’azione, la colpevolezza.Realizzare, o ricondurre, un sistema sanzionatorio a tali principi implica che l’indicazione programmatica sia costituita dal fondamento costituzionale della funzione rieducativa della pena che, oggi, contrasta con la esaltazione del carcere nella sua dimensione meramente afflittiva declinata dal sistematico ricorso all’inasprimento delle pene contestualmente alla creazione di ipotesi di reato sempre nuove, non sempre utili, talvolta persino sfuggenti al principio di tassatività ricorrendo a formule che sono espressive di quello che mi sento di definire “diritto penale simbolico” intento più che altro ad offrire percezione di sicurezza nei cittadini a fronte di emergenze sociali reali o presunte il cui contrasto – anziché la prevenzione – è affidato al diritto materiale, ispirato ad una forte restaurazione del potere punitivo dello Stato che si scontra con l’ambizione al progresso verso un diritto penale minimo in cui la pena, effettivamente, razionalmente e rapidamente irrogata ed eseguita sia il rimedio estremo alla lesione di beni giuridicamente protetti rilevanti per la salvaguardia delle persone e la difesa della civile convivenza. Donde la necessità ancora avvertita di intervenire sul codice penale e sulle leggi speciali con una mirata decriminalizzazione dalla quale derivare, altresì, una riduzione del carico giudiziario. I cattivi esempi non mancano e per arrestarsi ai più recenti può bastare il richiamo alle “Disposizioni urgenti dirette a fronteggiare emergenze ambientali e industriali a favore dello sviluppo delle aree interessate” (tradotto: il provvedimento che introduce il reato di combustione illecita di rifiuti) laddove sarebbe stato sufficiente prevedere un’aggravante in addendo all’incendio doloso oppure alla disciplina di modifica dell’art. 416 ter (voto di scambio) che integra, praticamente, un reato senza condotta non richiedendo neppure, per la configurabilità, che una consorteria criminale si sia effettivamente adoperata per procurare voti con metodo mafioso e che nella seconda parte legittima – di fatto – la punizione di meri stati d’animo, alludendo ad una mera disponibilità da parte del politico per interessi ed esigenze dell’associazione. E si potrebbe continuare, analizzando la disciplina del c.d. “femminicidio” in attesa che il palinsesto dei reati contro la persona si veda arricchito con la figura dell’omicidio stradale, che ben potrebbe concretizzare l'omicidio volontario laddove taluno si sia messo alla guida sotto l'effetto di sostanze alcoliche o stupefacenti, ovvero laddove taluno abbia scientemente violato alcune regole del codice della strada, come quelle in materia di limiti di velocità. 
Una deriva che trova origine nell’ansia di far percepire al corpo sociale che i decisori politici si interessano in maniera forte di condotte diffusamente considerate pericolose anche a prescindere dalla effettività del pericolo o della sua crescita: ciò che conta è il sentiment della collettività che deve percepire una maggiore sicurezza derivante dall’intervento statuale, con la quale si alimenta il consenso ricercato dalla politica in tal modo più efficacemente conseguito di quanto non avvenga con il tema della giustizia. Con cui può ma non deve essere confuso.
D’altro canto, non si può sottacere che uno dei fattori di crisi del sistema sanzionatorio è derivante dall’intervenuto scambio delle vesti e dei ruoli tra diritto e processo penale: alludo al largo impiego della custodia cautelare che nell’assolvere ad esigenze processuali integra in molti casi una vera e propria anticipazione della pena sprovvista, partitamente, della finalità rieducativa che viene anche sostanziosamente postergata (e non di rado vanificata quando il trattamento detentivo sia in misura relativamente contenuta tanto da essere espiato quasi interamente in attesa di giudizio) a tacer delle ipotesi in cui - a causa della patologica lentezza del sistema – ad espiare una pena sia, dopo molti anni dalla commissione del fatto, un condannato rimasto o tornato libero. Insomma, nel bene o nel male, un uomo diverso dal colpevole di allora. 
E da tali considerazioni discende l’enucleazione di un altro aspetto cruciale da cui deriva l’attuale crisi del sistema sanzionatorio che è offerto, a prescindere dalla incontrollata moltiplicazione di fattispecie, dall’inattualità del catalogo delle pene. Queste ultime, per essere effettive ed efficaci, non possono prescindere dalla varietà dei reati e dei loro autori laddove non è insito nell’inasprimento - cui, invece, si tende a ricorrere: un esempio recentissimo è offerto dalla novella sui reati contro la Pubblica Amministrazione - il perseguimento delle finalità tipiche dello statuto penale, dimenticando l’inutilità del ricorso ad un maggior rigore statisticamente attestata dalla mancata o marginale riduzione del numero degli illeciti commessi.
Interessante, per quanto estrema, la riflessione fatta da Scott Turow, non in qualità di romanziere ma di giurista componente di una commissione di studio istituita dallo Stato dell’Illinois, nel saggio “Punizione suprema” a proposito della deterrenza della pena capitale. 
Se, dunque, è ben vero che deve essere riconosciuta centralità alla reclusione, è altrettanto vero che risultano sostanzialmente superflue le previsioni retributive di natura patrimoniale da riservarsi ad altra tipologia di illeciti e nel contempo appare utile riconsiderare l’opportunità di adeguare complessivamente l’impianto punitivo prendendo spunto dalla varietà di sanzioni già previsti nei diversi sottosistemi penal - processuali esistenti (Giudice di Pace, Responsabilità degli Enti, Minori, l. 689/81), razionalizzandoli.
Il recupero di effettività della pena passa, invero, prima ancora che nella perimetrazione dell’azione penale escludendosi dall’obbligatorio esercizio i casi di irrilevanza/inoffensività penale del fatto – cui si è posto mano con una disciplina foriera di trattamenti disomogenei ed in odore di illegittimità costituzionale - in una drastica depenalizzazione di “reati nani” con il contestuale riordino delle norme contenute nelle leggi speciali; ciò consentirebbe di perseguire, come si è anticipato, il vantaggio della riduzione del numero dei procedimenti e, in parte, il contenimento del sovraccarico carcerario in maggior misura fronteggiato da un arsenale sanzionatorio profondamente innovato come si dirà tra breve.
A tal proposito, può essere di interesse accennare quale sia stato l’approccio della Commissione di Studio “Nordio” (2001 – 2006) alla realizzazione di un sistema punitivo caratterizzato da grande flessibilità, se vogliamo, mi sia consentito così definirlo: sofisticato.
L’obiettivo è stato posto sulla necessità di attestarsi su una linea di equilibrio segnata da pene meno afflittive ma effettive non prima di aver previsto un’unica categoria di reati, i delitti, nella quale sono state incluse le contravvenzioni sopravvissute al contestuale progetto di depenalizzazione e della eliminazione della pena pecuniaria, la cui efficacia deterrente è revocabile in dubbio non meno delle certezze circa la sua esazione idonea più che altro a comportare complessità nell’apparato amministrativo, sottrazione di risorse e costi.
Ferma rimasta la previsione dell’ergastolo – ma per un numero limitato di gravissimi delitti e in assenza di circostanze attenuanti – alla reclusione intesa come pena principale, con diverse modulazioni (semidetenzione, detenzione domiciliare, permanenza domiciliare) e la possibilità di immediata conversione da parte del giudice di merito delle pene fino a quattro anni in affidamento in prova al servizio sociale, erano state aggiunte nuove classi di pena rispettivamente interdittive, prescrittive ed ablative, spesso più impattanti e dissuasive per determinate tipologie di autori del reato.
In conclusione può dirsi che, per ridare effettività alla sanzione penale e connotarla con le sue finalità tipiche è necessario partire dal presupposto che essa – e con essa la criminalizzazione delle condotte – non è giustificata se risulta sostituibile con una di natura amministrativa avente pari efficacia ed, anzi, dotata di maggiore effettività perché si applica anche alle persone giuridiche, non può essere condizionalmente sospesa, ha tempi di prescrizione più consistenti a tacer del fatto che non genera costi rilevanti di celebrazione del processo; tutto ciò nella consapevolezza che la perdita di capacità generali – preventiva e di effettività - è connessa al fatto che il sistema giudiziario nel suo complesso non è in grado di accertare e reprimere tutti i reati anche in dipendenza del precetto costituzionale di obbligatorietà dell’azione.


sarnoManuel Sarno
avvocato in Milano
già membro della Commissione Nordio
per la riforma del codice penale