La Scuola, il merito, una società che cambia – R. Di Meglio

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lavagnaSino alla riforma del 1974, la scuola italiana conservava una solida impronta gentiliana con delle profonde differenze rispetto a quella attuale: i programmi erano nazionali ed identici in tutte le scuole dello stesso tipo, dalle Alpi alla Sicilia, in quanto era necessario garantire il valore legale del titolo di studio.

La carriera degli insegnanti era basata su un sistema di progressione biennale, come tutti gli altri dipendenti dello Stato,  a condizione che non vi fosse demerito. Esisteva un sistema di premialità, i concorsi per merito distinto banditi a bienni alterni per soli titoli, oppure per titoli ed esami.

A capo della scuola vi era un Preside, per le elementari  il Direttore Didattico. Il Capo d’Istituto proveniva dallo stesso ruolo della scuola che dirigeva e, per accedervi doveva aver fatto il docente per almeno 10 anni; compito del Capo d’Istituto era visitare ogni insegnante, in classe, almeno una volta all’anno, redigere un verbale ed al termine dell’anno attribuire una qualifica, una sorta di pagella, che se negativa bloccava la progressione di carriera.

Al vertice didattico del sistema vi era il corpo ispettivo: agli ispettori poteva ricorrere il docente che non condividesse i risultati della visita didattica o la qualifica attribuitagli. Gli Ispettori , erano a loro volta suddivisi per ordine di scuola e per materie nelle quali erano competenti e, per accedere al concorso dovevano prima esser stati Capi d’Istituto.

Nel 1974, con il varo dei cosiddetti decreti delegati, tutto questo meccanismo, che permane peraltro in altri paesi europei,  è  stato cancellato, le qualifiche abolite ed il ruolo degli Ispettori didattici è stato soppresso.

Negli anni successivi la classe politica ha letteralmente bombardato la scuola con riforme, o pseudo tali, ha introdotto il concetto dell’autonomia scolastica, ha abolito i programmi nazionali, trasformandoli  in qualcosa di sempre più vago, sino ad arrivare a delle “indicazioni” ed al concetto che lo Stato deve garantire gli standard minimi, lasciando il resto alle singole scuole, l’autonomia è stata elevata al rango di norma costituzionale ed è stato introdotto un concetto vago e giuridicamente contraddittorio, quale il potere concorrente in materia di istruzione tra Stato e Regioni, mai tradotto in pratica anche per l’impossibilità delle Regioni  ad istituire una sorta di mini ministeri dell’istruzione, con un personale scolastico peraltro totalmente dipendente dallo Stato centrale.

Il concetto di autonomia scolastico è stato mutuato dall’organizzazione scolastica dei paesi anglosassoni e nord-europei nei quali  generalmente le scuole non sono statali, ma governate dalle comunità locali e sono in concorrenza tra loro per acquisire studenti e contributi.

Il legislatore italiano ha quindi accelerato sull’autonomia scolastica, dimenticando però che la scuole anglo-sassone,  a differenza di quella dell’Europa continentale, non garantisce il valore legale dei titoli di studio.

Sempre in attuazione delle norme sull’autonomia i presidi e direttori didattici sono stati trasformati in “dirigenti scolastici”.  La mutazione del ruolo presidenziale è stata accompagnata da una fondamentale innovazione: tutti gli insegnanti possono partecipare al concorso direttivo ed essere assegnati a delle istituzioni scolastiche anche totalmente estranee al loro percorso di studi e di lavoro.

Quando si racconta all’estero che in Italia un insegnante di scuola primaria può dirigere un istituto tecnico e che un ingegnere può finire a capo di una scuola elementare, restano molto meravigliati.

Questa particolare situazione, di cui il largo pubblico è all’oscuro compreso chi ha responsabilità di governo, rende difficile qualsiasi tipo di valutazione dei docenti da parte di chi, come il dirigente scolastico, non ne ha condiviso un percorso professionale. Spesso questa estraneità del dirigente alla scuola in cui lavora finisce per nuocere anche alla buona conduzione delle scuole italiane.

Passata l’ondata culturale egualitarista, negli ultimi anni si è aperto un dibattito sulla necessità di valutare i pubblici dipendenti, insegnanti compresi. I vari governi si sono arenati e, probabilmente anche per la mancanza di risorse, non si è giunti ad alcun risultato concreto, né a proposte corredate da un minimo di credibilità scientifica. Si sono anche diffusi concetti che collidono profondamente con la serietà della scuola, prima fra tutte l’idiozia che “la scuola deve garantire il successo formativo”: la scuola in un paese democratico deve garantire, per quanto possibile, l’uguaglianza dei punti di partenza, ma l’intelligenza deriva dalla natura e non è quindi possibile garantirla a nessuno.

Riguardo alla valutazione del merito dei singoli docenti è un errore pensare che da parte degli insegnanti italiani vi sia un rifiuto corporativo della valutazione: ben due sondaggi effettuati dalla SWG hanno rivelato che il 70% degli insegnanti italiani è favorevole ad una valutazione del proprio operato, alla ragionevole condizione di essere valutato da competenti ed esterni alla scuola in cui lavorano.

Si tratta quindi di costituire un corpo specializzato di valutatori/ispettori, di persone che siano cioè qualificate per entrare in una classe, valutare ciò che succede ed anche impartire i dovuti consigli tesi al miglioramento.

Le proposte più o meno fantasiose elaborate da esperti improvvisati, spesso ai fini di una semplicistica e demagogica propaganda politica, sono destinate non solo ad offendere i professionisti dell’istruzione peggio pagati d’Europa, ma a finire miseramente nel nulla.

dimeglioRino Di Meglio

Segretario Nazionale Gilda