Tagliare la spesa pubblica non è un lavoro di fioretto - A. Panci

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moneteLa crisi finanziaria negli ultimi anni ha messo i governi faccia a faccia con la realtà dei conti pubblici. Con il debito e la spesa corrente che, a dispetto degli annunci e dei buoni propositi di sempre, non hanno mai smesso di correre. Ben poco è stato fatto. La politica ha solo esorcizzato questa realtà, inventando un proprio racconto della crisi. Dove se cala lo spread spariscono anche i problemi. E dove la spending review è una specie di nuovo “toccasana”, in grado di risolvere magicamente i problemi della finanza pubblica.

Spread e spending review. Questi due termini, usciti dal gergo tecnico ed entrati rapidamente nel linguaggio comune, a loro modo hanno contribuito a mantenere in vita un grande equivoco: che la crescita della spesa pubblica sia un problema puramente tecnico, da risolvere mettendo a punto le regole della contabilità pubblica, facendo leva sull'efficienza degli apparati pubblici, ed “eliminando gli sprechi”.

Per lungo tempo il dibattito sulla finanza pubblica in Italia si è concentrato su come adeguare le regole e le prassi contabili alle best practice internazionali. Regole e prassi contabili da noi sono sempre state procedurali e burocratiche: non concepite per entrare nel merito delle spese, né per le valutazioni di efficienza e di efficacia, ma solo per garantire il rispetto di competenze e controlli formali.

Praticamente tutte le riforme del bilancio e della contabilità pubblica successive alla storica riforma del 1978 hanno cercato di renderla compatibile con criteri di valutazione economica delle spese e di opportunità degli interventi pubblici. Il ruolo discrezionale del parlamento nelle decisioni di bilancio, fattore cruciale nella crescita della spesa in una democrazia consociativa, è stato fortemente limitato. Anche all'atto pratico. Negli ultimi quindici anni, infatti, gli esecutivi hanno progressivamente concentrato nelle proprie mani la decisione di bilancio e più in generale le decisioni di spesa. Ricorrendo sempre più spesso alla fiducia del parlamento su provvedimenti praticamente “blindati”. La spesa, però, ha continuato ad aumentare ugualmente.

Nemmeno la caccia agli sprechi è una cosa nuova. La prima legge per eliminare gli enti inutili risale al lontano 1956, e da allora si sono visti scarsi risultati. I pochi enti eliminati sono stati prontamente rimpiazzati da nuovi, parimenti inutili. La realtà è che i governi e le maggioranze annunciano una revisione della spesa ogni volta che hanno bisogno di attirare i riflettori dei media, l'attenzione dell'opinione pubblica e convincere che si stanno dando da fare. Ma è solo un modo per eludere il problema. Per rinviarlo nella speranza che a pelare la patata bollente sarà sempre qualcun altro.

In sintesi, né le modifiche della contabilità pubblica né i tanti dossier dei commissari che si sono succeduti negli incarichi alla spending review si sono dimostrati risolutivi. La spesa non ha mai smesso di correre.

Dobbiamo prendere atto che non bastano gli accorgimenti tecnici delle regole di contabilità pubblica. E nemmeno è sufficiente limitarsi a tagliare gli sprechi. Viviamo in una economia dove la spesa pubblica vale oltre il 50% del PIL, e dove oltre il 90% di quella spesa pubblica è fatta di oneri inderogabili di carattere obbligatorio. La quota di spesa sulla quale si possono fare tagli discrezionali è ormai il 10% scarso. Peraltro, la possibilità concreta di conseguire risparmi su questa parte di spesa non è proprio così scontata. Perché quel 10% è presidiato da lobby molto agguerrite, pronte a difendere con le unghie e con i denti la propria fetta di privilegio.

Gli impegni di spesa giuridicamente vincolanti per la pubblica amministrazione, come per esempio i redditi da lavoro dei dipendenti pubblici, le pensioni, oppure i contratti di somministrazione stipulati con i fornitori, costituiscono la parte preponderante della spesa pubblica e sono generalmente agganciati alle variabili macroeconomiche (es. il livello generale dei prezzi). L'indicizzazione è uno dei fattori che conferiscono alla spesa una tendenza inerziale a crescere anche quando non si approvano specifici interventi di aumento. Insomma, la spesa pubblica cresce sempre. Paradossalmente cresce anche quando viene tagliata.

A dispetto di tutte le manovre finanziarie varate negli ultimi decenni e dei corposi tagli di spesa sistematicamente annunciati, la spesa pubblica è sempre cresciuta in valore assoluto e in rapporto al PIL. Tanto per citare qualche dato, se si sommano tutti i tagli di spesa annunciati nei documenti di programmazione economica e nelle manovre finanziarie varate dal 1997 al 2012 si ottiene la notevole cifra di 110 miliardi di euro. Di tutti questi tagli, tuttavia, non v'è traccia nell'andamento a consuntivo. Poiché in quello stesso periodo la spesa pubblica, invece di diminuire, è cresciuta di oltre 250 miliardi di euro.

C'è chi pensa che per contenere la spesa pubblica è sufficiente fare leva su quelle voci che hanno un impatto sociale limitato. Escludendo cioè tutta la spesa per le prestazioni sociali oltre che, ovviamente, gli stipendi dei dipendenti pubblici. Per questo molti hanno spesso proposto di optare per tagli più o meno consistenti alla spesa per acquisti di beni e servizi della pubblica amministrazione oppure ai contributi a fondo perduto alle imprese. Questi capitoli di spesa sono senz'altro un buon punto di partenza, un punto da cui far partire una revisione della spesa pubblica. Tuttavia è illusorio pensare di poter ristrutturare e tagliare in modo consistente limitandosi solo a quelle voci.

Più in generale non basta più il metodo della spending review che cerca gli sprechi e si illude di ripristinare l'efficienza degli apparati pubblici cosi come sono. In ogni caso, non sono le analisi tecniche sulla spesa pubblica che mancano: manca una leadership politica in grado di assumersi la responsabilità delle decisioni. Non servono tecnici armati di fioretto: c'è bisogno che la politica faccia il proprio mestiere e metta finalmente mano agli apparati pubblici in una ottica di riduzione complessiva del perimetro dello stato nell'economia, che si faccia carico dell'impopolarità che i tagli di spesa portano con sé, che utilizzi i risparmi conseguiti per abbattere la pressione fiscale. Servirebbe qualcosa di simile alla Thatcher o a Reagan.

Margaret Thatcher venne soprannominata la lady di ferro per la grande determinazione con cui, negli anni '80, affrontò gli apparati burocratici che nel Regno Unito si opponevano ai tagli di spesa. Si scontrò con le posizioni ideologiche dei sindacati e l'inevitabile conflitto sociale che ne seguì. In questo modo riuscì a ridurre la spesa pubblica di ben 7 punti di PIL in un decennio, portandola sotto il 40%, cioè ad un livello fisiologico per una economia che possa ancora definirsi “di mercato”. Ronald Reagan fece una cosa simile negli Stati Uniti, quando all'inizio degli anni '80 decise di “affamare la bestia”, tagliando subito le tasse per costringere gli apparati pubblici a tagliare a loro volta la spesa. Convinto, non a torto, che questo fosse il solo modo di incidere in modo efficace sulla spesa pubblica e ridisegnare i confini dello stato nell'economia.

Forse è chiedere troppo. Ma sta di fatto che parlare di spending review serve a poco se manca una leadership politica forte. Il lavoro di Carlo Cottarelli, ultimo commissario in ordine di tempo alla spending review, ne è un esempio. Incaricato quasi in pompa magna dal governo Letta, ha poi terminato il proprio mandato in sordina con il governo Renzi, dopo che quest'ultimo si è reso conto di quanto fossero pericolosi, politicamente parlando, i suoi dossier.

Da decenni si assiste a una crescita della spesa pubblica che nessun governo è riuscito a frenare stabilmente e in misura significativa. Anche i buoni propositi fatti dalle maggioranze politiche che in passato si sono presentate all'elettorato come portatrici di una nuova stagione liberale, con meno stato e più mercato, sono rimasti lettera morta. Solo la politica, dunque, può decidere un cambiamento di rotta, ridurre il peso dello stato e il carico fiscale sui cittadini e sulle imprese consentendo all'economia di ripartire. Insomma, c'è bisogno di una nuova stagione. In quella attuale non si va da nessuna parte.

 

panciAmedeo Panci

analista economico