A proposito della cultura umanistica - E. Andreoni Fontecedro

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scuoladiateneAnche solo a nominarla si sbaglia, tanto se ne sono perse le tracce. Ma l’occasione mediatica ci permette di riparlarne dopo che essa è stata avvilita nel contesto sociale, emarginata nei programmi scolastici, rimossa dalla sua funzione specifica di formare l’ ‘uomo’: è questa educazione della mente che viene ignorata da parvenus che impasticciano nel definire e indicare l’institutio della scuola.
Per chiarire il significato dell’aggettivo ‘umanistica’, diciamo che va ricollegato al termine ‘umanista’ con cui già alla fine del ‘400 (datato all’800 invece il termine ‘umanesimo’) si indicavano i cultori delle humanae litterae: letteratura, eloquenza, arti, filosofia. L’umanista riporta alla luce e studia filologicamente i testi dell’antichità, anche quelli scientifici naturalmente, e si fa promotore della conoscenza del mondo antico da cui sugge linfa vitale per la conoscenza ‘storica’ dell’uomo, delle sue ricerche, del suo modo di relazionarsi al mondo, non semplicemente per ‘copiarlo’ ma per procedere in avanti , fatto ricco di tutti i sussurri, di tutte le grida che gli esseri viventi hanno innalzato o bisbigliato. E’ da quelle pagine che emerge il verso: humanum nihil a me alienum puto (non reputo estraneo da me nulla di umano), come faceva dire Terenzio a un suo personaggio, cesellando così in modo indelebile il piccino e il grande che ogni essere umano ha in sé e lo garantisce in quanto tale. Questo è quanto ci insegna l’ antico testo di un giovanissimo cartaginese ricco di cultura greca, educato e vissuto a Roma nel II secolo a.C. alla corte degli Scipioni. Ed è ancora l’interiorizzazione della conoscenza, il valore della persona, il recede in te ipse, o in te ipse secede di Seneca, o in te ipsum redi di Sant’Agostino, la capacità di confrontarsi con la natura, di conoscerla priva di dei o anche filtrata di magici segni cui ci aggrappiamo, è coscienza laica e speranza fideistica riconosciuta come l’ultima dea del vaso di Pandora, è relazione tra gli esseri umani, è compenetrazione storica, filosofica, scientifica, che oggi permane nella definizione di umanista, di cultura umanistica. Sì, gli umanisti risvegliarono Platone e Aristotele, Cicerone, Lucrezio e fecero ‘rinascere’ i secoli trascorsi e con essi il loro stesso presente ma anche prima, ogni volta che si toccava l’antico come memoria incommensurabile di vite vissute, fermate nelle pagine e negli inchiostri, si diceva già ‘rinascenza’. Così nell’VIII secolo quando Carlo Magno chiamò a Tours il monaco Alcuino da York (che lì, nel monastero, avrebbe riorganizzato l’importante scriptorium), con il compito di dirigere la Schola Palatina e riformare l’insegnamento in Francia e nell’Impero, così nel XII secolo quando lungo la valle della Loira fiorivano i copisti e quei poeti che si lasciavano invadere da Ovidio. Impossessarsi di tutto dalle radici, ritrovare nelle parole risorte quell’immortalità perenne cui si vorrebbe tendere: questa è l’anima di chi è umanista. Non trovo memoria più struggente ed onirica cioè trasfigurata ed innalzata per descrivere l’anima di un umanista di ieri e di oggi se non quella che ci testimonia William Blake, poeta inglese della fine del ‘700, quando così si esprime nei suoi ‘Auguries of Innocence’: to see a World in a grain of Sand / and Heaven in a Wild Flower / hold Infinity in the palm of your hand / and Eternity in an hour. L’anima di un poeta che dilata l’universale fino a restringerlo nelle sue dita, che sa il tempo concepito (così svela l’etimo della parola da confrontare con latino: tem-no) ritaglio di eterno o anche permanenza di una durata, una tensione coscienziale (si affaccia ad affiancare la speculazione secolare un altro possibile etimo, latino ten-do). L’illusorio istante della vita, come già Leonida di Taranto scriveva nel IV- III sec. a.C.: la vita ‘essere un punto, anche meno di un punto’, espressione poi raccolta da Seneca e trasmessa a Leopardi: ‘che fu quel punto acerbo che di vita ebbe nome’ (Federico Ruysch e le sue mummie). Questo è l’uomo che si trova immerso nel movimento del tempo che lo trascende: Ocean of time (Shelley). Così come sa che lui, ‘l’uomo misura di tutte le cose’, come lo voleva Protagora è trasceso dalla Sfinge della Natura.
Nel Dialogo della Natura con un Islandese, Leopardi fa proclamare alla la Natura: “sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo… io non me n’avveggo… come ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so… e finalmente se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedo”. E’ la natura priva di intenzioni della scienza, come la conosceva Lucrezio che con Epicuro descrive la pioggia atona degli atomi, come sosteneva Galilei: ”inesorabile e immutabile e mai non trascende i termini delle leggi impostegli, come quella che nulla cura che le sue recondite ragioni e modi d’operare sieno o non sieno esposti alla capacità degli uomini“, A Madama Cristina di Lorena, Granduchessa di Toscana. Mentre altri vorrebbero esorcizzarla e la vogliono sinonimo di divinità massima che, sì, sovrasta l’uomo ma essa è “madre di tutto…si prende cura dell’etere, della terra e del mare…..vita eterna, provvidenza immortale”, come manda a memoria questo tardo inno orfico già venato di Stoicismo, tradotto dallo svizzero Tobler e poi riscritto con tale emozione che Goethe se lo assunse a intestazione della raccolta delle sue opere. La Natura, la Verità continua a sfuggire all’uomo che indaga. Essa ‘ama nascondersi’, celare cioè la propria essenza come suggeriva già Eraclito nel V secolo mettendo in proposizione filosofica quanto già sottintendeva il mito di Diana Artemide, la divinità espressione della natura e dei suoi spazi liberi, che acceca Atteone, un cacciatore, l’uomo, perché la vede ‘nuda’, mito tanto più chiaro quando coinvolge la divinità della ‘conoscenza’ cioè Atena che acceca Tiresia, che osa vedere la nudità della dea. Miti, che dicono la convinzione che la divinità vuole nascondere l’essenza, la nuda ‘verità’, cioè il sapere, cioè il conoscere all’effimera (cioè che vive un giorno!) umanità . Non diversamente la Bibbia parla del divieto di un dio per l’uomo di attingere all’albero della conoscenza. La fatica del conoscere si vuole comprendere come un’ostilità espressa nei confronti dell’uomo da parte di un’Entità eterna. Sono infatti sempre brevi i passi dell’uomo anche quando non è ‘distratto’ dai luccichii del circo equestre in cui la quotidianità lo trascina con false squame, con divertissements vacui, come sapeva Pascal.
Baudelaire - siamo nell’800 - riassume nel simbolo il rapporto di ignoto incantamento e fusione dell’uomo con la Natura: la Nature est un temple où de vivants piliers / laissent parfois sortir de confuses parole; / l’homme y passe à travers des forêts de symboles / qui l’observent avec des regards familiers./ Comme de longs échos qui de loin se confondent / dans une ténébreuse et profonde unité, / vaste comme la nuit et comme la clarté, / les parfums, les couleurs et le sons se répondent. (Correspondences. Les Fleurs du mal). Mito, fantasie, illusioni, simboli, demoni nell’ora magica oppure logos, la ragione scintilla, luce, deduzione, scoperta, numero. L’umanista apprende con umiltà la favola bella dell’uomo, sa le sue ali di farfalla, sa l’antico esempio della lampadoforia, o corsa a staffetta con le fiaccole, che Platone portava per far comprendere il passaggio di padre in figlio e Lucrezio adottava per ridire che ogni vita deve spegnersi perché gli atomi dispersi di materia si riaggreghino per formare altri individui, altri mondi. L’umanista dal libro apprende cioè il circolo breve della vita mentre gli si raccolgono intorno le immagini dei poeti a conforto e ne prende insegnamento e memoria: quam iuvat immites ventos audire cubantem / et dominam tenero continuisse sinu, / aut, gelidas hibernus aquas cum fuderit Auster, / securum somnos imbre iuvante sequi! (Tibullo): come è piacevole ascoltare i venti che infuriano / distesi sul letto, stringendo teneramente al petto la propria donna / o , quando l’Austro invernale riversa le sue acque gelide / abbandonarsi senza affanni al sonno, la pioggia che invita; felix qui potuit rerum cognoscere causas / atque metus omnis et inexorabile fatum / subiecit pedibus strepitumque Acherontis avari. / Fortunatus et ille deos qui novit agrestis / Panaque Silvanumque senem Nymphasque sorores. / Illum non populi fasces, non purpura regum / flexit…/ ( Virgilio): felice colui che giunse a conoscere le cause delle cose e ogni paura mise sotto i piedi e l’inesorabile fato e il fragore dell’avaro Acheronte. Fortunato anche colui che ha conosciuto gli dei della campagna, Pan e il vecchio Silvano e le Ninfe sorelle, lui non lo piegano i fasci del popolo, non la porpora dei re.
Non è grave confondere il sostantivo ‘umanista’ con l’ aggettivo per dire appropriatamente ‘cultura umanistica’, grave è continuare a impedire che la cultura umanistica, la storia di mille pensieri, la forza di vite infinite sia l’àncora della mente e dell’anima di un popolo.


andreoniEmanuela Andreoni Fontecedro
professore ordinario di letteratura latina
Università Roma Tre