Disposizioni in materia di predicazioni religiose di Culti non oggetto di Intese ai sensi dell’art. 8, terzo comma, della Costituzione e conformità ai principi costituzionali

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Disposizioni in materia di predicazioni religiose di Culti non oggetto di Intese ai  sensi dell’art. 8, terzo comma, della Costituzione e conformità ai principi costituzionali

 

Art. 1.

Chiunque svolga nel territorio dello Stato attività di predicazione durante l’esercizio pubblico di culto di  confessioni religiose con le quali non sia stata stipulata l’Intesa di cui all’art.8, terzo comma, della Costituzione, ovvero attività di insegnamento in scuole o accademie o luoghi di cultura che siano a  qualunque titolo espressione delle predette confessioni, deve,con le modalità che saranno stabilite nel decreto attuativo della presente legge, dichiarare solennemente: il proprio rifiuto a interpretazioni dei precetti religiosi o giuridici della propria fede che consentano come leciti la commissione di fatti previsti  quali reati dalla legge italiana; di rispettare i diritti fondamentali della persona e delle formazioni sociali di cui ai principi della Costituzione; di considerare crimine contro l'umanità azioni e guerre di natura religiosa, comunque denominate; di ripudiare qualsiasi discriminazione fra uomo e donna; di condannare tutte le pratiche lesive della dignità della persona umana e in ispecie la mutilazione genitale femminile. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, l’esercizio del culto in difetto della dichiarazione di cui al comma precedente è punito con la reclusione fino ad un anno e sei mesi o con la multa fino a 6.000 euro. Nei confronti dello straniero si applica altresì la misura della espulsione dallo Stato di cui all'art. 235 c.p.. Nei confronti del cittadino si applica inoltre la sanzione della interdizione dai pubblici uffici da due a cinque anni. Nel caso previsto dai commi precedenti, il Prefetto competente per territorio, appena ha notizia della violazione, dispone con ordinanza immediatamente esecutiva la chiusura del luogo di culto.

  

Art. 2.

È fatto obbligo per chiunque svolga attività di predicazione nei luoghi di culto islamico di utilizzare la lingua italiana. Salvo che il fatto costituisca reato, la violazione di quanto previsto nel precedente comma è punita con la sanzione amministrativa pecuniaria da un minimo di 2.000 euro ad un massimo di 10.000. Nei confronti dello straniero si applica altresì la misura dell’espulsione dallo Stato. Nel caso previsto dal comma primo, il Prefetto competente per territorio, appena ha notizia della violazione, dispone con ordinanza immediatamente esecutiva la chiusura del luogo di culto.

  

Art. 3.

Il decreto attuativo di cui al precedente art. 1 disciplinerà anche l’attività di controllo da esercitarsi dall’Amministrazione dell’Interno per il rispetto delle norme di cui alla presente legge.

 

 

RELAZIONE DISEGNO DI LEGGE

 

Disposizioni in materia di predicazioni religiose di Culti non oggetto di Intese ai sensi dell’art. 8, terzo comma, della Costituzione e conformità ai principi costituzionali

Dei Senatori Volpi Raffaele, Centinaio Gian Marco, Crosio Jonny , Arrigoni Paolo, Calderoli Roberto, Candiani Stefano, Comaroli Silvana, Consiglio Nunziante, Divina Sergio, Stefani Erika, Stucchi Giacomo, Tosato Paolo


Onorevoli Colleghi – La disposizione contenuta nell'articolo 1 del disegno di legge stabilisce l'obbligo, per chiunque abbia nel suo ministero religioso il compito di predicare ai fedeli, di dichiarare il ripudio di principi e pratiche incompatibili con i valori fondamentali fissati in Costituzione. Siffatta disposizione appare di evidente necessità e utilità ed è addirittura ovvia nella sua formulazione. È evidente infatti che il diritto alla libertà religiosa, in conformità a quanto previsto dall'art. 8 della Costituzione, deve comunque svolgersi nell’osservanza della legge italiana e in specie di quei principi costituzionali fondamentali quali innanzitutto il ripudio della guerra - ancorché giustificata da motivazioni di carattere religioso - come strumento di offesa alla libertà di ogni comunità umana; l'eguaglianza di tutte le persone senza distinzione di sesso; il rispetto della integrità fisica di ciascun essere umano. Questi principi, che sono il fondamento di uno Stato democratico, e le ragioni stesse di una civile convivenza, devono essere pertanto condivisi da chiunque abbia il delicato e importante compito di rappresentare una figura di riferimento religioso capace di condizionare, per il suo ruolo, le masse dei fedeli. La disciplina vuole avere carattere generale, ma si riferisce qui soltanto ai culti non disciplinati da intese, posto che per quelli oggetto di intesa occorre una revisione concordata. Inoltre per le particolari caratteristiche del messaggio religioso di questi ultimi culti, il problema di predicazioni contrarie ai valori costituzionali non si è finora mai posto. Si è posto invece in diverse occasioni per culti non oggetto di intese. Si auspica anche per essi, in particolare per il culto islamico, la conclusione di una Intesa che possa disciplinare organicamente tutta la materia. La pena prevista è quella di cui all’art. 3, primo comma, lett. a). L. 13/10/1975, n. 654, “Ratifica ed esecuzione della convenzione internazionale sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, aperta alla firma a New York il 7 marzo 1966”, il quale fa divieto, appunto con sanzione penale di pari entità a quella di cui all’articolo della presente proposta, di ogni propaganda di “idee  fondate sulla superiorità o sull'odio razziale o etnico” e della istigazione “a commettere atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”, con ciò esprimendo un ripudio – consacrato dall’ordinamento internazionale -che costituisce la ratio ispiratrice della norma qui in commento.

 

La ratio della norma sta nel ripetuto coinvolgimento di diversi ministri di culto islamico in fatti connessi con il terrorismo islamista e comunque in predicazioni estremiste, incitanti alla commissione di reati. È intuitivo che sarebbe semplice approfittare della estrema difficoltà di verificare la commissione di reati, stante la impossibilità di disporre, da parte delle autorità preposte al controllo, di personale idoneo ad una adeguata comprensione della lingua araba; ciò potrebbe facilitare la trasmissione, durante la predicazione, di incitamenti alla partecipazione ad attività criminali e più in generale di incitamenti a intraprendere scelte incompatibili con i valori di pace, democrazia, tolleranza propri della nostra costituzione.

 

Proprio questo concreto rischio ha indotto stati democratici, ispirati a valori costituzionali simili a quelli italiani, quali l'Austria ad introdurre analoga disposizione e dunque l'obbligo di predicare nella lingua nazionale. Identica misura è stata proposta recentemente dal governo francese. Tale disposizione è stata
altresì attuata in Paesi di orientamento islamico come l'Azerbaijan, anche per incoraggiare un atteggiamento religioso non condizionato da interferenze "estremiste" esterne. Si tratta dunque di una misura tecnica che ha in sommo grado la sicurezza dello Stato, valore questo rispetto al quale la possibilità di manifestare il culto pubblico recede, quantomeno laddove non venga toccato nei suoi elementi essenziali, e cioè nel culto vero e proprio (in altre parole, le preghiere e i gesti rituali). Si tratta invero non già di limitare la libera manifestazione del proprio credo nell’esercizio pubblico del culto, bensì di disciplinarne le modalità attuative con le quali si estrinsecano specifiche attività di spiegazione e interpretazione dei testi sacri nonché di motivazione dei fedeli. Vero è poi che il diritto di libertà religiosa trova sicuramente limite, oltre che nel “buon costume”, secondo il dettato costituzionale testuale, in ovvie esigenze di ordine pubblico e di sicurezza dello Stato, limite che è sempre stato storicamente considerato dai più vari ordinamenti. Infine la predicazione in lingua italiana, pur nel doveroso rispetto della lingua araba per la preghiera religiosa, favorirebbe quel processo di integrazione che è strumento essenziale per un armonico sviluppo delle diverse comunità sul suolo della repubblica italiana.

 

Con la norma in esame si vuole predeterminare il provvedimento attuativo nei suoi elementi essenziali, prefigurando l'attività di controllo, affinché l'intervento dell'Amministrazione sia rapido, efficace e tempestivo.