Quale Europa? - G. Valditara

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europeflagLa crisi greca è servita da detonatore per far comprendere a molti che l'attuale modello di Europa non funziona. Questa Europa è un enorme corpo burocratico fondato su interessi e valori propri di élites, non invece una confederazione rispondente a interessi diffusi fra i popoli europei.

Se si guarda un modello vincente di Unione, quello americano, salta agli occhi la differenza fondamentale: gli Usa sono nati nella lotta contro la oppressione fiscale e contro un comune nemico, con la creazione di un esercito e la individuazione di un comandante supremo, il 'pater patriae' Washington. Dunque sono nati attorno a interessi forti e diffusi, quelli della difesa della libertà e della indipendenza. Si trattava peraltro di coloni che parlavano una lingua comune e che anche laddove fossero di nazionalità diversa rispetto a quella britannica, comunque dominante, appartenevano a popolazioni di cultura affine a quella inglese, vale a dire erano essenzialmente olandesi, tedeschi, scandinavi.  Nessuno dei tredici stati originari pretendeva di essere egemone e di imporsi sugli altri, ma la libertà di ognuno era grande e ampiamente tutelata.

Gli scopi della fondazione degli Usa sono scolpiti nella costituzione americana da un popolo che si sente unico, proprio perché, come nell’antica Roma dei municipi, ogni comunità ha solo interesse e non pregiudizio dall’unione: l’affermazione della giustizia, l’assicurazione della tranquillità dei cittadini, la difesa verso l'esterno, la garanzia della libertà. L’affermazione della sovranità popolare e il diritto alla rivoluzione sono pilastri della nuova carta.

L' Europa unita nasce invece per un motivo opposto: evitare il rinnovarsi di conflitti fra popoli che per secoli e soprattutto negli ultimi decenni si erano massacrati vicendevolmente in nome di nazionalismi contrapposti. L'Unione Europea si costruisce essenzialmente su una certa visione dei diritti e su un ordine economico fondato principalmente sulla necessità di garantire la concorrenza all'interno dei paesi europei. Questa Europa ha così finito con il creare una cappa di regole di dettaglio che hanno fatto perdere di vista obiettivi più alti e maggiormente sentiti dai popoli europei, e dunque hanno fatto perdere di vista obiettivi realmente unificanti. Non è un caso che su due temi che allarmano tutte le opinioni pubbliche europee, l'Unione sia muta e gli stati nazionali facciano prevalere le differenze anziché un'azione condivisa e coesa. Così è per la difficile, ma decisiva questione dei fenomeni migratori, che stanno diventando sempre più un fenomeno inquietante, così è pure per il contrasto della minaccia terroristica rappresentata da Isis. Di fronte alla paure dei cittadini, anziché ricordarsi che la sovranità presuppone un governo "del popolo, dal popolo, per il popolo", le élites europee stigmatizzano invece i populismi in nome di visioni minoritarie di tipo vetero-illuministico, realizzano diminuzioni di sovranità popolare costruendo una Europa di governi e di commissioni, riducendo i parlamenti a “regolifici” di dettaglio.

Anzichè l'Europa della libertà si è costruita l'Europa della regola. Paradigmatica la discussione sul "toilet flushing", vale a dire su una bozza di direttiva avente ad oggetto le dimensioni degli orinatoi, che dovrebbero essere di 5 litri per i "lavatories" e di 1 litro per gli "urinals". Sempre più distanti dagli interessi dei cittadini (nel caso di specie soprattutto italiani) appaiono anche molti interventi come per esempio quello della Commissione europea che, in nome di un concetto astratto di concorrenza, tende ad imporre ad un paese di grandi tradizioni gastronomiche come l'Italia la liceità della produzione di formaggi con latte in polvere, rischiando di mettere in crisi i 487 formaggi tipici che costituiscono una ricchezza per i territori. Questi due esempi fotografano la distanza delle istituzioni europee da interessi diffusi e sentiti. La rigidità della regola, che rovescia il brocardo ciceroniano summum ius summa iniuria, ha manifestato tutte le sue potenzialità negative nei cosiddetti parametri di Maastricht e nel famigerato patto di stabilità. Questi accordi impongono manovre correttive di tagli o di tasse al semplice sforamento dello 0,1% degli obiettivi prefissati di deficit. L’ottusità del meccanismo è tale che impedisce per esempio ad un comune virtuoso di spendere solo perché inserito in un contesto nazionale non virtuoso o di considerare fuori dai vincoli gli investimenti in ricerca e formazione del capitale umano, che sono invece condicio sine qua non per generare sviluppo. La rigidità di queste manovre correttive certamente finisce con il deprimere la domanda interna la cui crescita è, insieme con l'aumento delle esportazioni, nel breve-medio periodo elemento fondamentale per la ripresa economica.

La debolezza delle diverse classi politiche italiane ha poi portato nello specifico a subire, senza significative reazioni, altre scelte che incidono pesantemente sul nostro tessuto produttivo. Si pensi soltanto alla non obbligatorietà del "made in" che impedisce la tracciabilità del prodotto manifatturiero, che pur incide per il 16% sulla produzione di ricchezza in Europa. Una siffatta posizione danneggia significativamente una produzione ad alto valore aggiunto in termini di qualità e originalità artigianale del manufatto, che caratterizza in modo peculiare il sistema italiano.

Le grandi decisioni in campo economico non sembrano rispondere ai nostri interessi. La sopravvalutazione dell'euro nella sua fase iniziale (durata peraltro oltre un decennio) ha certamente danneggiato la nostra economia ben più di quanto non abbia fatto per quella germanica. D'altro canto la sovraesposizione dell'Italia nei confronti della Grecia, pressoché incomprensibile se raffrontata a quella di altri Paesi ben più in salute di noi, si è rivelata funzionale per la gran parte a rimborsare i debiti delle banche private franco-tedesche. Così è, più in generale, per il rapporto di dare-avere con la Ue, fortemente negativo per l'Italia, ammontando a ben 37.9 miliardi di euro, secondo i calcoli della Cgia di Mestre. Ancora una volta tutto questo appare il frutto di regole matematiche legate alla meccanica valutazione del Pil, senza considerare l'enorme divario di debito pubblico rispetto ad altri Paesi.

Ci sono tuttavia altri aspetti negativi, meno noti, ma non meno importanti.

Del regolamento di Dublino si è ampiamente detto. Solo una classe dirigente disattenta all'interesse nazionale poteva accettare senza batter ciglio il principio che lo Stato membro competente all'esame della domanda d'asilo fosse sempre e soltanto quello in cui il richiedente ha fatto il proprio ingresso nell'Unione Europea. Questo comporta la permanenza del migrante sul suolo nazionale per mesi e talvolta persino anni, stante la inefficienza del nostro sistema di accertamenti, e dunque impone oneri economici notevoli per un Paese come l'Italia che, per la sua particolare posizione geografica, è punto di approdo naturale dei flussi migratori, ancorché non sia normalmente il Paese presso cui gli asilanti intendono realmente stabilirsi. A noi spettano dunque compiti di accertamento e di verifica, necessariamente lunghi, anche quando in realtà il richiedente asilo ci considera solo come terra di transito.

Poco si parla invece della cosiddetta carta di Nizza che in virtù del trattato di Lisbona ha la medesima operatività di un trattato. Orbene la Carta di Nizza stabilisce alcuni diritti e principi fondamentali che dovranno essere rispettati in tutti gli stati europei aderenti. Si tratta in particolare della dignità, libertà, uguaglianza, solidarietà, cittadinanza, giustizia. Sono valori tipicamente "politici" che consentono interpretazioni le più disparate. Mentre tuttavia alcuni Paesi come Regno Unito, Polonia e Repubblica ceca hanno preferito escludere la diretta vigenza negli ordinamenti interni dei precetti contenuti nella Carta, per l'Italia si è verificata una situazione opposta: due sentenze della Corte costituzionale la 348 e la 349 del 2007 hanno addirittura riconosciuto in materia un vincolo interpretativo per i giudici italiani alla giurisprudenza della Corte di giustizia europea. In altre parole il contenuto della Carta deve essere quello che viene fissato nella giurisprudenza della Corte europea, un organismo che non ha alcuna legittimazione popolare e che tuttavia si atteggia sempre più secondo il modello tipico delle Corti di Common law. Non solo. Ogni giudice italiano ha la facoltà di far valere direttamente uno dei diritti previsti dalla Carta di Nizza al posto della legge italiana che fosse con esso ritenuto confliggente. In altre parole i giudici possono arrivare a disapplicare in totale solitudine la legge italiana ovvero, saltando la stessa Corte costituzionale, ricorrere per un aiuto interpretativo alla Corte di Giustizia europea.

Come è stato sottolineato da Elisabetta Lamarque in un recente lavoro, ci troviamo di fronte ad una "vera e propria bomba ad orologeria pronta ad esplodere da un momento all'altro", non appena i giudici si renderanno conto di quale formidabile strumento hanno a disposizione per incidere sull'ordinamento italiano di ambito comunitario, con conseguenze ancora una volta devastanti sulla sovranità popolare e sulla tradizionale idea di democrazia. Anche per questa via si affaccia un governo elitario dei giudici.

Tutto questo non significa che l'idea di Europa sia necessariamente negativa e che si debba archiviare l'aspirazione ad una graduale costruzione di Stati Uniti d'Europa. È necessaria tuttavia una profonda inversione di rotta.

L'Europa unita presuppone innanzitutto una unità culturale, assai difficile stante la presenza di stati nazionali ancora fortemente identitari e assai vitali. L'unica unità culturale che può cementarli è nella identificazione nei grandi valori della tradizione europea che parte da Atene, Roma, Gerusalemme, e da lì si sviluppa e si affina passando per Londra, Parigi e Berlino. Oggi quei valori sono sempre più fragili e incerti, apparentemente superati da valori nuovi che appaiono tuttavia elitari e tecnocratici.

Presuppone soprattutto il recupero della sovranità dei popoli, paradossalmente diminuendo le competenze delle istituzioni comunitarie e concentrandole su grandi competenze di interesse generale: la difesa, innanzitutto, e la politica estera e magari anche altre questioni strategiche come l'energia, che assume ormai dimensioni sovranazionali. Importerà solo ai produttori di wc quanta acqua può contenere un orinatoio, non certo alle masse.

Vanno rivisti i trattati, consentendone una applicazione più conforme alle esigenze nazionali di sviluppo e di democrazia.

Le conseguenze di atteggiamenti avventati o quanto meno poco attenti dei governi italiani non possono essere irredimibili ancorché l'art.11 della Costituzione acconsenta a limitazioni di sovranità "necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni" e nonostante l'art.10 primo comma della Costituzione legittimi il tradizionale e generale principio del diritto internazionale "pacta sunt servanda". Anzi, proprio a questo proposito vi è un problema giuridico non di poco conto. L'adeguamento ai trattati comunitari del nostro ordinamento ha comportato una perdita di sovranità assai rilevante. Come è stato rilevato peraltro da una importante dottrina costituzionalistica (v. ad es. Bin e Pitruzzella), tutto questo è avvenuto, a differenza di altri stati europei, con leggi ordinarie, senza il ricorso a modifiche della Costituzione. La giurisprudenza della Corte costituzionale che ha legittimato questa prassi in virtù del riferimento all'art. 11 della Costituzione è apparsa una forzatura, posto che l'art.11 è stato concepito dal nostro Costituente con specifico riferimento alla adesione alla Organizzazione delle Nazioni Unite: il fine che giustifica la diminuzione di sovranità è invero limitato all'assicurare "la pace e la giustizia fra le nazioni", scopo che non risulta essere specificamente quello tipico della Unione Europea. Del resto, e solo per fare un esempio tratto dall’attualità, fa sorgere molti dubbi che sia conforme a "giustizia" contribuire al debito greco da parte italiana per circa i due terzi della contribuzione tedesca, quando al di là della misura assoluta del Pil (all'incirca due terzi di quello tedesco) vi è da considerare un indebitamento italiano in relazione al Pil che è stato nel 2014 del 131% rispetto al 74% di quello tedesco.

Se tutto questo è vero, la diminuzione di sovranità che l'adesione ai trattati ha comportato appare di dubbia legittimità. Ciò appare ancora più grave se si pensa che con legge ordinaria si è ammessa l’introduzione di fonti del diritto sovraordinate a quelle previste in Costituzione, la vincolatività diretta della giurisprudenza della Corte di giustizia europea anche per le corti italiane, la possibilità per i nostri giudici di disapplicare la legge italiana conformandola direttamente al diritto europeo così come interpretato dalla Corte europea, il sostanziale esautoramento della Corte costituzionale di fronte al "primato" della Corte europea di giustizia.

Occorre dunque porre con decisione innanzitutto il problema politico di una revisione delle norme più penalizzanti contenute nei trattati europei. Per converso si deve iniziare una riflessione volta a legittimare nell'ambito dell'ordinamento comunitario una denuncia unilaterale di singole parti dei trattati laddove queste siano gravemente incompatibili con gli interessi nazionali. Una strada impervia, ma sempre più necessaria.

Ci vuole infine una nuova politica estera italiana che sappia fare asse con le altre nazioni mediterranee e alcune nazioni dell'Europa orientale per bilanciare la assoluta preponderanza tedesca e per strappare la Francia dall'abbraccio per noi esiziale con la Germania, che ci colloca in una posizione di marginalità

Queste sono condizioni necessarie perchè anche l'unione monetaria non rischi di essere soltanto il mezzo della egemonia di Francoforte e di Berlino e dei relativi satelliti, funzionale cioè a politiche da cui l'Italia ha fin qui avuto ben poco da guadagnare.

Per essere credibili occorre ovviamente un Paese con una nuova classe dirigente, determinata e capace di battere i pugni sul tavolo, non invece una classe politica arrendevole e culturalmente o psicologicamente subordinata. Occorre tuttavia anche un Paese economicamente forte, in grado di realizzare riforme strutturali, che non potranno essere dettate dalle solite cancellerie e dalle solite banche centrali, perché ben sappiamo noi quali sono le vere criticità del nostro sistema: 1) una insopportabile pressione fiscale; 2) un eccesso di spesa pubblica clientelare e improduttiva; 3) una paralizzante oppressione normativa e burocratica; 4) un insufficiente investimento in ricerca e innovazione. Il rafforzamento economico e finanziario del Paese è la condizione necessaria per poter contare a livello internazionale. Una Italia gigante con i piedi di argilla non sarà mai né considerata né rispettata.

Queste dovrebbero essere le condizioni di un'Italia che accetta di rimanere nell'Europa unita.

 

valditarasmallGiuseppe Valditara

professore ordinario di diritto privato romano

Università degli Studi, Torino

già preside dell’ambito di  giurisprudenza dell’Università Europea di Roma