Fondi Europei: perché abbiamo difficoltà sia ad ottenerli che a spenderli? - V. Vespri

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europefundQuesta nota si basa sulla mia esperienza  di valutatore di progetti di ricerca industriale sia a livello nazionale che a livello europeo.

Partiamo dai dati di fatto: l’Italia versa all’Europa molto più di quanto ottiene indietro. L'Italia è il terzo contribuente netto dell'Ue (solo Germania e Francia contribuiscono più di noi) versando  alla UE circa 5 miliardi all'anno, nonostante noi siamo solo al 12° posto in Europa in termini di PIL pro-capite. Nel 2012, ad esempio, abbiamo avuto un saldo negativo di 5,7 miliardi versando 16,4 miliardi di Euro e ricevendo indietro solo 10,7 miliardi. Grazie al 7° Programma Quadro, nel periodo 2007-2013 l'Italia ha finanziato 52 programmi per un volume di risorse pari a 59 miliardi di euro nei 7 anni di riferimento. Considerando che  a fine 2013 risultava assorbita solo una quota del 52,7% dei Fondi Europei assegnatici e considerando che possiamo utilizzare questi  fondi solo fino  il 31 Dicembre 2015,  il rischio di dover restituire il prossimo anno alla UE una cifra enorme è reale e consistente (in questo articolo di Repubblica http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/repit/2014/10/16/news/il_grande_spreco_dei_fondi_strutturali2-97555412/, ad esempio, si parla del rischio di  restituire ben 12 miliardi di Euro alla UE).

La prima domanda che sorge spontanea è se questi fondi siano veramente utili. Alesina e Giavazzi, ad esempio, sulle pagine del Corriere della Sera hanno espresso seri dubbi sull’utilità di questo strumento. Il Movimento 5 Stelle ha proposto di  rinunciare a questi fondi, riducendo contemporaneamente la cifra che versiamo alla UE.

A mio parere questo strumento è assolutamente utile sia per stimolare le nostre industrie a essere più innovative e sia per spingere i nostri centri di ricerca a collaborazioni intersettoriali con il mondo produttivo. Questo è estremamente importante perché la conoscenza (e noi stiamo andando proprio verso una società della conoscenza) per essere un vero “bene” (o commodity come direbbero gli economisti) non deve rifugiarsi nelle accademie ma contaminarsi con le applicazioni. Nella storia i grandi periodi di sviluppo sono stati sempre connessi a una forte contaminazione fra conoscenza e mondo produttivo. Basti pensare al nostro Rinascimento frutto del connubio fra Umanesimo e il sistema di botteghe artigianali fiorentine. O alla Rivoluzione Industriale che nacque dall’incontro fra la Scienza di Galileo e Newton ed il nascente apparato industriale dell’Impero Britannico. Accedere a fondi europei implica la necessità di confrontarsi con un mercato più ampio di quello domestico e stabilire contatti e sinergie con partners europei. E questo è una assoluta necessità per un sistema  industriale  come quello Italiano  fatto di piccole e medie imprese (PMI) che hanno l’inderogabile esigenza di dover accedere a un mercato più vasto di quello nazionale. Riassumendo, i vantaggi di questo strumento, sia come stimolo che come accesso a mercati più vasti,  superano nettamente il “fastidio” di dover gestire  questi fondi di ricerca e sviluppo industriale.

Ma allora, se questo strumento è così essenziale per il sistema paese, perché siamo meno bravi degli altri paesi Europei  ad accedere a questi fondi?

A mio parere le ragioni sono molteplici. Una sicuramente è l’inadeguatezza dei nostri rappresentanti politici qui a Bruxelles. Frequentando gli ambienti della Commissione, si sentono immediatamente storie sui nostri rappresentanti dipinti come persone incapaci, strapagate, prive del pur minimo senso dello stato, che si sentono in esilio da Roma e che cercano di stare il meno possibile in Belgio. Probabilmente sono solo leggende metropolitane ma sicuramente il fatto che queste storie continuino ad essere raccontate e appaiano verosimili a tutti dovrebbe farci riflettere. Sicuramente siamo anche penalizzati dallo scarso peso politico che l’Italia ha qui. Ad esempio, si narra che l’Agenzia che gestisce gli aiuti alle PMI (piccole e medie imprese) e che sarebbe cruciale per l’interesse della nostra industria, da sempre sia saldamente controllata dai tedeschi. Inoltre in molte iniziative di ricerca e sviluppo industriale l’Italia brilla per la sua assenza (perdendo così la possibilità di accedere a fondi comunitari). Un’altra motivazione è strutturaleLe PMI hanno chiaramente più difficoltà ad accedere a questi fondi rispetto alle Grandi Imprese. Inoltre le domande devono essere scritte in inglese e questo è un handicap per le nostre PMI spesso a gestione familiare. Infine un’altra ragione è sicuramente la burocrazia. La burocrazia italiana si somma a quella europea rendendo kafkiano il percorso di chi si avventura in questo labirinto di regole incomprensibili. Una prova di ciò è che molti ricercatori Italiani vincono gli ERC (prestigiosi e ricchissimi fondi di ricerca); parecchi di questi ricercatori però, una volta ottenuto questo finanziamento, decidono di utilizzare questi fondi all’estero dove le condizioni  di lavoro sono migliori e la burocrazia molto meno opprimente. Per la stessa motivazione quasi nessuno straniero decide di utilizzare questi fondi in Italia proprio per evitare una burocrazia ottusa ed asfissiante. Riassumendo: per avere maggiori possibilità di accedere ai Fondi Europei occorre una classe politica che selezioni i nostri rappresentanti a Bruxelles secondo logiche meritocratiche e trasparenti e che destituisca quelli che hanno ampiamente dimostrato la loro incapacità; una classe politica che non sia  intimorita dagli altri partners europei ma sia capace di difendere gli interessi dell’Italia; una politica che costruisca strutture capaci di affiancare le PMI nella presentazione delle domande di finanziamento; una politica che sia capace di snellire  le procedure burocratiche rendendole comparabili a quelle degli altri paesi della UE.

Non solo non riusciamo ad accedere ai Fondi Europei come gli altri stati europei, ma anche, una volta ottenuti, non sempre siamo in grado di utilizzarli e spesse volte siamo costretti a restituirli.

A mio avviso le ragioni di questa palese incapacità sono essenzialmente due: una burocrazia inefficiente che rallenta i progetti e riduce la capacità di rendicontare i costi e un sistema pubblico che non sa premiare i virtuosi né penalizzare gli inefficienti. Per un dirigente della Pubblica Amministrazione (PA) è ancora abbastanza indifferente se il suo ufficio sia o non sia in grado di gestire in modo efficiente progetti finanziati dalla UE. Solo se verrà introdotto un sistema rigoroso di valutazione della alta dirigenza per obiettivi riusciremo ad indurre nella PA comportamenti virtuosi. Riassumendo per superare questa criticità che ci penalizza così fortemente è necessario ridurre la burocrazia e riformare, in modo fortemente meritocratico, l’alta dirigenza pubblica al fine di penalizzare/destituire il dirigente incapace/ladro prima che produca danni irreparabili al sistema paese.

Un’altra osservazione riguarda il fatto che il nostro sistema, purtroppo, non è in grado di prendere spunto dagli aspetti positivi della macchina amministrativa dei fondi Europei.

Uno degli aspetti più positivi del sistema europeo è l’assoluto  rispetto dei tempi progettuali. In Italia,  molti (se non tutti) i progetti di ricerca hanno subito importanti ritardi che hanno ridotto (se non addirittura azzerato) la loro valenza industriale.

L’Europa si caratterizza anche per l’assoluto rispetto dei tempi nell’erogazione dei pagamenti. Purtroppo questo non accade in Italia. E questo è particolarmente grave perché la nostra industria è fatta prevalentemente da PMI. Non è tollerabile che queste PMI debbano anticipare importanti somme senza avere la certezza dei termini temporali per la restituzione del denaro.

L’Europa dedica particolare attenzione nella selezione di Technical Officers competenti e scelti secondo logiche trasparenti e meritocratiche. Anche in Italia si dovrebbe agire così. E alla fine di ogni valutazione dovrebbe essere giudicato il loro operato. Qualora non si dimostrino all’altezza dovrebbero  essere destituiti.

L’Europa dedica particolare attenzione nella selezione di Project Officers preparati e scelti secondo logiche trasparenti e meritocratiche.  Addestrati nell’ affiancare in modo efficiente le imprese e gli organismi di ricerca coinvolti nel progetto di loro competenza. L’Italia dovrebbe prendere esempio: al termine di ogni valutazione dovrebbe essere giudicato il loro operato prevedendone la destituzione se necessario.

L’Europa, per la valutazione, segue un sistema standard, ormai consolidato e trasparente. Anche in Italia si dovrebbe agire così al fine di non dare l’impressione che il sistema valutativo cambi in funzione dei Soggetti Proponenti.

vespriVincenzo Vespri

professore ordinario di matematica

Università di Firenze