Kulturinfarkt: troppi contributi uccidono la cultura? - R. Bertollini

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culturaAlcuni mesi fa l’uscita del libro “Kulturinfarkt - azzerare i fondi pubblici per far rinascere la cultura” ha creato un caso senza precedenti in Germania e sta stimolando un interessante dibattito in tutta Europa compreso il nostro Paese.

Cosa sostengono Dieter Haselbach, Armin Klein, Pius Knuesel, Stephan Opitz autori del libro? In poche parole, meno kulturstaat e più mercato; archiviare velocemente l’utopia dello Stato pedagogo, poiché ormai nella società dei media il cittadino si emancipa da sé e gli orientamenti del pubblico meritano più considerazione.

Le imprese culturali non devono più disporre dei fondi pubblici come fossero un’assicurazione contro gli insuccessi, devono raddoppiare le entrate proprie portandole ad almeno un 30% del loro bilancio. Si ipotizza non un taglio dei fondi pubblici verso la cultura ma un loro diverso utilizzo attraverso il drastico ridimensionamento delle infrastrutture: metà Teatri e metà Musei. Ciò consentirebbe la liberazione di risorse che potrebbero essere indirizzate verso la promozione delle diversità culturali, la spinta per le start-up, nuova creatività, cultura del digitale, ecc. Con un modello di riferimento molto chiaro che è quello degli Stati Uniti dove sono i cittadini a sostenere la cultura.

Come è chiaro questo approccio è stato subito reputato non convincente dalla cosiddetta “intellighenzia” del nostro Paese e se ne possono capire anche le motivazioni che sono di base un conservatorismo che ha consolidato nel tempo oligarchie che si referenziano e si autoalimentano in un dispotismo di altri tempi. Ma ad una analisi per così dire più liberale bisogna premettere che in Germania la spesa è di circa 10 miliardi di euro all’anno mentre in Italia è già difficile sapere di che cifra stiamo parlando e in Germania la copertura dei finanziamenti pubblici arriva all’85% mentre da noi è più bassa. Un altro dato interessante è che in Germania i privati cittadini con imprese e fondazioni arrivano a versare alla cultura quasi 4 miliardi di euro di cui l’80% da privati cittadini (30 euro a testa) mentre in Italia si arriva a malapena a 500 milioni.

Mi sembra d’obbligo quindi partire da una defiscalizzazione dell’impiego economico nella cultura per stimolare un recupero dell’investimento e del mecenatismo privato, favorire idee imprenditoriali e progettuali provenienti da Imprese, Università o Fondazioni, cominciare a porsi seriamente il problema di razionalizzare i Musei e anche dei Teatri avendo il coraggio di chiuderne alcuni, introdurre e in alcuni casi reintrodurre nella scuola dell’obbligo lo studio della musica e del Teatro stimolando una crescita di sensibilità e di partecipazione che portino sempre di più alla scelta dei giovani talenti di un impegno nel capo artistico o all’aggregazione di nuove forme imprenditoriali giovanili nel settore.

Il mio auspicio è che si riesca ad invertire quello che scriveva Leo Longanesi: “L’arte è un appello al quale troppi rispondono senza essere stati chiamati”. 


bertolliniRiccardo Bertollini

presidente Associazione Pomeriggi Musicali Milano