Zakat, i terroristi islamici si finanziano così - A. Di Lello

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zakatI jihadisti di tutto il mondo sono finanziati da banche dell'Arabia Saudita, degli Emirati e del Qatar: è un fatto noto da parecchio tempo. Ma è altrettanto noto che  i governanti occidentali sono restii a prendere di petto il problema con i loro omologhi della penisola arabica. La regola è: meno se ne parla e  meglio è. Ogni tanto qualcuno prova a violare la legge dell'omertà, come ad esempio il ministro dello Sviluppo tedesco Gerd Mueller, che accusò apertamente i finanzieri di Allah di connivenza con il terrorismo all'indomani - era l'agosto del 2014 -  dell'uccisione del giornalista americano James Foley da parte dell'Isis. "Una cosa come questa - disse Mueller - non arriva mai dal nulla. Chi finanzia questi soldati? Suggerimento: il Qatar". Ma tutto finisce sempre nel dimenticatoio, con tanto di scuse da parte occidentale.

Che ci troviamo di fronte a una forma di "realpolitik" dagli esiti, in prospettiva, rovinosi non c'è bisogno di spiegarlol'Isis si rafforza di giorno in giorno approfittando principalmente del  vuoto di iniziativa politica dell'Europa e degli Stati Uniti. Ma qui il discorso si fa necessariamente complesso, visti il nanismo geopolitico dell'Europa, l'ambiguità degli Usa e gli interessi in conflitto tra le  potenze regionali: principalmente la contesa  geopolitica tra la sunnita Arabia Saudita, alleata degli Stati Uniti nonché garante dei suo interessi nel Golfo,  e lo sciita Iran  (una rivalità che è quindi anche ideologico-religiosa). Una soluzione non è certo alle viste, almeno finché l'Europa non si risveglierà dal suo torpore e non si libererà dalle ubbie del politically correct.

Qualcosa però si potrebbe fare fin da ora per arrestare, o quantomeno contrastare, il flusso dei finanziamenti alle cellule jihadiste annidate nelle città e nei territori del nostro continente. “Si potrebbe”, appunto: il problema è che neanche questo minimo atto di autodifesa si riesce a compiere. I governi temono che mettere sotto controllo il sistema della finanza islamica in Europa possa creare problemi politici con le comunità musulmane e complicare i rapporti con i detentori dei fondi arabi che affluiscono nelle banche del continente. Ma è una questione, piaccia o non piaccia alle pallide élites europee, che dovrà essere prima o poi affrontata,  perché all'interno della finanza islamica è presente una zona d'ombra che permette ai foraggiatori dei terroristi di agire del tutto indisturbati. Questa zona d'ombra si chiama "zakat" (la "beneficenza islamica"), che serve in teoria per il sostegno ai musulmani bisognosi e per il finanziamento di attività religiose o culturali, e che, discendendo direttamente dal Corano,  non può essere  sottoposta a controlli da parte di qualsiasi autorità.

In Europa, il sistema zakat si è diffuso, fin dagli anni Settanta,  di pari passo con la crescita dell'immigrazione, perché tale istituto rende più agevole l'invio delle rimesse dei lavoratori alle loro famiglie nei Paesi di origine. Poi però il meccanismo è stato utilizzato per scopi assai meno commendevoli tra cui, per l'appunto, il sostegno ai gruppi della "guerra santa" islamica. Il Pm antiterrorismo Stefano Dambruoso (oggi questore della Camera) descrive così le possibili e (inquietanti) variabili della "beneficenza" musulmana: "Lo zakat è un gesto spontaneo identico a quello fatto nelle nostre chiese e santuari. Con quel denaro i responsabili del luogo di culto aiuteranno persone in difficoltà… oppure lo stesso denaro  entrerà con assegni a molti zeri nelle organizzazioni armate senza che nessuno si accorga dell'illegalità". Lo zakat è una regola osservata anche dalle banche islamiche che operano alla luce del sole, ma che ci tengono comunque a conservare le loro zone più oscure: queste banche "deducono una somma adeguata, pari al due per cento del patrimonio personale, e la versano a organizzazioni filantropiche islamiche. Le somme destinate allo zakat non vengono registrate in bilancio e quindi restano non rintracciabili; inoltre, tutte le registrazioni contabili sono distrutte appena completate le transazioni".

E' necessario quindi fissare regole che rendano meno opache certe bancheMa tale impresa è al momento ardua, se non impossibile, almeno a livello di istituzioni internazionali. "Cercare di mettere sotto controllo le banche islamiche - scrive Maurizia De Groot Vos su Rights Reporter - significa scontrarsi direttamente con ogni musulmano sulla Terra perché equivale ad andare contro il Corano. E’ chiaro quindi che in seno alle strutture internazionali, dove i Paesi musulmani hanno una immensa influenza, ogni volta che si parla di questo problema la questione viene rapidamente archiviata".

L'iniziativa dovrebbe essere presa a livello dei singoli governi nazionali. Ma è proprio qui che l'Europa dimostra tutta la propria pavidità politica. E non solo quella. In qualche caso, come accade principalmente in Gran Bretagna, entrano in gioco anche potenti interessi finanziari. Il sistema delle banche di Allah si sta infatti diffondendo in Europa con il sollecito appoggio dei governi. Ecco cosa ad esempio  affermò David Cameron intervenendo al "World  Islamic Economic Forum" che si tenne, proprio a Londra, alla fine di ottobre del 2013:  "Quando la finanza islamica è in crescita al 50 per cento più veloce del settore bancario tradizionale e quando gli investimenti islamici globali sono destinati a crescere a 1,3 trilioni di sterline (1500 miliardi di euro n.d.r.) entro il 2014dobbiamo puntare ad assicurarci che una grande porzione di questo nuovo investimento sia fatto qui in Gran Bretagna". Il problema è che gli "investimenti" di certa finanza islamica finiscono anche nell'acquisto di kalashnikov e di tritolo, oltre che nel sostegno alla galassia delle cellule jihadiste, più o meno "dormienti", sparse per l'Europa. E finiscono anche nella costruzione di moschee e di centri islamici vari, che non sono soltanto luoghi di culto o di insegnamento religioso,  ma anche fucine di "combattenti" e focolai di proselitismo ideologico.  Però tutto questo, sia a Cameron sia agli gnomi della City e del resto della finanza europea, appare evidentemente un trascurabile dettaglio.

dilelloAldo Di Lello

giornalista e scrittore