L'immigrazione tra "buonisti" e "realisti". Le profetiche parole del cardinale Biffi - S. Sfrecola

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migrantiEd alla fine è stato chiamato in causa anche Emanuele Kant, a nobilitare la decisione del governo tedesco di aprire ai rifugiati provenienti dalla Siria. Per dire che in Germania “l’idea prevalente è: essere tedeschi non è niente più che avere la cittadinanza tedesca e parlare la lingua. Non ci sono più consuetudini e usanze tedesche. Sono sparite. Nel bene e nel male”. Così il filosofo Markus Gabriel commenta, intervistato dal Corriere della Sera del 6 settembre, la decisione della Signora Merkel la quale aveva affermato, solamente qualche giorno prima, che “il diritto all’asilo politico non ha un limite per quanto riguarda il numero di richiedenti in Germania”. Con seguito di peana alla generosità tedesca ed applausi della folla al passaggio dei migranti accolti con le note dell’Inno alla gioia, del tedesco Beethoven, inno ufficiale dell’Unione Europea.

In verità questo improvviso cambio di indirizzo del governo tedesco - fino a qualche giorno prima rigido nell’applicazione delle regole sulle quote d’ingresso e sui relativi diritti, ricordate senza emozione dalla Cancelliera alla bimba palestinese in lacrime perché non se ne sarebbe giovata - interpretato come effetto di una conversione “buonista” della Signora “di ferro” ha all’evidenza una motivazione che ancora una volta dimostra l’esclusiva attenzione di Berlino per gli interessi nazionali. Giustamente.

Promuovendo l’accoglienza dei profughi provenienti dalla Siria la Germania fa una scelta nei confronti di soggetti prevalentemente compatibili con le esigenze dell’economia tedesca, che ha bisogno, come è stato ripetutamente affermato in varie sedi, di lavoratori affidabili e di tecnici qualificati che si ritrovano proprio tra quanti provengono dalla Siria, mediamente preparati professionalmente, prevalentemente cristiani, con famiglia, insomma poco inclini a muovere contestazioni agli accoglienti teutonici, facilmente integrabili. Kant e la sua presunta propensione al cosmopolitismo non c’entrano. La Germania fa bella figura e tutela i propri interessi, anche quelli all’identità nazionale, con buona pace del trentacinquenne filosofo. Gli altri, i disperati provenienti dall’Africa nera, senza arte né parte, spesso contestatori delle condizioni di assistenza, se li tengano gli stati di transito o di prima accoglienza, a cominciare dall’Italia, sponda naturale e indifesa del Sud dell’Europa.

Sul fenomeno dell’immigrazione, subito definito “epocale”, si è scritto molto evocando fatti storici, anche antichi, le migrazioni che hanno caratterizzato molti periodi della storia, volontarie o coatte, che nel corso dei millenni hanno determinato spostamenti di popoli interi prevalentemente dal Nord al Sud dell’Europa, alla ricerca di migliori condizioni di vita, climatiche e ambientali. Si tratta di genti che si sono integrate abbastanza celermente, in specie quelle che sono entrate nell’Impero di Roma, accettati purché rispettosi delle leggi e partecipi dello spirito e della missione della romanità. Di fronte alla forte identità dei quiriti sulle rive del Tevere c’era poco da scherzare, o integrato o fuori, senza appello.

In tempi più recenti, in particolare negli ultimi decenni, si è cominciata a delineare una migrazione dall’Africa e dal Medio Oriente, a causa essenzialmente delle guerre che da anni sconvolgono quelle aree, con seguito di povertà dovute alla incapacità delle classi dirigenti di quei paesi di gestire le pur rilevanti ricchezze, minerarie e naturalistiche, che, se gestite proficuamente, potrebbero assicurare ricchezza e benessere diffusi.

Non può trascurarsi che queste ingenti torme di migranti hanno creato problemi dei quali la politica, dell’Europa e degli Stati membri, sembra incapace di darsi carico in modo concreto, accogliendo con criteri che facciano coincidere gli interessi di chi si affaccia alle nostre porte e delle popolazioni residenti, come fa Fraü Merkel. Affrontando anche il problema di chi non può essere accolto in assenza di occasioni di lavoro. E che sarebbe bene aiutare in patria, con forme di cooperazione internazionale efficaci.

Ed è evidente che consentire l’ingresso nel territorio dello Stato di chi non ha lavoro né possibilità di ottenerlo significa favorire condizioni di illegalità che spesso inducono questi disperati a gesti violenti, furti, rapine omicidi, o ne fanno una manovalanza della malavita, come rivelano le cronache quotidiane che tanta preoccupazione diffondono tra gli italiani

I problemi, dunque, sono molti, dei quali non è facile una graduatoria, se non approssimativa e di carattere quasi cronologico, a partire dall’ingresso in Italia dei migranti, prevalentemente via mare, salvati dalle  unità della nostra Marina Militare, della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza che con abnegazione encomiabile assistono, a volte a poche miglia dalla costa libica, imbarcazioni sovraccariche di uomini, donne e bambini. E comunque il mare Mediterraneo continua ad essere per migliaia di essi una tomba crudele.

Una osservazione preliminare occorre fare. Un esodo delle proporzioni alle quali assistiamo non può che essere organizzato, altrimenti queste persone sarebbero morte sul posto. Lo dicono i numeri, la circostanza che molti, dal Corno d’Africa attraversano zone impervie, anche desertiche per giungere in Libia da dove partono i barconi. Il Ministro del petrolio del Marocco in un’intervista a Le Figaro ha detto che sono “reclutati” nei villaggi  e addestrati anche all’uso delle armi. Tralasciando quest’ultimo aspetto, non c’è dubbio che si tratta di una migrazione controllata da organizzazioni criminali che lucrano sulla disperazione di questa gente.

C’è, poi, il costo del nostro soccorso e della nostra accoglienza. Molto, moltissimo, troppo per un Paese dal bilancio in rosso. Non è facile fare i conti a causa della molteplicità dei capitoli di spesa sui quali gravano gli oneri di pattugliamento del Mediterraneo, navi, aerei, elicotteri, migliaia di uomini, un impegno di euro a sei zeri al quale si aggiunge il costo dei centri nei quali i migranti sono accolti e dell’alloggio che viene loro successivamente assicurato.

Tutto questo non sarebbe niente se per l’Italia non fossero anni di gravi difficoltà, con indici altissimi di disoccupazione, soprattutto giovanile, in un contesto di diffuse povertà. Ed è certo dirompente sul piano sociale leggere e sentire che, a fronte di italiani che non hanno casa e lavoro, i migranti sono accolti in alloggi a carico dello Stato che spende per ognuno di essi oltre mille euro al mese, più del doppio dell’importo delle pensioni minime che costringono persone anziane a decidere se pagare l’affitto, le bollette o mangiare qualcosa, magari frugando nei cassonetti dei rifiuti.

La tensione sociale può sfociare in disordini gravi. Il Prof. Amadori, noto esperto di rilevazioni sull’andamento dell’opinione pubblica, ha lanciato di recente un grido d’allarme. Il contrasto tra cittadini e immigrati sarà la ragione del futuro andamento della politica, senza trascurare la prospettiva di scontri sociali dagli esiti incerti che richiamano quelli drammatici che hanno caratterizzato gli sconvolgimenti seguiti alla prima guerra mondiale.

Il malessere si è rivelato grave già da tempo in alcuni paesi d’Europa, in Francia, in particolare, e nel Regno Unito. Sergio Romano, storico e attento osservatore delle vicende politiche, anche per la sua pregressa esperienza di ambasciatore, ne ha scritto già nel 2003 (I confini della storia) prendendo lo spunto da un libro di Georges Fenech, Tolleranza zero, in tema di immigrazione e delinquenza, fenomeni tra i quali esiste spesso un collegamento. Per le condizioni di vita degli immigrati e per la difficoltà di alcune etnie di integrazione. Ciò che sviluppa una reazione nei confronti di chi mette in forse l’identità nazionale di quei paesi.

Francia e Regno Unito hanno sperimentato difficoltà di integrazione di soggetti provenienti dai paesi a cultura musulmana ed anche forme di violenza che hanno interessato soprattutto le periferie, tra immigrati e cittadini e tra gli stessi immigrati di varie etnie. E se a Parigi la rivolta nei quartieri abitati dai musulmani ha avuto origine nel degrado delle periferie e nell’insofferenza dei francesi, nel Regno Unito gli scontri tra pakistani e bangladeschi hanno preoccupato non poco il governo di Londra. È l’effetto della trascuratezza di ogni iniziativa tendente a favorire l’integrazione per affermare il diritto di portare con sé e conservare una larga parte delle sue tradizioni culturali e religiose in una ispirazione politica “multiculturale” che tende ad assicurare alle comunità di immigrati di preservare la loro identità. Ma ne fa delle enclavi autoreferenziali pericolose nel momento in cui il fondamentalismo islamico chiama alla riscossa contro gli infedeli torme di diseredati che in occidente non sono capaci di una visione moderna e liberale della società.

 “Alla diffusione di questa politica della tolleranza e della comprensione – per riprendere le parole di Sergio Romano - corrisponde una reazione di segno contrario, soprattutto in quella parte della popolazione che vive nelle periferie urbane e ne subisce maggiormente il punto laddove il fenomeno della delinquenza sembra dipendere dalla presenza di lavoratori extracomunitari, nascono o si rafforzano i movimenti che denunciano l’immigrazione come un pericolo e propongono di limitarla o vietarla. Immigrazione delinquenza vengono sentiti da questo momento, in molti paesi europei, come due aspetti di una stessa realtà”.

“Il primo segnale viene dalla Gran Bretagna e, paradossalmente da uno degli uomini più colti e stimati della vita politica inglese. Si chiama Enoch Powell, è un noto grecista, ancor ha coraggiosamente combattuto nella seconda guerra mondiale e appartiene al gruppo direttivo del partito conservatore. Ma è convinto che l’immigrazione asiatica e africana minacci il futuro del paese”. Siamo nel 1968!

D’altra parte la difficoltà di integrazione si è vista in Francia in occasione dell’attacco alla redazione di Charlie Hebdo, del quale non ho mai condiviso l’iniziativa di fare oggetto della propria satira Maometto ed aspetti della religione islamica perché ritengo che le religioni vadano comunque tenute fuori, per il rispetto che si deve ai fedeli, da caricature o altre forme che rivelano disprezzo. In quella occasione a compiere la strage di giornalisti furono due islamici di cittadinanza francese di “seconda generazione”, fatto che ha stupito molti, a mio giudizio impropriamente perché è proprio nella mancata integrazione culturale la ribellione contro l’Occidente ed i suoi valori, ritenuti decadenti. E il fatto che siano islamici vuol dire che il richiamo ai valori propri della cultura e della religione islamica, sia pure interpretata in modo violento o con effetti violenti, continua a mantenere un fascino nei confronti di questi soggetti. Un po’ come accadeva per i russi che si erano trasferiti in Occidente e che pur non essendo comunisti, al momento della “guerra fredda” fra Occidente e Unione Sovietica si sono schierati dalla parte di quest’ultima nel ricordo della Grande Madre Russia, anche svolgendo funzioni di spia.

Così in Italia si segnalano fatti che hanno destato l’attenzione della stampa, come la contestazione da parte di islamici della presenza del crocefisso nelle scuole o dell’allestimento, durante le feste natalizie, del presepe che costituisce una tradizione importante della nostra cultura non solamente religiosa.

Senza generalizzare si tratta di fatti diffusi e preoccupanti.

Ne aveva parlato negli anni scorsi il Cardinale Biffi, recentemente scomparso, allora Arcivescovo di Bologna, in una analisi lucidissima che gli aveva attirato notevoli critiche, anche in ambienti religiosi portati alla considerazione astratta del fenomeno immigrazione. Infatti il Cardinale aveva stigmatizzato apertamente “lo scarso realismo con cui finora esso è stato valutato e affrontato”. Fenomeno “imponente e grave” in relazione al quale “i generici allarmismi senza dubbio non servono, ma nemmeno le banalizzazioni ansiolitiche e le speranzose minimizzazioni”. Aggiungendo: “E’ stato colto di sorpresa lo Stato, che dà tuttora l’impressione di smarrimento; e pare non abbia ancora recuperata la capacità di gestire razionalmente la situazione, riconducendola entro le regole irrinunciabili e gli ambiti propri dell’ordinata convivenza civile”.

E se è “incontestabile, per esempio, il principio che a ogni popolo debbano essere riconosciuti gli spazi, i mezzi, le condizioni che gli consentano non solo di sopravvivere ma anche di esistere e svilupparsi secondo quanto è richiesto dalla dignità umana… non se ne può dedurre - se si vuol essere davvero “laici” oltre tutti gli imperativi ideologici - che una nazione non abbia il diritto di gestire e regolare l’afflusso di gente che vuol entrare a ogni costo. Tanto meno se ne può dedurre che abbia il dovere di aprire indiscriminatamente le proprie frontiere”. Sicché ogni auspicabile progetto di pacifico inserimento “suppone ed esige che gli accessi siano vigilati e regolamentati. È tra l’altro davanti agli occhi di tutti che gli ingressi arbitrari - quando hanno fama di essere abbastanza agevolmente effettuabili - determinano fatalmente da un lato il dilatarsi incontrollato della miseria e della disperazione (e spesso pericolose insorgenze di intolleranza e di rifiuto assoluto), dall’altro il prosperare di un’industria criminale di sfruttamento di chi aspira a varcare clandestinamente i confini.

Sarebbe difficile trovare espressioni più appropriate per l’analisi del fenomeno e per le prospettive di una sua adeguata gestione, “secondo progetti concreti e realistici di inserimento che mirino al vero bene di tutti, sia dei nuovi arrivati sia delle nostre popolazioni”. Progetti in tema di lavoro “regolarmente remunerato”, di disponibilità “di alloggi dignitosi non gratuiti” per poter “arrivare a un sicuro innesto entro il nostro organismo sociale, senza discriminazioni e senza privilegi”.

E qui il Cardinale Biffi poneva un problema, come ci ha spiegato il Professor Valditara nel suo L’immigrazione ai tempi dell’antica Roma: la regola del rispetto della nostra identitàNel senso che “chi viene da noi deve sapere subito che gli sarà richiesto, come necessaria contropartita dell’ospitalità, il rispetto di tutte le norme di convivenza che sono in vigore da noi, comprese quelle fiscali. Diversamente non si farebbe che suscitare e favorire perniciose crisi di rigetto, ciechi atteggiamenti di xenofobia e l’insorgere di deplorevoli intolleranze razziali”.

E se “una consistente immissione di stranieri nella nostra penisola è accettabile e può riuscire anche benefica, purché ci si preoccupi seriamente di salvaguardare la fisionomia propria della nazione. L’Italia non è una landa deserta o semidisabitata, senza storia, senza tradizioni vive e vitali, senza una inconfondibile fisionomia culturale e spirituale, da popolare indiscriminatamente, come se non ci fosse un patrimonio tipico di umanesimo e di civiltà che non deve andare perduto”.

In sostanza non possiamo “disperdere la nostra ricchezza ideale o a snaturare la nostra specifica identità”A questo fine, le concrete condizioni di partenza degli immigrati non sono ugualmente propizie; e le autorità non dovrebbero trascurare questo dato della questione. E difatti la Merkel non lo trascura. Si prende i “buoni”, quelli che fanno comodo all’economia tedesca e fanno intravedere la possibilità dell’integrazione.

Le conclusioni non possono non riguardare il caso dei musulmani i quali “nella stragrande maggioranza e con qualche eccezione - vengono da noi risoluti a restare estranei alla nostra “umanità”, individuale e associata, in ciò che ha di più essenziale, di più prezioso, di più “laicamente” irrinunciabile: più o meno dichiaratamente, essi vengono a noi ben decisi a rimanere sostanzialmente “diversi”, in attesa di farci diventare tutti sostanzialmente come loro”. Insomma, concludeva il Cardinale Biffi, profeta inascoltato, come lo è stata Oriana Fallaci, “l’Europa o ridiventerà cristiana o diventerà musulmanaCiò che mi pare senza avvenire è la “cultura del niente”, della libertà senza limiti e senza contenuti, dello scetticismo vantato come conquista intellettuale, che sembra essere l’atteggiamento largamente dominante nei popoli europei, più o meno tutti ricchi di mezzi e poveri di verità”. Aggiungendo che questa “cultura del niente” (sorretta dall’edonismo e dalla insaziabilità libertaria) non sarà in grado di reggere all’assalto ideologico dell’Islamche non mancherà: solo la riscoperta dell’avvenimento cristiano come unica salvezza per l’uomo - e quindi solo una decisa risurrezione dell’antica anima dell’Europa - potrà offrire un esito diverso a questo inevitabile confronto”.

È un dato non controverso, ad esempio, che nei paesi islamici le condizioni dei non musulmani sono quelli di un cittadino di serie B nel senso, ad esempio, che non possono accedere alle cariche più alte delle amministrazioni pubbliche. Così è per le comunità religiose. Nei paesi islamici, per la pervasività dell’aspetto religioso nella costituzione degli stati, non è consentito costruire nuove chiese di qualunque confessione cristiana, spesso non è possibile curare la manutenzione di quelle esistenti, mentre le consistenti comunità islamiche che vivono all’interno del nostro paese sono state autorizzate a gestire e a costruire moschee senza che nessun ostacolo sia stato frapposto loro. E non è senza significato che, al momento della progettazione, per la moschea di Roma sia stato immaginato un minareto più alto della cupola di San Pietro. Una sfida evidente nella culla della cristianità. Segnali che vanno colti se si vuole realisticamente affrontare il fenomeno della migrazione islamica e realisticamente gestirlo.

L’Europa è una grande realtà politica ed economica capace di svolgere un’azione nei confronti della realtà del disagio che si manifesta nei paesi del medio oriente e dell’Africa, può intervenire convincendo o aiutando i governi dei paesi di provenienza dei migranti ad una politica sociale che assorba il disagio di queste popolazioni, anche con misure economiche di cooperazione che potrebbero assicurare vantaggi reciproci a quei paesi e all’Europa, ovvero attuare altri tipi di contenimento dell’esodo non cruenti ma efficaci. E qui va detto che, al di là di altre ragioni di carattere economico che possono aver spinto la Francia, interessata agli impianti petroliferi libici, a concorrere alla destabilizzazione del regime guidato dal colonnello Gheddafi, la critica al governo di Parigi gronda di ipocrisia perché Tripoli impediva l’afflusso di profughi in modi spicciativi fermandoli alla frontiera o mettendoli in campi di concentramento. “Occhio non vede cuore non duole”, recita un antico proverbio. Noi non vedevamo perché accadeva alle frontiere con il Sudan ed eravamo tranquilli perché il Mar Mediterraneo non era più solcato dalle cosiddette “carrette del mare”.

A questo punto, per concludere, c’è anche da fare giustizia di un’altra ricorrente fandonia, quella che i paesi europei, i quali hanno avuto imperi coloniali, sarebbero debitori nei confronti di africani e medio orientali per averne a suo tempo sfruttato le ricchezze. È una colossale ignoranza della storia nella quale si è esibito di recente anche il Premio Nobel Dario Fo. Perché se è vero i paesi coloniali hanno spesso sfruttato territori ricchi per le loro esigenze è anche vero in quelle aree avevano investito notevoli risorse capaci di determinare condizioni di vita migliori nelle popolazioni residenti costruendo infrastrutture e avviando attività industriali e favorendo l’istruzione. Questi paesi, una volta ottenuta l’indipendenza, non hanno saputo creare una classe politica che si ispirasse ai principi della libertà e della democrazia. E sono stati governati da incapaci e corrotti. Ma questo non è colpa degli ex paesi colonialisti. Sono passati decenni e di amministratori onesti e responsabili in quegli stati non c’è traccia. È lì la ragione della disperazione delle popolazioni che si affacciano alle nostre frontiere.

sfrecolaSalvatore Sfrecola

presidente di sezione della Corte dei Conti

già presidente dell’Unione Nazionale Magistrati Contabili