Sovranità popolare e il controllo del potere – S. Tafaro

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poterePerché ci sia democrazia è necessario che il popolo possa partecipare ed intervenire sull’esercizio del potere in ogni momento: altrimenti si assiste all’affermazione ed alla prepotenza di oligarchie di vario genere (politiche, sociali, economiche), così come oggi avviene in tutto l’occidente ed in Italia. Non è ammissibile che il popolo sia interpellato soltanto al momento delle votazioni, peraltro del solo Parlamento, perché questo consegna il Paese agli arbitri dei poteri forti (Stato ed Enti locali, con le vessazioni fiscali, banche, gruppi finanziari, multinazionali ecc.).

Purtroppo mi sembra caratteristica dei nostri tempi l’assenza di un’avvertita riflessione progettuale sul ‘modello’ organizzativo più consono alle necessità del presenteIl dibattito, quando c’è, è portato avanti esclusivamente dai ‘politici’ ed è frammentario, episodico ed umorale, mancando di una riflessione strutturale e attenta ai futuri sviluppi. Non di rado è rissoso e confuso. Faccio un esempio centrale per la vita del Paese: la Costituzione. Chi invoca cambiamenti si concentra su aspetti che appaiono secondari e sfilacciati perché avulsi da una visione organica e prospettica. All’opposto coloro che difendono il dettato attuale si spingono a dichiarare che essa è la migliore o una delle migliori costituzioni del mondo. Eppure essa ha lacune vistosissime. Basti una citazione: l’assenza totale dell’ ‘ambiente’. Non meno grave mi sembra l’assenza di disposizioni organiche su uno dei nodi cruciali per il corretto funzionamento dello Stato: quello del controllo del potereFin dall’antichità è stata avvertita la necessità di porre argini all’esercizio del potere anche attraverso autorevoli controllori terzi, in grado di valutare non soltanto la legittimità dei provvedimenti quanto la correttezza ed opportunità delle scelte operate da chiunque ne avesse la facoltà di farle, dalle assemblee popolari ai ‘capi’. Il punto è stato sempre al centro di animate e consapevoli discussioni: dalla Grecia a Roma, fino alla formazione dello Stato contemporaneo; solo oggi, almeno in Italia e, sostanzialmente nell’UE, pare sopito o assente. Infatti, se guardiamo al passato, fino ai pensatori le cui idee sono alla base della nostra democrazia, possiamo costatare che ogni società ha tentato soluzioni al complesso rapporto tra l’esercizio del ‘potere’ ed il popolo, con la finalità di trovare un equo bilanciamento tra le aspettative e le aspirazione dei singoli uomini ed i detentori del potere.  In tale prospettiva, si è cercato di fare in modo che il popolo non si sentisse escluso dalle decisioni fondamentali che lo concernono. Inoltre si è pensato di prevenire o fermare eventuali abusi da parte dei governanti. Ne è scaturita la proposizione di istituti diretti al controllo del potere durante il suo esercizio, per assicurare il ‘buon governo’ e per reprimere l’uso arbitrario ed immotivato del potere.

Se guardiamo all’oggi, vediamo che queste istanze sono quanto mai attuali, tanto più che la pressante richiesta di tutela dei diritti fondamentali dell’uomo, ha posto a nudo l’inadeguatezza di due pilastri della democrazia occidentale, costituiti dalla rigida affermazione della sovranità statale (o di unioni di stati) e dal principio della divisione dei poteri, mentre la crescente sfiducia verso i politici, la quale coinvolge non solo i Governi, ma anche i Parlamenti e la Magistratura, richiede nuove strade, che possano ridare fiducia e credibilità ai cittadini e più in generale agli uomini. Perciò s’impone una discussione profonda ed in grado di ridisegnare il ‘modello’ di Costituzione, sia formale che materiale.

Esso affonda le radici nel settecento e gli inizi dell’ottocento, quando (soprattutto ad opera di Montesquieu e di Constant) fu deciso di adottare lo schema (di provenienza anglosassone e forgiato per la monarchia inglese) della democrazia rappresentativa, spacciato come ‘modello di democrazia’. In Italia la Costituzione è stata modellata su quel modello, illusoriamente ritenuto tout court indice di ‘democrazia’. I padri costituenti elusero del tutto la questione della necessità e centralità della creazione di forme di efficaci controllo del potere durante il suo esercizio. Si ritenne che i controlli dei Tribunali assieme al controllo di legittimità operato dalla Corte Costituzionale offrissero sufficienti baluardi contro il cattivo governo e gli abusi del potere. Si omise e, anzi, si ebbe paura di affidare al popolo il controllo del potere. Con ciò dimenticando i fondamenti della civiltà europea ed i suggerimenti degli stessi padri del modello di democrazia rappresentativa.

Ci sono strumenti per rimediare? Parecchi, ma da esperire e monitorare continuamente nella loro efficacia. Ne esemplifico soltanto alcuni e, soprattutto, vorrei sollecitare un dibattito diretto ad individuare quelli più opportuni. Inizierei con alcune limitate indicazioni:

1) il mandato vincolante e la verifica di metà mandato. La Costituzione aveva previsto tempi diversi per l'elezione della Camera e del Senato: mai rispettati. Negli USA alcuni Rappresentanti vengono eletti ad una data altri dopo 2 anni: così capita che un Presidente, come ora Obama, che non soddisfi più o non mantenga quanto promesso perda la maggioranza del Congresso. In Italia, in nome della governabilità, invece si vota una soltanto ogni 5 anni, senza vincolo di nessun genere per gli eletti (di recente 185 parlamentari circa hanno cambiato schieramento, senza che nessuno abbia gridato allo scandalo, come si fece, ad esempio, per Berlusconi).

2) In democrazia la maggioranza non deve mai avere tutto il potere, altrimenti si rischia quella che già Rousseau denunciò come deriva della dittatura di maggioranza. Perciò la concessione, in nome della governabilità, di un premio di maggioranza snatura la democrazia ed è potenzialmente pericolosa. So di andare controcorrente, ma il discrimine tra democrazia ed oligarchia generata dalla democrazia rappresentativa è fragilissimo. Oggi l’italicum assegnerebbe il controllo assoluto del Parlamento e del Governo ad un 25% circa del corpo elettorale, quindi, ad una minoranza artificiosamente trasformata in maggioranza. Per il calcolo della soglia oltre la quale scatterebbe il cosiddetto ‘premio’, poi, stranamente si fa riferimento ai votanti e non al corpo elettorale, come sarebbe doveroso in assonanza con quanto richiesto per la validità dei referendum abrogativi.

3) La creazione di difensori dei diritti (la figura del Défénseur des droits esiste in Francia, dove si è affiancato al Médiateur de la Répubblique francese), da prevedere a tutti i livelli, come difensore degli uomini, con alcune prerogative incisive, come il diritto di seguito (cioè l’obbligo dell’Autorità a dare risposta motivata alla lamentela dei cittadini entro 20 giorni, superando i costi e le lungaggini dei ricorsi e delle cause) e, in alcuni casi, con la potestà di bloccare gli atti ritenuti ingiusti, fino a quando le Autorità ne dimostrino la fondatezza e la giustezza.

4) L’attuale progresso della tecnologia forse potrebbe consentire finalmente l’introduzione almeno sulle questioni fondamentali per la comunità (ad esempio, ambiente, identità e dignità della persona, lavoro, sviluppo, crescita diritti fondamentali …) di referendum propositivi, dei quali potrebbero essere propositori sia un gruppo definito di cittadini sia il Difensore dei diritti.

5) Dinanzi alla natura delle lesioni dei diritti fondamentali, soprattutto in materia ambientale, occorre dare spazio all’azione precauzionale da parte dei cittadini e delle associazioni (peraltro ammessa anche in ambito comunitario). Essa serve a bloccare un’attività o un’iniziativa sospetta di potere essere nociva, a prescindere dall’esistenza di un danno all’ambiente già esistente. Al riguardo si teme che se si conceda ad ogni singola persona la possibilità di bloccare un’attività da lui ritenuta nociva si possa verificare la paralisi dell’economia. A questa obiezione si potrebbe rispondere disciplinando bene i criteri e le modalità di legittimazione all’azione precauzionale ed, eventualmente, riservandone la legittimazione ad agire al Difensore dei diritti.

6) Riposizionare la centralità della sovranità popolare significa anche riproporre l’appartenenza ai cittadini degli spazi (natura, strade, piazze, ambiente). Perché non avviare una prassi, esistente altrove, di incontri periodici (almeno mensili) delle Autorità con la stampa ed i cittadini, nel corso dei quali esse espongano cosa stanno facendo, quale parte del loro programma stanno realizzando e si confrontino, in un dibattito aperto, evitando i soliloqui e ascoltando e discutendo le eventuali osservazioni contrarie?

In conclusione: occorre che il popolo sia posto al centro di ogni decisione o atto e che i Governi siano espressione di esso e non di gruppi forti.

 

tafarosebSebastiano Tafaro

professore ordinario di diritto romano

già preside della facoltà di giurisprudenza

Università di Taranto