La liberalizzazione della marijuana: un parere scientifico – C. Foresta

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marijuanaIl dibattito che da anni continua a dividere generando pareri discordanti riguardo la legalizzazione della marijuana per scopi medici e di ricreazione sta portando a perdere di vista quali siano i potenziali effetti negativi dell’uso sporadico o abituale delle cosiddette “droghe leggere” sulla salute. La nozione popolare sembra essere che la marijuana è un piacere innocuo, motivo per cui il consumo dovrebbe essere regolamentato e considerato legale. La via più comune di somministrazione è l’inalazione. Le foglie tagliuzzate verde-grigio e i fiori della pianta Cannabis sativa vengono fumate (insieme con i gambi e semi) con sigarette, sigari, pipe, o "spinelli" (marijuana rollata assieme al tabacco sfuso). L'hashish è un prodotto correlato creato dalla resina dei fiori di marijuana ed è solitamente fumata (da sola o in miscela con il tabacco), ma può essere ingerita oralmente. La marijuana può anche essere usata per preparare il the e il suo estratto a base di olio può essere miscelato in prodotti alimentari.

Un recente articolo pubblicato su una delle più prestigiose riviste scientifiche “The New England Journal of Medicine” ha messo in evidenza quali siano attualmente le evidenze negative principali riguardanti l’uso delle marijuana. Il consumo di marijuana a lungo termine può portare alla dipendenza, infatti circa il 9% di quelli che la sperimentano diventerà dipendente (secondo i criteri per la dipendenza nel Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, 4a edizione [DSM-IV]). Il numero cresce fino a circa 1 su 6 tra coloro che iniziano ad usare marijuana in età adolescenziale e a circa il 50% tra coloro che la consumano giornalmente. Non è da sottovalutare anche le difficoltà di coloro che cercano di abbandonarne l’utilizzo andando incontro alla sindrome da astinenza con sintomi che includono irritabilità, disturbi del sonno, disforia, desiderio e ansia, il che rende la cessazione difficile e contribuisce alla ricaduta.

Il cervello rimane in uno stato attivo di sviluppo dal periodo prenatale sino all'età di circa 21 anni. Durante questo periodo è più vulnerabile agli effetti a lungo termine di insulti ambientali, come l'esposizione al tetraidrocannabinolo, la principale sostanza attiva della marijuana. Rispetto ai controlli non esposti, adulti che fumavano marijuana regolarmente durante l'adolescenza disponevano di connettività neurale ridotta (meno fibre) in regioni specifiche del cervello, come il precuneus, un nodo chiave coinvolto in funzioni che richiedono un alto grado di integrazione (vigilanza e consapevolezza di sé cosciente), la fimbria, un'area dell'ippocampo che è importante per l'apprendimento e la memoria, le reti prefrontali responsabili per la funzione esecutiva (compreso il controllo inibitorio) e le reti sottocorticali, che processano funzioni abitudinarie.

Studi epidemiologici hanno evidenziato inoltre come l’uso di cannabinoidi possa predisporre ad altri comportamenti di dipendenza in età adulta (fumo di sigaretta, alcol, sostanze stupefacenti e farmaci) dovuto ad una diminuzione della reattività dei neuroni allo stimolo dopaminergico. L’uso regolare di marijuana è associato ad un aumentato rischio di crisi d’ansia e depressione, nonché nei soggetti con una vulnerabilità genetica preesistente, a psicosi e aggravamento del corso della malattia schizofrenica.

La somministrazione di marijuana negli adolescenti condiziona il rendimento scolastico risultando in deficit della memoria e attenzione che persistono e peggiorano con gli anni e con il consumo massiccio, aumentando il rischio di abbandono scolastico.

L’esposizione alla marijuana in acuto e/o a lungo termine riduce la capacità di guida ed è la droga illecita più frequentemente associata a guida alterata e ad incidenti stradali, anche fatali. Vi è una relazione tra la concentrazione di tetraidrocannabinolo nel sangue e prestazioni di guida simulate-controllate, buon predittore di capacità di guida reale, determinando riduzione della capacità di guida e secondo una recente meta-analisi il rischio di coinvolgimento in un incidente aumenta di un fattore di circa 2 quando una persona conduce subito dopo l’utilizzo di cannabis.

Il consumo in acuto di marijuana sembra essere associato a comportamenti sessuali a rischio per le malattie sessualmente trasmissibili (MST) ed induce alterazione dei meccanismi dell’erezione e dell’eiaculazione. Fumare marijuana è anche associato con infiammazione delle grandi vie aeree, aumento delle resistenze delle vie aeree e iperinflazione polmonare, fattori che possono predisporre a bronchite cronica. La marijuana è stata anche associata a condizioni vascolari che aumentano il rischio di infarto miocardico, ictus e attacchi ischemici transitori. Infatti recentemente è stata osservata in fumatori di marijuana la presenza di aree multifocali di vasocostrizione arteriosa intracranica, che era reversibile, in alcuni casi, dopo la cessazione dell’esposizione alla cannabis.

Gli effetti benefici su alcuni tipi di patologie (glaucoma, nausea e vomito in pazienti in trattamento con chemioterapici, sindrome da deperimento nei pazienti affetti da sindrome da immunodeficienza acquisita AIDS, dolore cronico neuropatico, sclerosi multipla ed epilessia) ha portato alla luce l’esigenza di legalizzare la marijuana, ma sarebbe bene precisare come questa sia destinata ad una tipologia precisa di paziente e di come sia opportuno cominciare ad interpellare il medico per chiarire quali siano i reali effetti “positivi” e “negativi” relativi al consumo di marijuana.

 

forestaCarlo Foresta

professore ordinario di endocrinologia

Università di Padova