Per un vero federalismo – G. Valditara

  • PDF

federalismoL'art.31 del ddl Boschi di riforma della Costituzione riscrive l'art.117. Il passaggio più significativo è certamente la cosiddetta clausola di salvaguardia della unità nazionale che così recita: "su proposta del Governo la legge dello Stato può intervenire in materie o funzioni non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richiede la tutela dell'unità giuridica o dell'unità economica della Repubblica o lo rende necessario la realizzazione di programmi o di riforme economico-sociali di interesse nazionale". È la fine del timido federalismo all'italiana inaugurato con la riforma del marzo 2001, che addirittura metteva sullo stesso piano stato e regioni come parti della repubblica. Questa soluzione rischia di dar vita ad un nuovo centralismo che potrebbe svuotare di significato le regioni.

Le critiche al pur blando federalismo all'italiana si sono incentrate sui costi e sugli sprechi dell'istituto regionale. Se andiamo tuttavia ad analizzare la curva delle spese per acquisti di beni e servizi delle pubbliche amministrazioni non rinveniamo all'indomani della riforma del 2001 una significativa accentuazione. Anzi, essa sembra prescindere nel suo andamento precedente e successivo dalla riforma regionale. Non solo: la diminuzione di personale fra 1999 e 2012 è significativamente più marcata in regioni, province e comuni, di quanto avvenuto per le amministrazioni centrali.

Questa critica non tiene piuttosto conto delle enormi disparità di efficienza nella gestione delle risorse pubbliche che caratterizza la situazione italiana. La spesa pubblica pro capite regionale è di quasi 2000 euro superiore in Calabria e in Molise rispetto alla Lombardia, che ha in assoluto la performance più efficiente. Questo senza considerare le regioni a statuto speciale che hanno una serie di competenze ulteriori e dunque non sono paragonabili a quelle a statuto ordinario. In un interessante studio di Confcommercio del marzo 2014 si legge:  "Dunque, se l’output pubblico attualmente acquistato dai cittadini italiani di tutte le regioni fosse pagato ai costi unitari sostenuti dai cittadini lombardi, si otterrebbe un risparmio di circa 82,3 miliardi. Il 43,3% di queste inefficienze è attribuibile a Sicilia, Campania e Lazio. Ovviamente, è l’indicazione di un massimo teorico, concretamente irraggiungibile. Eppure, le distanze tra i livelli di servizio pubblico nelle regioni italiane assieme alle differenze nella spesa pubblica pro capite suggeriscono che un’ampia frazione di questo massimo è davvero aggredibile".

Non diversamente da uno studio di Scenari Economici risulta che la Lombardia ha 44.3 dipendenti pubblici (delle varie amministrazioni, comprese quelle statali) ogni 1000 abitanti, contro una media italiana di 57.7, ben il 23% in meno. Se in tutte le regioni, escluso il Lazio, ci fosse la stessa media si potrebbero avere ben 750.000 dipendenti pubblici in meno, una cifra enorme. Non solo: la Lombardia paga il personale della PA il 6% in meno della Media Italiana (pur avendo il costo della vita più alto del 15%). A fronte di tutto questo la PA eroga in Lombardia in ogni settore servizi mediamente superiori qualitativamente alla Media Nazionale (la cosa si evince da qualsiasi indicatore di qualità dei servizi). Scenari Economici così conclude: "se il personale della PA fosse in numero e qualifica comparabile a quello della Lombardia, lo Stato Italiano risparmierebbe 50 miliardi di Euro all’anno e complessivamente erogherebbe servizi di migliore qualità".

Infine, stando ad una relazione della Corte dei Conti di maggio 2015, il personale regionale è, sempre in Lombardia, il meno numeroso fra tutte le regioni italiane con appena 3146 dipendenti a fronte dei 6199 della Campania e con una percentuale rispetto alla popolazione lavorativa di 0.48 unità ogni 1000 lavoratori contro il 3.59 del Molise o il 2.92 della Basilicata.

Dunque non è un riaccentramento di competenze la strada corretta per una riduzione della spesa pubblica, ma un sistema che da una parte responsabilizzi i territori e dall'altra premi quelli virtuosi. Le resistenze delle varie caste e delle numerose clientele impedirono nella XVI legislatura la approvazione del federalismo fiscale con la introduzione dei costi standard, che sarebbero stati invece una prima soluzione intelligente alle disparità sempre più intollerabili di spesa pubblica territorializzata.

È inoltre indispensabile una razionalizzazione delle autonomie. La Costituzione impedendo la formazione di regioni sotto il milione di abitanti, già dà un primo criterio. Si potrebbe iniziare con la soppressione delle regioni che non raggiungano tale entità. Non diversamente non è più pensabile che si possano tenere in vita comuni con poche decine di abitanti. Abbiamo in Italia 8100 comuni di cui il 30% hanno meno di mille abitanti.

Uno studio della Fondazione Agnelli del 1994, auspicando la introduzione in Italia di un vero federalismo capace di responsabilizzare i territori, affermava che oggi il dato economico è sempre più decisivo rispetto a quello etnico-linguistico seguito in passato. Concludeva auspicando la creazione di 12 macroregioni, capaci di meglio governare i bisogni e la spesa pubblica con più efficienti economie di scala e una più strategica gestione delle politiche di sviluppo.

La caratteristica italiana è la straordinaria diversità in una millenaria trama unitaria. Da qui dobbiamo ripartire, immaginando una vera devoluzione di competenze a quelle regioni che abbiano dimostrato, dati alla mano, di saper meglio gestire le risorse e di offrire ai cittadini servizi efficienti.

valditarasmallGiuseppe Valditara

professore ordinario di diritto privato romano

Università degli Studi, Torino

già preside dell’ambito di  giurisprudenza dell’Università Europea di Roma