Per una contrattazione territorialmente decentrata. Ovvero l'opposto delle gabbie salariali - F. Rotondi

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lavoratoriCon “gabbie salariali” si intende descrivere un sistema di calcolo delle retribuzioni per il quale si arriva a predeterminare centralmente e quindi differenziare i livelli salariali in Italia, su base regionale in relazione al costo della vita. Le gabbie salariali furono introdotte nel nostro ordinamento con il “Concordato per la perequazione delle retribuzioni dei lavoratori dell’industria nell’Italia del Nord” stipulato a Milano il 6 dicembre del 1945 tra la Confederazione generale dell’industria italiana e la CGIL.

Le gabbie salariali, applicate inizialmente solo nelle regioni dell’Italia settentrionale, furono poi estese a tutto il territorio nazionale con il “Concordato per la perequazione del trattamento economico dei lavoratori della industria nelle province dell’Italia centro – meridionale” del 23 maggio del 1946, modificato dal successivo accordo interconfederale del 27 ottobre del 1946 (con cui venivano aumentati i minimi salariali e veniva stabilita una nuova contingenza di base) e integrato dall’“accordo per l’applicazione della scala mobile in discesa per l’indennità di contingenza” del 28 novembre del 1947.

A partire dagli anni ‘60, a seguito della crescita economica e di quella dei profitti imprenditoriali, si auspicò da parte delle organizzazioni sindacali il superamento delle gabbie salariali. Si susseguirono molteplici scioperi e manifestazioni per chiedere l’abolizione di tale sistema salariale e il 21 dicembre del 1968, l’Intersind, ossia l’allora associazione che rappresentava le aziende a partecipazione statale, accettò l’eliminazione delle gabbie salariali seppur in modo graduale entro il 1971. A seguito dello sciopero generale del 12 febbraio del 1969 Confindustria, il 18 marzo dello stesso anno, firmò un accordo interconfederale con il quale vennero definitivamente abolite le gabbie salariali.

Con il “Concordato per la perequazione delle retribuzioni dei lavoratori dell’industria nell’Italia del Nord”, stipulato il 6 dicembre del 1945 tra la Confederazione generale dell’industria italiana e la CGIL, erano state istituite le gabbie salariali per le seguenti Regioni del nord Italia: Lombardia, Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna. Con l’istituzione delle “gabbie salariali”, in particolare, le Parti avevano concordato di:

- realizzare una perequazione nei salari e negli stipendi dei lavoratori della industria dell’Italia settentrionale tenendo conto delle differenziazioni tradizionali fra gruppi merceologici e zone territoriali;

- istituire un sistema di scala mobile sulla indennità di contingenza, opportunamente perequata, per rendere automatici, in relazione all’andamento del costo della vita, gli adeguamenti di rimunerazione che risultassero necessari.

In data 23 maggio 1946 la Confederazione Generale della Industria Italiana e la CGIL stipularono un ulteriore concordato con il quale decisero di estendere le gabbie salariali, già applicate nell’Italia Settentrionale, a tutto il territorio nazionale. L’obiettivo era quello di realizzare una perequazione nei salari e negli stipendi anche per i lavoratori dell’industria dell’Italia centro-meridionale, tenendo conto delle differenziazioni tradizionali fra gruppi merceologici e zone territoriali, nonché quello di istituire un sistema di scala mobile sulla indennità di contingenza, opportunamente perequata, per rendere automatici, in relazione all’andamento del costo della vita, gli adeguamenti delle retribuzioni.

A tal fine con il concordato in esame le Parti, analogamente a quanto fatto per gli operai delle aziende industriali del nord Italia, determinarono la retribuzione oraria minima per gli operai del settore industriale delle regioni centro – meridionali suddividendo il centro – sud Italia in 4 zone ed individuando 4 settori merceologici. La paga minima oraria diminuiva in misura percentuale a seconda della zona e del settore merceologico di appartenenza.

La retribuzione dei lavoratori era costituita da tre elementi:

- il minimo di paga base stabilito in relazione alla zona, al settore merceologico di appartenenza e alla categoria;

- l’indennità di contingenza;

- l’eventuale terzo elemento.

L’indennità di contingenza variava in proporzione al costo della vita calcolato sulla base di appositi indici rilevati per tutte le province secondo norme tecniche definite da un apposito allegato. Tali variazioni venivano calcolate sulle contingenze basi stabilite in ciascuna provincia con riferimento ad una contingenza convenzionale tipo ricavata dalla media dei costi di vita delle 4 province di Roma, Napoli, Macerata e Cagliari. Anche il concordato in esame prevedeva alcune differenze in misura percentuale tra i minimi di stipendio previsti per gli uomini di età superiore a 20 anni e quelli degli uomini aventi età inferiore e quelli delle donne.

Successivamente, in data 2 dicembre 1954 la Confederazione della Municipalizzazione (Co.M.), la CGIL, la CISL e la UIL hanno stipulato un accordo con il quale hanno aumentato le zone da 4 a 13. La differenza tra la prima zona e l’ultima era di circa 29 punti percentuali. Nel 1961 le zone vengono portate da 13 a 7, riducendo la differenza salariale tra la prima e l’ultima zona nella misura del 20%.

Questa, in estrema sintesi, è la storia ed il contenuto di ciò che genericamente chiamano “gabbie salariali”.

Partendo da queste necessarie premesse vorrei riuscire ad identificare un percorso logico/giuridico/economico che possa condurci a verificare l’esigenza e/o la fattibilità della reintroduzione - non certo delle “gabbie” – di un principio che tenga conto – ove esistenti – di alcune differenze inerenti il costo della vita in considerazione del territorio.

Da più parti si invoca la reintroduzione di differenziazioni salariali su base territoriale; chi lo fa in effetti si appella ad un diverso costo della vita, che è certamente più basso al Sud rispetto al Nord. Secondo una ricerca della Fondazione Rodolfo Debenedetti svolta nel 2014 dagli economisti Tito Boeri della Bocconi, Andrea Ichino dell’Istituto universitario europeo ed Enrico Moretti dell’università californiana di Berkeley, un cassiere di banca di Milano con cinque anni di anzianità dovrebbe guadagnare addirittura il 70% in più per avere lo stesso potere di acquisto di un cassiere di banca di Ragusa con pari anzianità. Nel settore pubblico, poi, le differenze a favore dei dipendenti meridionali sono ancora più evidenti. Il salario nominale di un insegnante di scuola elementare sempre con cinque anni di anzianità è infatti uguale in tutte le regioni italiane: 1.305 euro al mese. Una retribuzione che però in base al diverso indice dei prezzi al consumo nelle due città equivale a 1.051 euro reali a Milano e 1.549 a Ragusa. Con una differenza abissale a vantaggio della città siciliana: 47%. Per pareggiare il potere d’acquisto dell’insegnante ragusano il maestro milanese dovrebbe avere uno stipendio più pesante dell’83%.

Gli oppositori di differenziazioni salariali su base territoriale sostengono che l’obiettivo di rendere più eque le retribuzioni non può essere conseguito con lo strumento delle gabbie salariali, perché anche all’interno di ciascuna macroarea o regione aventi le stesse retribuzioni nominali, rimarrebbero aree con differenti costi di vita. Inoltre, continuano gli oppositori, nessun provvedimento di legge, quale sarebbe quello delle gabbie salariali, potrebbe assolvere il compito di determinare la retribuzione proporzionata alla qualità e alla quantità di lavoro e sufficiente ad una vita libera e dignitosa, di cui all’art. 36 della Costituzione. Infatti questo compito di fissare la retribuzione spetta o al contratto collettivo o al contratto di lavoro di secondo livello. Sindacati e alcune formazioni politiche si oppongono poi sul presupposto ideologico di una concezione formale e non certo sostanziale di uguaglianza dei cittadini.

Questo è il vero tema; il tema centrale del dibattito si sposta da una verifica oggettiva e sostanziale, verso un dibattito politico e di “potere”. In realtà oggi il dibattito è molto più ampio di quanto non fosse negli anni ‘50/’60, il tema coinvolge (i) il ruolo del Sindacato (ii) il ruolo della contrattazione collettiva nazionale (iii) la partecipazione dei lavoratori agli utili d’impresa e - da una parte - la salvaguardia del potere di acquisto dei lavoratori - dall’altra - la sostenibilità del costo del lavoro per l’impresa.

Sebbene abolite quarant’anni fa, le gabbie salariali non hanno mai davvero abbandonato la discussione politica. Da un lato, la sinistra e i sindacati continuano da decenni a considerare la loro abolizione una sorta di conquista di civiltà, combattuta e vinta nei tempi gloriosi che furono (il famoso autunno caldo, la grande mobilitazione sindacale figlia del clima politico del Sessantotto). Dall’altro, alcune forze di ispirazione liberale non rinunciano ad evocarle come possibile soluzione ai guasti della contrattazione collettiva nazionale o come possibile misura di competizione del Mezzogiorno.

Il problema è proprio qui: la differenziazione territoriale della retribuzione che nelle menti illuminate altro non è che una necessaria conseguenza di un “dato di fatto”, assurge a dibattito politico, ambito nel quale più volte - o meglio - troppe volte si perde di vista il principio e l’obiettivo. Non vi è dubbio che esistano differenze di “costo della vita” a seconda dei territori; è sufficiente verificare le oramai numerose richieste di trasferimenti al Sud che le aziende ricevono per comprendere che a parità di stipendio il costo della vita diventa - dopo il trasferimento - più sostenibile.

Non vi è nemmeno dubbio che la contrattazione collettiva nazionale ha mostrato tutti i propri limiti e da più parti si è tentato di favorire la territorialità fino ad arrivare ai contratti aziendali. Questi dati oggettivi si scontrano con un dibattito “fideistico” che ormai non ha più senso e, soprattutto, non ha alcun serio fondamento. Di certo non giuridico. Ecco perché, utilizzando termini impropri (“gabbie salariali”), termini che creano confusione, si rischia di indebolire le reali intenzioni riformistiche.

Io credo che il tema sia completamente diverso sia nella prospettazione a favore, sia in quella contraria alla “rielaborazione delle gabbie salariali”. In tal senso, il tempo trascorso nonché il contesto sociale, economico e politico sono tali da negare il possibile “ritorno al passato”!

Il sistema abrogato nel ’69 prevedeva una determinazione comunque centralizzata, oggi si deve pensare diversamente: si deve pensare ad un ampliamento totale della contrattazione collettiva territoriale unica in grado di assicurare il rispetto dei principi costituzionali e gli interessi degli attori coinvolti (lavoratori ed imprenditori). La via da percorrere è quella di una maggiore libertà contrattuale sul piano territoriale e aziendale. Fatte salve condizioni e garanzie irrinunciabili di base, l’alternativa alla contrattazione nazionale è quella di consentire alle parti sociali di legare le retribuzioni ai livelli effettivi di produttività e alla disponibilità di manodopera, indipendentemente dalla collocazione territoriale delle imprese. Occorre immaginare una serie di garanzie inderogabili e poi lasciare che le parti sociali ai vari livelli (territoriali, aziendali) possano liberamente disporre dei contenuti; la garanzia della “Costituzionalità” è in re ipsa!! Credo, altresì, che possa farsi riferimento anche alle esperienze internazionali.

Ritengo che ad oggi non vi sia una reale contrapposizione di pensiero circa l’effettiva sussistenza delle differenti condizioni territoriali, credo invece che oggi la partita vera se la stia giocando il Sindacato, e ciò sotto il profilo non tanto dei contenuti quanto del “modello” di contrattazione e quindi anche di organizzazione, che deve passare da centralizzata a fortemente territorializzata. L’attuale modello, rigido e nazionale non derogabile in peius (se non in presenza di determinate condizioni) non risponde più alle fotografie sociali, imprenditoriali e professionali. L’inderogabilità degli standard fissati dal contratto collettivo nazionale, che costituisce la regola di fatto oggi vigente, non pone problemi seri soltanto nella fascia alta del tessuto produttivo, cioè in quella dove il modello di organizzazione del lavoro definito dal contratto collettivo può costituire ostacolo all’innovazione; problemi seri essa pone anche nella fascia bassa e in particolare nel Sud del Paese, dove le aziende – per un insieme di handicap negativi di sistema - non reggono il costo di quegli standard.

Tutto ciò nulla ha a che vedere con le “gabbie salariali”. Anzi, il principio è proprio opposto. Non è più tempo di rigidi e monocoli sistemi, occorre intelligenza, comprensione delle dinamiche del mercato del lavoro sotto ogni profilo: occorre la flessibilità a 360°.

rotondiFrancesco Rotondi

professore a contratto di diritto del lavoro

Università di Castellanza