La visione e l'azione di Cavour. Un lascito ideale e morale per la realtà attuale - S. Cordero di Montezemolo

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cavourSebbene Cavour sia stato l’artefice principale, anche se non esclusivo, dell’Unità d’Italia e sia stato, insieme ad Alcide De Gasperi, lo statista italiano di maggiore caratura internazionale, nel corso del tempo la sua figura – in confronto ad altre personalità anche minori della storia dell’Italia – non è stata valorizzata per come meriterebbero le sue qualità e i risultati che ha concorso a realizzare.

Questo dato è confermato dalle celebrazioni per l’Unità d’Italia, non solo quelle più recenti ma ancor più quelle precedenti, dove la figura di Cavour è stata quasi sempre trattata più all’interno del contesto storico di riferimento ed in relazione ad altri personaggi del tempo piuttosto che in modo dedicato e distintivo per ciò che ha rappresentato e come la sua personalità e la sua esperienza politica possono ancora rappresentare un insegnamento ed un lascito per la realtà contemporanea.

Nello scenario politico del secondo dopoguerra, successivo all’istituzione della Repubblica, Cavour non ha rappresentato un riferimento chiaro ed esplicito delle formazioni politiche che hanno preteso, a vario titolo, di rivendicare i valori e i principi del liberalismo. E nel dibattito culturale hanno prevalso le concezioni e i riferimenti liberali d’ispirazione cristiana (don Luigi Sturzo e Alcide De Gasperi), quelle d’ispirazione più sociale e democratica (Giuseppe Mazzini per la politica e John Maynard Keynes per l’economia) e, in tempi più recenti, quelle più radicali o “liberiste” (le scuole economiche di Vienna e Chicago).

Questa situazione può essere giustificata da alcune condizioni che hanno caratterizzato questa fase politica e culturale della storia italiana. Innanzitutto, con l’avvento della Repubblica si è ritenuto di rimuovere dal dibattito politico i riferimenti con il passato monarchico, anche fondamentali per la nascita dell’Italia. Inoltre, nell’Italia contemporanea il fronte conservatore e moderato è stato prevalentemente rappresentato da una parte della Democrazia Cristiana favorendo il riferimento al liberalismo di matrice cattolica rispetto a quello d’ispirazione laica. A questo si deve aggiungere, in termini più generali, che i principali soggetti politici di questa fase storica hanno avuto forti contenuti ideologici, peraltro, più attenti alla dimensione solidale che a quella economico-produttiva e più sensibili alle istanze dei gruppi sociali più popolari e meno rappresentativi di quelli a cui si rivolge primariamente la cultura liberale: le componenti sociali più connesse ai processi d’innovazione, di produzione e di competizione. Tant’è che, negli ultimi due decenni, venendo meno molti dei presupposti ideologici della fase storica precedente, si è andata affermando una concezione più liberista dei processi economici e anche di quelli sociali i cui fondamenti teorici si sono definiti e consolidati a livello internazionale dal secondo dopoguerra in avanti, anche per il prevalere, ormai perfino eccessivo e distruttivo, della dimensione economica nei processi politici.

Cavour fu portatore di una concezione “pragmatica” del liberalismo che gli consentì di trovare sempre il modo più funzionale per perseguire le proprie finalità che, anch’esse, si adattarono al corso degli eventi e delle situazioni che mutarono anche per i processi che lui stesso aveva attivato. Questa concezione pragmatica non lo portò comunque mai a derogare ai suoi principi liberali che maturò fin dalla giovane età e che trovarono anche un modo di evolvere nel corso del tempo in relazione alle mutazioni del contesto storico e anche delle sue crescenti conoscenze ed esperienze.

La definizione di “liberale pragmatico” intende rafforzare, e non svilire, le qualità di Cavour facendo emergere le sue capacità di tradurre in prassi efficaci i valori ed i principi a cui s’ispirava e altresì di trovare i tempi ed i modi più funzionali ad affermare i suoi obiettivi e le sue ambizioni. La qualifica di pragmatico permette di evidenziare il suo senso della realtà e dei processi in atto, meglio di altri liberali del tempo coerenti con scenari e modelli più ideali e, spesso, più teorici o non perseguibili nel momento e nel contesto di allora.

Non c’è dubbio che questa mentalità pragmatica sia stata anche il prodotto della sua formazione economica, maturata nel corso degli anni con l’acquisizione di conoscenze e di esperienze dirette anche all’estero e formata in un contesto di ascendenze familiari materne dedite alla finanza che furono funzionali al suo pensare e al suo agire come uomo di governo. E proprio questa concezione pragmatica della sua azione politica – oltre ai suoi meriti intellettuali, morali e relazionali – gli consentì di diventare il leader di quel processo storico denominato Risorgimento, come punto di equilibrio o di sintesi tra le diverse forze politico-culturali che contribuirono al rinnovamento del regno sabaudo prima e all’unificazione dell’Italia poi, in qualità di abile gestore dei processi politici senza eccessivi dogmatismi e schematismi ma con la capacità di adattamento al corso degli eventi nel rispetto delle finalità generali perseguite che, anch’esse, trovarono il modo di essere razionalizzate e governate strada facendo.

Questo tratto distintivo di Cavour va considerato come un riferimento fondamentale anche per le istanze di governo attuali, in un momento storico in cui è certamente importante che si possano affermare e anche recuperare valori e ideali, ma questi vanno declinati in una prassi che deve confrontarsi con un contesto di complessità e di globalità che comporta mutamenti di profonda intensità e discontinuità che possono essere del tutto comparati a quelli che si realizzarono non solo in Italia ma in tutta Europa nel corso della metà del XIX secolo, quando Cavour maturò e realizzò la sua missione storica.

La concezione pragmatica di Cavour ci permette anche di valorizzare una questione che è oggetto di dibattito attuale in merito alle qualità che i leader politici dovrebbero avere o che sono maggiormente richieste in questa fase storica. I suoi risultati furono il frutto della sua capacità distintiva di coniugare gli ideali e le visioni con un patrimonio di conoscenze intellettuali e di competenze gestionali e relazionali che furono il frutto non solo di qualità innate e del suo percorso formativo ma si svilupparono anche attraverso le sue vicende imprenditoriali. In altri termini, si può affermare che in Cavour si fusero le tre dimensioni dell’eccellenza professionale applicata al mondo della politica: il “sapere”, il “saper essere” e il “saper fare”. E tutto ciò si realizzò anche per alcune esperienze negative nel mondo imprenditoriale, e in alcuni momenti della sua vita politica, che, come tutti i veri leader, seppe superare e trasformare in nuove sfide da affrontare, dimostrando capacità di apprendimento e di cambiamento per sviluppare strategie diverse e più efficaci.

Questa considerazione generale sui tratti culturali di Cavour, ci consente di analizzare la valenza e la portata di un concetto chiave e ricorrente del suo pensiero – quello di “civiltà” – che egli indicò sempre come una delle sue finalità, insieme a quello di libertà, per come ebbe modo di manifestare fin dalla giovane età in una lettera allo zio Jean-Jacques de Sellon del marzo 1829, all’età di soli 19 anni: <<La causa della civiltà mi è cara più che a chiunque altro. Dedicherei volentieri tutta la mia vita per farla progredire di un solo passo>>.

Per Cavour l’istanza di libertà si doveva realizzare insieme a quella di civiltà perché questa condizione indicava la crescita e il miglioramento delle condizioni culturali, economiche e sociali, secondo la definizione sviluppata al tempo del Rinascimento, a cui si riferirono molti liberali risorgimentali, per ciò che rappresentò per la cultura e la storia italiana e per i suoi valori umanistici che concorsero a formare gli ideali politici e morali del rinnovamento liberale nell’Italia del XIX secolo, insieme a quelli illuministici che si andarono affermando dal secolo precedente.

Comunque, si deve ritenere che le istanze risorgimentali, oltre ai più generali obiettivi di progresso e di libertà, abbiano risposto anche al concetto di civiltà che si andò definendo già in quel secolo – e ancora meglio in quello successivo con i contributi del filosofo Oswald Spengler e dello storico Arnold Toynbee – come insieme dei tratti culturali, morali, politici, economici e sociali che concorrono a consolidare, qualificare e legittimare il senso di identità di una popolazione organizzata con proprie entità e autorità di governo. In questi termini, il concetto di civiltà deve essere più ampio e comprensivo del concetto di “identità”. Per una popolazione, l’identità riguarda le finalità e le ragioni fondanti ed esistenziali del suo senso di comunità e del suo organizzarsi come società. Il concetto di civiltà deve comprendere anche le qualità, le capacità, le attività e le modalità distintive con cui una popolazione si organizza come società strutturata e con cui persegue e realizza il suo senso di identità.

La definizione, l’affermazione e la valorizzazione dei profili di civiltà si devono ritenere le funzioni primarie della politica, soprattutto nei momenti in cui una popolazione si organizza inizialmente con proprie entità e autorità di governo o, successivamente, deve rispondere a profondi cambiamenti interni ed esterni che ne minacciano le logiche di esistenza e di funzionamento. E ciò ci porta a elaborare alcune osservazioni e riflessioni che riguardano la vicenda di Cavour, il corso della storia successivo all’Unità d’Italia e il momento attuale della politica e della società italiana.

In primo luogo – aldilà di una comprensibile dose di retorica che è stata utilizzata nel corso degli ultimi 150 anni e che ha caratterizzato anche le recenti celebrazioni per l’Unità d’Italia – il limite fondamentale che si può riconoscere alla politica italiana, nata con il Risorgimento e sviluppata fino ai decenni della Repubblica, è proprio quello di non essere riuscita a realizzare un condiviso profilo di civiltà e, per certi versi, neanche un vero senso d’identità di popolo e di nazione. Questo limite è alla base delle discontinuità che hanno caratterizzato la storia dell’Italia unitaria e della sua strutturale fragilità che perdura ai tempi attuali e che determina la sua incapacità di autoriformarsi in modo organico se non per interventi parziali che mostrano dopo qualche tempo di avere peggiorato le condizioni di funzionamento delle sue istituzioni e delle sue prospettive di sviluppo.

La capacità di autoriformarsi per elaborare nuovi e funzionali assetti istituzionali richiederebbe l’esistenza di un profilo di civiltà o, almeno, di un forte senso d’identità comune per definire gli interessi generali e collettivi su cui fondare un sistema politico più rispondente alle sfide del mondo contemporaneo. La stessa scelta della partecipazione dell’Italia all’Europa è stata governata ed è ora affermata come una sorta di soluzione necessitata dalle difficoltà del nostro paese di autoriformarsi e di superare l’incapacità di trovare le ragioni d’identità, ulteriormente minacciate dal contesto di globalizzazione che ridefinisce i paradigmi economici, sociali ed istituzionali.

Tenuto conto del consistente lasso di tempo intercorso – e del fatto che negli ultimi quasi 70 anni ci sia stato un regime repubblicano a contenuti più democratici e vi sia stata una forte crescita dell’economia e la possibilità di maggiore integrazione culturale e sociale – c’è da domandarsi se tutto ciò sia la conseguenza del modo in cui si realizzò il Risorgimento e se ciò sia riconducile al pensiero e all’azione di Cavour. Soprattutto, se si ritiene i problemi d’identità e di civiltà siano determinati principalmente dalle contraddizioni, ancora molto forti, tra il Nord ed il Sud del paese e per come si risolsero nel tempo i rapporti tra lo Stato e la Chiesa e di come quest’ultima abbia preteso di avere un ruolo di potere alternativo, e anche superiore, nella società italiana determinandone le evoluzioni politiche, surrogando la perdita del potere temporale a seguito dell’Unità d’Italia.

Per quanto riguarda la questione dei rapporti Stato-Chiesa, per tutto il periodo che ha portato al completamento dell’Unità d’Italia, fino all’avvento del fascismo, l’impostazione è stata quella della laicità affermata da Cavour e la “questione cattolica” si è formata, soprattutto, per la conseguente volontà del Papato di non riconoscere il possibile coinvolgimento di politici d’ispirazione cattolica nelle istituzioni di governo monarchiche che condizionò profondamente e negativamente anche le dinamiche politiche che portarono Mussolini al potereIl punto di svolta dei rapporti Stato-Chiesa riguarda una fase storica diversa e successiva, ben diversa dalle istanze liberali affermate da Cavour, e fu la ratifica dei Patti Lateranensi per volontà di Mussolini che li usò per rafforzare il suo consenso politico e anche per affermare la propria primazia politica sul Re che, fino ad allora, aveva mantenuto una posizione vicina all’impostazione che si era formata con l’Unità d’Italia. Da quel momento, sebbene senza più potere temporale, la Chiesa ha assunto un ruolo determinante nella vita dello Stato, prima sostenendo il consolidamento del Fascismo almeno fino alla fine degli anni ’30 e, poi, dopo la fine del secondo conflitto mondiale e l’avvento della Repubblica, sostenendo l’esistenza e l’azione della Democrazia Cristiana e, negli ultimi due decenni, riuscendo a condizionare le scelte di gran parte delle forze politiche che hanno avuto ruoli di governo.

Su questo tema – nell’ottica della crescita civile del paese, di maturità degli assetti dello Stato e di autonomia culturale delle forze politiche – si deve ritenere che la laicità affermata da Cavour fosse la condizione desiderabile e si deve ritenere che la ripresa di potere della Chiesa sullo Stato abbia contribuito all’indebolimento della politica italiana e, nel corso dei decenni più recenti, ha influenzato quasi tutte le forze politiche, anche quelle con valori distanti da quelle di matrice cristiana, che, caratterizzate dalla perdita dei fondamenti ideali e sociali e di un’autonoma ed efficace capacità di visione e di azione di governo, hanno inteso riferirsi alla Chiesa come fonte di legittimazione e di ispirazione per le proprie scelte legislative ed amministrative.

Per quanto riguarda, invece, la questione delle contraddizioni e divaricazioni tra il Nord ed il Sud del paese e, più in generale, sugli assetti di governo funzionali ad una migliore e maggiore integrazione tra i diversi territori che hanno formato l’Italia, la responsabilità di Cavour è più discutibile anche se bisogna riconoscere che la sua visione ed intenzione era per un processo graduale più limitato all’annessione di nuovi territori nel Regno d’Italia, ritenendo che, al momento in cui lui ebbe l’autorità di governo, non ci fossero le condizioni per un’espansione che comprendesse tutti i territori della penisola, in particolare quelli meridionali che erano caratterizzati da assetti economici, sociali e culturali diversi da quelli delle regioni settentrionali e centrali a cui lui si riferiva quando pensava ad un processo di liberazione e di unificazione nazionale.

In effetti, la posizione di Cavour sulle modalità di integrazione del Meridione dopo l’annessione fu molto incerta e, dopo un primo momento in cui indicò la volontà di concedere un certo grado di autonomia a questi territori, si determinò a forme più centraliste che sono continuate dopo la sua morte.

Questa scelta può essere spiegata, innanzitutto, dal fatto che Cavour era impreparato e confuso rispetto all’annessione del Meridione che avvenne in contrasto con le sue originarie visioni e intenzioni e fu determinata dall’azione di Garibaldi, con cui era in contrasto proprio sulle modalità di realizzazione del progetto nazionale, senza un suo coinvolgimento anche per volontà del Re che, da qualche tempo, mostrava verso Cavour un minore sostegno.

La scelta fu determinata anche dalla convinzione che si formò in Cavour, nel Re e in altri esponenti di governo, poco tempo dopo l’annessione e sulla base anche delle indicazioni che ricevettero dagli stessi luogotenenti regi, che il Meridione fosse in una condizione politica, oltreché economica e sociale, che non consentiva un’adeguata autonomia che avrebbe, invece, favorito le posizioni di coloro che erano contrari all’annessione sotto il comando di una monarchia lontana dalla storia e dalla cultura di quelle terre. A questo si può anche aggiungere che la Corona Sabauda rimaneva una monarchia proveniente da una tradizione autoritaria e provinciale che riemerse nel momento in cui si confrontò con la conquista di un territorio più ostile nei suoi confronti e che fino ad allora non aveva mostrato la volontà popolare di partecipare alla costruzione del Regno d’Italia, così come avvenne nei territori dove l’annessione ebbe luogo per via referendaria.

minghettiIn effetti, dal momento in cui vi furono le annessioni per via referendaria il governo Cavour iniziò ad elaborare un progetto sul modello di organizzazione dello Stato più adatto al suo efficace funzionamento e all’integrazione di diverse realtà territoriali. Nella cultura liberale, e di Cavour in particolare, era molto forte il valore dell’autonomia amministrativaIl Ministro dell’Interno di allora, Marco Minghetti, proprio per venire incontro alla volontà di Cavour di contrastare quella che lui definiva la “tirannia centralizzatrice”, elaborò un disegno di legge ispirato a un ampio decentramento amministrativo che prevedeva l’assegnazione alle istituzioni nazionali delle competenze in materia di politica generale, militare, estera e finanziaria e il decentramento del resto della Funzione Pubblica agli enti locali che sarebbero stati organizzati sulla base di entità regionali al cui vertice era previsto un governatore di nomina regia.

Tuttavia, il disegno di legge in oggetto dopo alcune discussioni e successive revisioni venne poi ritirato sotto la pressione di forti resistenze e di altre urgenze, soprattutto quelle legate alla realtà meridionale, che indussero Cavour e Minghetti a non affrontare una battaglia parlamentare ponendo anche con il voto di fiducia.

In ogni caso, dopo la scomparsa di Cavour, la classe politica italiana, senza distinzioni tra Destra e Sinistra, confermò il modello centralista. Solo nel 1881, lo stesso Minghetti, nel suo libro “I partiti politici e la ingerenza loro nella giustizia e nell’amministrazione”, provò a rilanciare la battaglia sul decentramento proponendo un modello semi-federalista, che prevedeva l’assegnazione alle istituzioni centrali dell’indirizzo generale politico interno ed esterno e la creazione di entità macroregionali a cui attribuire la gestione della gran parte delle politiche di bilancio pubblico.

Il progetto di Minghetti è interessante perché dimostra come fosse ancora urgente l’esigenza di dare vita ad un reale decentramento amministrativo, secondo la visione di Cavour, e come questo potesse realizzarsi mediante la creazione di macroregioni che avessero più forza istituzionale e, quindi, garantissero una maggiore capacità di autonomia amministrativa e, al tempo stesso, una maggiore forza dell’unità statale, mediante un rapporto virtuoso di cooperazione tra entità di governo che avessero un peso politico equivalente.

Tuttavia, anche questo progetto di Minghetti rimase solo a livello di dibattito culturale e non trovò alcuna declinazione legislativa non consentendo – se non con l’istituzione delle Regioni nel 1970, come indicato nella Costituzione, con forme che si sono rivelate del tutto burocratiche e controproducenti – l’introduzione di un vero modello di decentramento amministrativo che è certamente quello più funzionale non solo a realizzare un elevato grado di efficacia ed efficienza delle funzioni pubbliche ma anche a promuovere e valorizzare le istanze di identità e di civiltà comune, soprattutto in realtà statuali complesse formate da unità culturali, economiche e sociali molto diverse tra loro che in un sistema accentrato, paradossalmente, accrescono le loro differenziazioni e contrapposizioni.

È interessante rivedere il dibattito e le proposte sul decentramento amministrativo al tempo di Cavour e di Minghetti alla luce della realtà attuale in cui, da due decenni, questo è uno dei grandi temi dell’agenda politica italiana senza significativi cambiamenti se non con riforme parziali che, tuttavia, hanno peggiorato la situazione con effetti negativi sulla finanza pubblica e sul funzionamento complessivo dello Stato. D’altra parte, questo tema è prioritario anche in relazione alla crisi istituzionale ed economica a livello europeo ed ai modelli di organizzazione dell’Unione Europea che possono garantirne una maggiore forza politica per il raggiungimento di una vera ed efficace integrazione europea.

Ciò ci può portare a ritenere che la mancata attuazione del progetto di decentramento amministrativo elaborato da Cavour e Minghetti, sebbene difficile da realizzare in quel contesto e non ripreso dai loro successori, sia stata un’occasione persa per dare al nostro paese un migliore funzionamento dell’amministrazione pubblica, una maggiore integrazione tra le diverse entità territoriali, uno sviluppo economico più equilibrato e anticipato nel tempo e anche per formare una classe politica ed amministrativa più qualificata e diffusa sul territorio che un altro dei vantaggi prodotti dai modelli decentrati di organizzazione dello Stato.

Cavour capì meglio di altri l’importanza dello sviluppo economico per la realizzazione degli obiettivi di libertà politica e civile. Come si è visto, egli riteneva che le due dimensioni fossero strettamente interconnesse e senza una reale ed efficace modernizzazione dell’economia non sarebbe stato possibile affermare i valori e gli ideali di libertà individuale e sociale.

Il suo conservatorismo istituzionale, a fronte di un convinto liberalismo economico, porterebbe a dire che per Cavour ci fu il primato dell’economia sulla politica, confermato anche dal suo “attivismo” nelle iniziative industriali e finanziarie quando assunse ruoli di governo. D’altra parte, il suo stesso impegno diretto in politica, a differenza di altri portatori di grandi interessi economici, e l’opera più politica e diplomatica nella seconda parte della sua vita politica, determinante per il conseguimento dell’Unità d’Italia, fanno intendere che, nella sua visione, l’economia fu sempre vista come una funzione, e al tempo stesso una manifestazione, delle istanze di libertà civile e che tutto ciò si poteva realizzare solo attraverso la via politica e attraverso un disegno politico generale in cui l’economia doveva rispondere alle istituzioni di governo. In effetti, il suo stesso “interventismo” nell’economia, oltre a confermare la sua concezione pragmatica del liberalismo, fu la dimostrazione di come l’economia possa, e in alcune fasi debba, essere guidata e promossa dalla politica.

Questo punto ci porta ad alcune riflessioni rispetto alla realtà attuale che possono essere un ulteriore lascito dell’esperienza di Cavour. La sua concezione e la sua opera possono portare a ritenere che il liberalismo, affinché realizzi risultati efficaci, sostenibili e rispondenti all’interesse più generale, deve rispondere ad una logica pragmatica secondo cui le istanze di libertà – che, anch’esse mutano nel tempo – possono essere perseguite e consolidate mediante un rapporto interdipendente e dinamico tra la politica e l’economia in cui solo la prima può essere in grado di definire le condizioni con cui la seconda contribuisca positivamente e costruttivamente ai valori e agli ideali di libertà di un’intera società.

Questa considerazione trova quanto mai valore nella realtà attuale in cui ci si confronta con un quadro economico che ha risposto, negli ultimi due decenni, a un crescente liberismo, anche rafforzato dalle dinamiche della globalizzazione, a fronte di un progressivo indebolimento della capacità politica a livello nazionale ed internazionale, che ha contribuito allo stato di crisi attuale e che ha determinato, paradossalmente, la riduzione degli spazi di libertà civile e istituzionale con posizioni di autorità e di privilegio, irresponsabili ed incontrollate.

Tutto ciò ci porta a ritenere che il liberismo, nella sua concezione più radicale e avanzata e come tale “dogmatica”, sia in contrasto con i fondamenti del liberalismo secondo cui le logiche di mercato e di libertà economica debbano essere sempre commisurate alla loro capacità di garantire e, se possibile, rafforzare le istanze di libertà civile e istituzionale. E, tuttavia, ciò è possibile solo nella misura in cui l’economia si confronti con una politica guidata da soggetti portatori delle necessarie conoscenze e competenze, sia per quanto riguarda la comprensione e la conduzione dei processi di funzionamento e di sviluppo delle realtà di governo, sia per quanto riguarda le capacità d’ideazione e di attuazione dei processi di governo.

Questo argomento ci porta ad analizzare l’ultima questione, anch’essa di attualità nel dibattito politico, che riguarda il tema delle qualità e capacità della classe dirigente che ha la responsabilità di governo di un paese.

Secondo Cavour un paese dovrebbe essere governato dalle élite, anche nel rispetto del suo contesto istituzionale e storico in cui il potere rispondeva alla monarchia, alla sua Corte e ad una classe di “notabili” dell’aristocrazia, dell’alta burocrazia monarchica e della borghesia terriera. E, tuttavia, in Cavour ci fu la profonda convinzione – maturata nella seconda parte della sua vita rispetto a posizioni più avanzate dell’età giovanile – che le funzioni primarie di governo dovessero rispondere a una classe di “ottimati” che fossero formati a gestire gli affari della politica con maggiore competenza e indipendenza nell’interesse di tutta la società e non di singoli interessi e gruppi di potere.

Questa impostazione, secondo alcuni storici e politologi, è stata una delle ragioni che determinarono la crisi dell’Italia cosiddetta liberale con l’avvento del Fascismo, perché le istituzioni politiche di allora non erano in grado di rappresentare al meglio la nuova società che si era andata formando dopo il processo di industrializzazione della fine dell’800 e l’inizio del ‘900, soprattutto in quelle componenti emergenti del mondo economico e produttivo che dovevano essere i riferimenti della cultura liberale.

D’altra parte, si può anche dire che dal Fascismo ai tempi nostri questa impostazione élitaristica si sia riproposta sotto una forma diversa e, per certi versi peggiore, con l’affermazione e la perpetuazione di una classe politica “di professione” che vive esclusivamente e prevalentemente dell’attività politica ed è determinata da meccanismi di selezione ristretta per logiche di appartenenza e di connivenza. E così anche ai tempi della Repubblica, nel lungo termine questa logica ha prodotto una degenerazione della qualità e della capacità politica e il progressivo distacco tra le istituzioni di governo e le istanze dell’economia e della società, che ha determinato la crisi attuale, i cui sbocchi sono ancora imprevedibili.

La concezione di Cavour, tuttavia, prevedeva una classe di governo qualificata, non solo per censo e ruolo sociale, ma anche e soprattutto perché formata e competente, come lui stesso riuscì a rappresentare al meglio. Si può dire che Cavour fosse un sostenitore della figura del politico “professionale” e non professionistico, in quanto capace di coniugare le conoscenze e competenze tecnico-funzionali con quelle di conduzione politica, nel rispetto di precisi valori e ideali e di regole di condotta che garantiscano sui principi di responsabilità verso i cittadini come reali committenti dell’azione politica.

Questa visione cavouriana potrebbe essere considerata a fondamento della più moderna concezione “tecnocratica”, secondo cui le classi di governo devono rispondere principalmente a competenze tecniche ed essere svincolate dalle logiche finalizzate alla mera ricerca del consenso elettorale che possono determinare condizioni di degenerazione della qualità e della capacità politica. Impostazione che ha trovato fondamento in momenti del tutto straordinari della storia, legati alla costruzione di nuovi assetti istituzionali e politici, come fu per la fase dell’Unità d’Italia e nel periodo della Costituente repubblicana, e come si potrebbe ritenere sia l’attuale processo di costruzione dell’Unione Europea.

In realtà, l’impostazione strettamente tecnocratica può portare nel lungo periodo un distacco tra la politica e la società con conseguenze opposte alle premesse che la possono giustificare e contrasta con l’effettiva visione di Cavour che rispondeva alla volontà di affermare i valori di libertà e di civiltà che possono essere garantiti solo da sistemi istituzionali democratici che, tuttavia, devono funzionare secondo meccanismi di competizione e di qualificazione al fine di rimuovere i possibili rischi di conservazione delle forze politiche consolidate e degli apparati burocratici che gestiscono e controllano le istituzioni pubbliche.

Al di là delle pur importanti regole istituzionali, ogni sistema politico può conseguire e garantire condizioni di sviluppo e può accrescere le condizioni di benessere delle loro società se sono governate da classi dirigenti caratterizzate da capacità di visione, da profondi valori di libertà e di civiltà e da effettive capacità realizzative. Pertanto, il concetto di élite deve trovare fondamento anche nelle moderne realtà democratiche nella misura in cui questo termine è in grado di qualificare coloro che sono portatori di cognizioni, di visioni, di convinzioni qualificate e avanzate per attivare e promuovere i processi di governo a servizio dell’interesse generale.

Ed è per questo che – insieme alle spinte ricevute dalle dinamiche del contesto politico europeo e dalle trasformazioni economiche e sociali in atto – l’Unità d’Italia fu possibile perché condotta da una élite politica, economica e culturale che sentì la responsabilità di invertire il progressivo declino della realtà italiana attraverso un processo di cambiamento istituzionale e d’integrazione nazionale che, al di là degli ideali patriottici, rispondesse alle istanze di libertà politica e civile e favorisse una crescita economica e sociale per come si stava realizzando nel resto dell’Europa.

Questa élite, formata da straordinarie personalità, oltre a Cavour come maggiore interprete storico, fu capace di coniugare le istanze politiche con quelle culturali, economiche e sociali. L’Unità d’Italia vide la partecipazione di personaggi con diversi ruoli, posizioni, interessi, formazioni e visioni ma con comuni valori di libertà, di civiltà, d’innovazione, di dedizione che, sul piano non solo politico ma anche economico e culturale, dimostrarono uno dei tratti fondamentali di coloro che sanno contribuire positivamente allo sviluppo di una comunità: la volontà e la capacità di accettare le sfide e di impegnarsi con integrità e responsabilità per contribuire ad un benessere più generale.


corderoStefano Cordero di Montezemolo

economista d’impresa

presidente comitato scientifico Colap



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