La cultura dimenticata nel Paese di Dante e Leonardo. Una risorsa sprecata, l’impegno per un nuovo governo – S. Sfrecola

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botticelliRitorno spesso ad una frase di Camillo di Cavour, uno straordinario “statista europeo”, per dirla con il titolo un bel libro di Paolo Macry, grande uomo di governo: “Datemi un bilancio ben fatto e vi dirò come un Paese è governato”. Perché dall’ammontare degli stanziamenti iscritti in bilancio si deduce l’attenzione che la classe politica al governo riserva ad un determinato settore di interesse generale nell’ambito delle politiche pubbliche. Che nel caso della cultura denuncia un misero 1,1% del PIL, la metà della media dei paesi dell’Unione Europea; meno della Grecia, dove mancano persino farmaci e siringhe negli ospedali. Negli enti locali, poi, la falcidia delle risorse è ancora più pesante, con riduzione mediamente del 50% per musei e biblioteche. Le previsioni sono ancora più nere per quest’anno e per gli anni a venire. Chiuderanno altri musei, sarà impossibile accedere ad altre biblioteche.

Alcuni dati: per oltre 700 siti archeologici si contano poco più di 300 archeologi. Circa 400 storici dell’arte “curano” 3 mila musei e 100 mila fra chiese e cappelle. Dovrebbe essere la professione regina in un Paese che possiede la più gran parte del patrimonio storico artistico dell’umanità.

Per la cultura in Italia la disattenzione dei tempi nostri è suggellata da una infelice frase di Giulio Tremonti, allora Ministro dell’economia e delle finanze, secondo il quale (lo ha detto il 14 ottobre 2010) “con la cultura non si mangia”. Gli ha risposto Michele Ainis, costituzionalista, nell’introduzione al libro di Vittorio Sgarbi Il tesoro d’Italia – la lunga avventura dell’arte. Con la cultura “si mangia eccome quando i governi sanno apparecchiare la tavola”.

Eppure è sotto gli occhi di tutti che la cultura è parte essenziale dell’appeal che l’Italia vanta agli occhi del mondo e dei milioni di turisti che annualmente affollano i nostri musei, le aree archeologiche, che si iscrivono ai conservatori di musica e alle accademie d’arte per studiare o per perfezionarsi. E così nel corso dei secoli le scuole italiane vengono riconosciute come centri di alta formazione al di qua e al di là degli oceani. In migliaia vengono per imparare e specializzarsi. Tuttavia a livello politico scarsa è l’attenzione, quasi che l’interesse fosse solo dei docenti e degli studenti e non del Paese intero, nonostante sia evidente che chiunque si diploma in una scuola italiana si fa portatore della nostra cultura in terre lontane. È un ambasciatore dell’Italia nel mondo.

Nella cultura, infatti, si è formata la nostra identità nel corso dei secoli. “Il nuovo dell’Italia è nel passato”, titola un libro-intervista di Andrea Carandini del 2012 che si chiede come si possa progettare un futuro, anche il più audace e tecnologicamente spregiudicato, se non si è consapevoli del passato che ci ha preceduto ma che tuttavia perdura in noi. I beni culturali sono, con l’istruzione e la ricerca, non la ciliegina sulla torta, bensì la torta stessa dell’Italia futura. E continua: “Il nostro paesaggio sono gli avi, siamo noi, è il futuro dei nostri figli. Soltanto 83 generazioni ci separano dalla fondazione di Roma: sono queste generazioni le simboliche autrici delle nostre campagne e città. Non possiamo annientarle distruggendo in poco tempo millenni di fatiche e di ingegno”. Per Carandini fondamentale è l’art. 9 della Costituzione. “Il dettato è chiarissimo, splendido” scrive: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.

Eppure, si è chiesto Ainis, “lo Stato italiano quanto ne sa delle bellezze italiane? Ha la capacità di riconoscerle, e quindi di farle conoscere?”. Per catalogarle, prima di tutto, fondamentale per la conoscenza, per lo studio e per la fruizione. Per tutte queste funzioni mancano innanzitutto risorse e, pertanto, uomini e mezzi. Per cui definisce il censimento dei beni culturali “un’incompiuta”. Aggiungendo “non è un dettaglio irrilevante. Non a caso nel codice Urbani del 2004 la catalogazione precede ogni altra attività spesa per tutelare il patrimonio artistico. E a sua volta la tutela esprime il primo obbligo che la Costituzione assegna al nostro Stato; gli altri due si chiamano valorizzazione e promozione. Però se manca la tutela…avrai ben poco da valorizzare”. In particolare è imbarazzante il dato sui beni “nascosti” nei depositi: 40 milioni di pezzi.

È un autentico tesoro, non solamente per chi studia l’arte. È un tesoro nel senso autentico dell’espressione perché può produrre ricchezza. Come avviene ovunque. In Germania “rende” il doppio che in Italia determinando, tra l’altro, una rilevante occupazione che è di oltre un milione di addetti nel Regno Unito, più del doppio che da noi. E nessuno di questi paesi ha beni in quantità e pregio artistico paragonabili ai nostri. Anzi spesso statue e dipinti esibiti nei musei di mezzo mondo sono di autori italiani, come al Louvre o alla National Gallery di Londra, dove c’è molto di romano e di italiano.

Purtroppo l’insufficienza delle risorse finanziarie destinate alle “politiche della cultura” è una costante dei nostri bilanci, conseguenza dell’incapacità della classe politica di cogliere gli effetti positivi riflessi della presenza di studiosi, studenti e turisti. Effetti immediati e di lungo termine perché il settore della cultura si autoalimenta se iniziative appropriate vengono assunte da Parlamento e Governo. Invece, quando si ricercano risorse si taglia prima di tutto qui, a carico di uomini e mezzi.

Tagli, solo tagli che indignano le persone di cultura. Riccardo Muti, uno straordinario direttore d’orchestra, una icona della musica italiana nel mondo, è stato drastico. Per lui siamo di fronte a “una situazione tragica e ignominiosa, siamo ormai all’uccisione squilibrata, vile, assurda della nostra identità nazionale”. Parole durissime, pronunciate pubblicamente in un’occasione straordinaria, quella della rappresentazione del Nabucco - l’opera risorgimentale per eccellenza - a Roma nell’ambito dei festeggiamenti dei 150 anni dell’unità d’Italia. Ed aggiungeva: "I signori del governo dovrebbero rendersi conto che la cultura anche economicamente può essere importantissima". Per la verità va dato atto al Ministro Dario Franceschini, responsabile dei beni e delle attività culturali, cui è stato associato il turismo, che di cultura si alimenta in misura rilevante, di aver ripetutamente rivendicato il valore economico del settore di governo a lui affidato. Ma alle parole non sono seguiti i fatti. Anche perché se è vero che turismo e beni culturali sono legati è anche evidente che le attività turistiche appaiono una funzione residuale nel contesto ministeriale, soprattutto da quando nel 2001, con la riforma del Titolo V della Costituzione, la competenza è passata alle regioni. Motivo per cui, in mancanza di una visione strategica ed integrata delle varie opportunità esistenti nel Paesel’Italia è arretrata nella scala dei flussi turistici rispetto a Francia e Spagna, nostri primi concorrenti. Ma anche la Grecia dimostra crescenti capacità di accoglienza.

Solamente quest’anno si registra una timida ripresa del turismo, anche se siamo ancora lontano dai numeri degli anni in cui non temevamo concorrenza.

Servizi scarsi e inadeguati, compresi quelli di trasporto essenziali. Costi eccessivi di ristoranti ed alberghi, mancata valorizzazione di località che associano archeologia e musei ad un contesto ambientale straordinario. Vale per tutta l’Italia, il “bel Paese”, che non è solamente un formaggio.

Manca una visione strategica che individui, d’intesa con gli operatori turistici, percorsi alternativi in relazione a distinte tipologie di beni e ambienti, compresi gli itinerari religiosi che interessano tutta la Penisola, tra santuari e luoghi di culto minori, noti ma spesso inaccessibili. Ovunque è spesso insufficiente l’illustrazione delle opere e dei luoghi. Nei musei come nelle aree di interesse archeologico. A Roma capita spesso d’imbattersi in un’area recintata ingombra di erbacce, chiusa alla fruizione, senza nemmeno una targhetta che dica dove ci troviamo e perché sono importanti quelle mura, le colonne, le pavimentazioni.

Nel mondo, in paesi che hanno spesso ben poco e comunque quasi sempre incommensurabilmente di meno importante rispetto a quanto noi possiamo mettere a disposizione dei visitatori, si costruiscono percorsi culturali che valorizzano le singole località e l’intero paese abbinando storia, artigianato, gastronomia, un’impostazione che a noi riuscirebbe facilissima se solo qualcuno prendesse un’iniziativa intelligente, non di quelle finanziate solamente per far da sponda al politico locale, in località dove nessuno è interessato a recarsi. Come insegna l’esperienza di alcuni “recuperi” in località sperdute, rimasti senza visitatori e senza utilizzazioni di carattere culturale o sociale. La frase “il turismo è il nostro petrolio”, ripetuta spesso, è venuta a noia a molti. Ma è la verità. Come l’economia di alcuni paesi ruota intorno all’oro nero, per noi italiani, da Nord Sud, una intelligente valorizzazione del nostro patrimonio storico artistico assicurerebbe significative occasioni di crescita. Purtroppo non è così. Troppo poche le iniziative intelligenti capaci di attirare visitatori. Nell’incertezza di una politica efficace del turismo calano anche le sponsorizzazioni dalle quali ci si attendevano migliori risultati.

In questo panorama desolante c’è, tuttavia, qualche iniziativa che scalda il cuore. È il 1997 quando la legge n. 352 dell’8 ottobre (Disposizioni sui beni culturali) all’art. 10, comma 1, qualifica gli interventi in materia di beni culturali “investimenti”, allo scopo di sottolineare il collegamento virtuoso con lo sviluppo e la crescita economica del Paese anche perché il turismo interno ed internazionale mobilita un indotto rilevante in vari settori, dall’artigianato all’agroalimentare. Oltre ad assicurare un apporto all’occupazione particolarmente significativo, considerate le difficoltà di vasti settori dell’economia.

Ci si chiede spesso quanti posti di lavoro in giro per l’Italia in diverse attività possano essere assicurate da uno sviluppo delle attività turistiche e dall’indotto straordinario riguardante il made in Italy, dal settore manifatturiero a quello enogastronomico, punti di forza delle nostre esportazioni. Attività che vengono mantenute a livelli di qualità proprio dal turismo e che hanno un effetto moltiplicatore perché i nostri prodotti al seguito dei turisti testimoniano nei paesi d’origine il genio italiano e la capacità dei nostri imprenditori. In sostanza i turisti diventano ambasciatori dell’italianità nel mondo. Ne giovano le esportazioni ma anche la lingua e la cultura in genere che catturano le menti, da Dante a Michelangelo, passando per i tanti poeti, letterati, pittori, scultori e architetti dei quali non sarebbe possibile fare una graduatoria.

Ancora una legge “virtuosa”, la n. 291 del 16 ottobre 2003 (Disposizioni in materia di interventi per i beni e le attività culturali, lo sport, l’università e la ricerca e costituzione della Società per lo sviluppo dell’arte, della cultura e dello spettacolo - ARCUS S.p.a.”). Una società, dunque, allo scopo di promuovere e sostenere, sotto il profilo finanziario, tecnico-economico e organizzativo, progetti ed altre iniziative finalizzate alla realizzazione di interventi di restauro e recupero dei beni culturali ed altre azioni a favore delle attività culturali e dello spettacolo, nel rispetto delle attribuzioni costituzionali delle regioni e degli enti locali. ARCUS è un organismo “facilitatore”, chiamato a svolgere compiti di promozione e di sostegno di progetti ed iniziative di investimento, sia per il restauro ed il recupero dei beni culturali, sia per altri interventi a favore delle attività culturali e nel settore dello spettacolo. Il suo ruolo è stato di volta in volta compreso e valorizzato, ma anche compresso e ostacolato fino al tentativo della sua soppressione, poi rientrato, con previsione di un suo rilancio (art. 39, comma 1-ter, del d.l. 69/2013). E poiché ARCUS può promuovere la costituzione di imprese o assumere partecipazioni in iniziative strumentali rispetto all’oggetto sociale, ecco che il 28 settembre 2011 dà vita alla “Associazione parchi e giardini d’Italia” (APGI), soggetto nazionale privato senza scopo di lucro che, raccogliendo l’adesione delle diverse istituzioni pubbliche e private attive in Italia in questo settore, potrà altresì rappresentare il nostro Paese in seno alla Federazione Europea per i Parchi e Giardini (Parks & Gardens of Europe). Contestualmente la Società svolge un’opera di sensibilizzazione di altri soggetti pubblici e privati per stimolare azioni di co-finanziamento, in modo da ampliare la sua presenza in più settori culturali anche al fine del reperimento di disponibilità immediate ed una più rapida ed economica capacità d’impiego delle risorse, interventi che si caratterizzino come investimenti dotati di effettiva capacità innovativa, oggettivamente diversi rispetto a quelli rimessi all’azione ordinaria delle pubbliche amministrazioni di settore ma, soprattutto, in grado di fungere da volano e moltiplicatore della realizzazione progettuale, mediante l’attrazione di ulteriori risorse acquisite sul territorio da soggetti pubblici e privati che ne percepiscano la capacità di generare benefici sociali ed economici – diretti ed indiretti – per l’area interessata e per l’intero Paese. L’esperienza di questi anni ha dimostrato che gli interventi finanziati da ARCUS sono stati spesso aggiuntivi di altri promossi da associazioni ed istituzioni culturali ed economiche legate alle aree interessate dagli interventi culturali. Questo, tanto per le iniziative di restauro e di valorizzazione di immobili storici o di siti archeologici, quanto per iniziative musicali, teatrali e cinematografiche.

È peraltro caduta sin qui nel vuoto la sollecitazione con la quale ARCUS stimolava ANAS e Ferrovie dello Stato ad inserire in aree di servizio e nelle stazioni principali elementi archeologici locali, sull’esperienza degli ecomusei. Proposta di rilevante interesse culturale per far conoscere il territorio ai suoi abitanti con funzioni di stimolo per la crescita delle popolazioni locali, ma anche del turismo.

Manca una politica adeguata. E torna, dunque, inevitabilmente di attualità la distinzione di Bobbio tra “politica della cultura” e “politica culturale”, la prima intesa come “politica degli uomini di cultura in difesa delle condizioni di esistenza e di sviluppo della cultura”, la seconda come “pianificazione della cultura da parte dei politici”, per cui il filosofo torinese riteneva solamente la prima in sintonia con i principi dell’ordinamento liberale, mentre  la seconda rivela una volontà di asservimento di ciò che la Carta fondamentale dichiara essere espressione massima della libertà. Occorre, dunque, una nuova politica di gestione del patrimonio storico-artistico in funzione della cultura e del turismo, in una sinergia che sappia cogliere le molteplici opportunità che si presentano per un benessere diffuso e duraturo.


sfrecolaSalvatore Sfrecola

presidente di sezione della Corte dei Conti

già presidente dell’Unione Nazionale Magistrati Contabili