La minaccia jihadista si avvicina – A. Bono

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isisIl traffico di uomini è diventato una delle attività illegali più redditizie. Centinaia di migliaia di emigranti e profughi si affidano ogni anno alle organizzazioni create dai trafficanti in Africa, Medio Oriente, Asia e America Latina che provvedono a tutto: documenti falsi, la prima frontiera superata di nascosto – quella del paese di origine – le varie tappe, le soste negli hub, i centri dove confluiscono da diverse rotte gli emigranti, fino all’ultima incognita, per chi vuole entrare in Europa: la traversata del Mediterraneo o il superamento via terra di uno dei valichi di frontiera.

Il passaggio dalle coste del Nord Africa a quelle italiane costa da 1.500 a 3.000 dollari a cui vanno aggiunti migliaia di dollari, necessari a raggiungere dai paesi di origine i punti di imbarco: dall’Africa subsahariana, in media 2.500.


Grazie ai territori controllati dai gruppi jihadisti suoi alleati nel nord dell’Africa, in questo traffico si è inserito l’Isis, lo Stato Islamico fondato nel 2014 tra Siria e Iraq dal jihadista al Baghdadi, E’ soprattutto sulla Libia che l’Isis conta non soltanto per partecipare al traffico di uomini, ma anche per assicurarsi una base strategica da cui colpire l’Europa. Per questo motivo sta consolidando le proprie posizioni nel paese con l’aiuto di miliziani provenienti dalla Siria e da altri stati.

Il 24 agosto il governo della Nigeria ha avvertito gli Stati Uniti e altre nazioni che il gruppo islamista Boko Haram ha mandato in Libia più di 200 combattenti ben equipaggiati e che molti altri jihadisti nigeriani si apprestano a seguirli.


Intervistato il 31 agosto dalla Jamestown Foundation, l’esperto nigeriano di antiterrorismo Jacob Zenn ha commentato: “l’apertura delle rotte migratorie dalla Nigeria attraverso il Niger orientale fino alla Libia ha reso il viaggio di questi combattenti piuttosto semplice e l’Isis può facilmente permettersi di pagare i trafficanti per portare militanti e armi lungo questa rotta”.

Il primo settembre, sul quotidiano La Stampa, il giornalista Maurizio Molinari scriveva: È la prima volta che si ha notizia di un trasferimento di miliziani dalla Nigeria alla Libia per sostenere le operazioni di Isis e ciò lascia intendere che l’adesione al Califfo da parte di Boko Haram sta portando ad una cooperazione militare, probabilmente grazie al controllo delle rotte del Sahara attraverso il Niger. Fonti militari americane affermano che la tattica di Isis è operare in Libia controllando aree costiere e punti di confine nel deserto al fine di gestire traffici illeciti di uomini e merci da cui trarre ingenti profitti”.

“Jihad Watch”, il portale del David Horowitz Freedom Center, ha pubblicato il 6 settembre un articolo di Aaron Brown che riporta le dichiarazioni di una fonte, protetta da anonimato, secondo cui non solo l’Isis ormai partecipa con profitto al traffico di esseri umani attraverso il Mediterraneo, ma se ne serve per far arrivare in Europa i propri miliziani, mescolati agli emigranti e ai profughi. Sarebbero già più di 4.000 i combattenti trasferiti in Europa in questo modo.

Che la minaccia jihadista si avvicini all’Europa e prima di tutto all’Italia è più che un timore o una voce da confermare. È l’Isis stesso a vantarsene. In una intervista rilasciata al portale nigeriano di informazione Naji.com il 29 agosto Vincent Pollard, ex comandante di una unità di polizia antiterrorismo, commentava: “mentre sempre nuovi terroristi si riversano nel paese per sostenere l’Isis, i suoi leader si vantano sui social media dicendo che useranno la loro vittoria in Libia per invadere l’Italia e attaccare il Vaticano”.  Proclami bellicosi compaiono in effetti da tempo su internet accompagnati da immagini che mostrano, ad esempio, la bandiera dell’Isis sventolare sul Vaticano e i simboli religiosi cristiani rimpiazzati da quelli islamici. 

Le Cassandra che prevedevano la destabilizzazione della Libia e la sua apertura ai jihadisti in seguito alla caduta del colonnello Gheddafi dunque avevano ragione. Quanto alla situazione creatasi nell’Africa subsahariana, la nascita di gruppi legati ad al Qaida, alcuni dei quali ora affiliati all’Isis, il loro moltiplicarsi, la formazione di reti transnazionali di cellule jihadiste, i loro intrecci con gruppi antigovernativi armati e con trafficanti di droga, armi, uomini, avorio: tutto questo è successo sotto gli occhi del mondo intero, informato grazie ai satelliti che riprendono da anni convogli di trafficanti, ribelli e terroristi mentre attraversano savane e deserti trasportando armi, merci e uomini.  Qualche tentativo di impedirlo è stato fatto. Programmi militari e di intelligence internazionali sono stati avviati fin dal 2002-2003 quando gli Stati Uniti hanno varato la Pan Sahel Initiative e la East Africa Counterterrorism Initiative, due progetti che hanno coinvolto dieci stati africani. L’altro fronte di lotta è stata la cooperazione allo sviluppo: centinaia di miliardi di dollari destinati a modernizzare paesi arretrati e crearvi le condizioni affinchè le risorse naturali – petrolio, platino, diamanti, ecc. – diventassero un volano di crescita economica e sviluppo, togliendo ai terroristi gli argomenti – povertà, ingiustizie, malgoverno – con cui reclutano nuove leve di giovani nelle città sature di gente risentita e delusa.

Non è bastato. Molti gli errori, ma più di tutto ha contato la negligenza delle classi politiche africane troppo contaminate da corruzione e tribalismo. Così un nuovo problema si è aggiunto a quelli storici, e in gran parte irrisolti, del continente africano.

Per ora quelle al Vaticano sono minacce, formulate con toni arroganti, da bravata. Ma Isis e al Qaida alle porte dell’Europa sono realtà, e forse anche entro i suoi confini.

 

bonoAnna Bono

ricercatrice di storia e istituzioni dell’Africa

Università di Torino