Islam ed Europa, un problema indilazionabile – G. Valditara

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islamshariaLa guerra scatenata a Parigi da alcuni commandos islamisti non può continuare a lasciare indifferenti le coscienze più mature e avvertite. Affrontare in modo efficace il problema Islam non è dilazionabile. Dove sta il nocciolo della questione? Intanto sarebbe un errore tragico trasformare un problema religioso in una questione razziale o etnica. Per fare solo qualche esempio, Palermo è stata fondata dai Fenici al pari di Cartagine; il più grande santo cristiano, vissuto a Milano per molto tempo, sant'Agostino, era "tunisino"; uno dei più grandi storici e politici romani del basso impero, Aurelio Vittore, sostenitore del primato culturale di Roma e del rifiuto della estensione indiscriminata della cittadinanza, era nordafricano. Gli scambi e le contaminazioni, la manumissione degli schiavi e le immigrazioni hanno mescolato nei secoli i popoli del Mediterraneo. Occorre dunque combattere ogni forma di razzismo perché rischia solo di complicare la soluzione del problema, mettendo, paradossalmente, sul banco degli imputati proprio l'Occidente.

La questione è dunque culturale. In specie religiosa. Nel Corano accanto a messaggi di pace ci sono anche parole di grande violenza e discriminazione. Nel Vangelo non ci sono, nel pensiero laico e democratico occidentale non ci sono, nella interpretazione del Talmud nemmeno. Nel mondo islamico non vi sono mai state rivoluzioni laiche. La religione pervade tutta la società ed è impensabile nel mondo islamico il principio della laicità dello Stato e delle istituzioni. Questo spiega sia perché da 1400 anni, pur con alcuni periodi di pace, l'Islam abbia cercato in vario modo di soggiogare l'Occidente, di sottomettere, e convertire gli "infedeli", sia perché ancora oggi in molti Paesi arabi la sharia sia legge vigente o comunque condizioni in modo decisivo le leggi civili e penali.

A questo riguardo occorre introdurre una ulteriore precisazione: fino al VII secolo d.C. la gran parte dei paesi ora islamici era cristiana. La Siria è, con la Palestina, la culla del Cristianesimo. I Paesi del Nord Africa hanno dato i più grandi santi alla religione cristiana. Il Cristianesimo si era diffuso in modo pacifico, conquistando i cuori e le menti, non con la forza delle armi, che anzi vennero utilizzate proprio contro i martiri cristiani per difendere la precedente religione pagana e il suo rappresentante politico, l'imperatore romano. I musulmani hanno conquistato pezzi importanti di Europa, arrivando fino a Poitiers e sotto le mura di Vienna. Le incursioni dei pirati "barbareschi" sulle coste dell'Europa meridionale durarono fino al 1830 quando i francesi si decisero a conquistare Algeri. È vero, ci sono state le crociate. Ma nel loro spirito originario volevano liberare Gerusalemme rendendo possibile ai pellegrini cristiani di poter liberamente fare omaggio ai luoghi santi. Per i Cristiani Gerusalemme è come per i Musulmani la Mecca. Nessuna potenza occidentale ha mai pensato di conquistare la Mecca e impedire ai Musulmani il pellegrinaggio.

Il fatto che nel Corano compaiano parole come jihad e altro ancora spiega perché sia finora mancata una corrente islamica che abbia condannato concetti come guerra santa, pratiche come il taglione, o come la marginalizzazione della donna etc. Come ebbe a sostenere il presidente egiziano Al Sisi, è auspicabile che si apra anche nell'islam una revisione e interpretazione dei testi sacri compatibile con i principi di una civiltà democratica, libera, pacifica. Per quanto ci riguarda non dobbiamo  sottostare al ricatto della denuncia di islamofobia. Il pensiero libero occidentale è nato sulla critica della Chiesa e persino del cristianesimo, una critica anche dura. Non possiamo accettare censure alla critica verso l'Islam. La critica irriverente è ovviamente controproducente e sciocca. Occorre piuttosto una critica puntuale, intelligente, possibilmente costruttiva, non foss'altro che i musulmani sono 1 miliardo e 200 milioni e dunque una evoluzione religiosa compatibile con una pacifica convivenza fra i popoli è interesse di tutti.

Se dunque finora l'Islam, è stato sovente vissuto dai suoi adepti nel corso dei secoli come religione "aggressiva", portatrice di valori conflittuali con quelli della civiltà romano-giudaico-cristiana e a maggior ragione di quella illuminista, come difendere il nostro modello di civiltà? Intanto è lecito difendere un modello di civiltà? La mia risposta è sìIl principio democratico si fonda sulla sovranità dei popoli, ogni popolo nel proprio territorio è sovrano. È del resto un principio naturale: ogni persona, ogni famiglia a casa propria decide come vivere. È un principio sacrosanto di libertà. Questo comporta, ovviamente, che si debba rispettare anche la volontà dei popoli di religione islamica. Non solo quelli del Marocco, della Tunisia, dell'Egitto. Ma persino quelli che vivono in un regime teocratico che nega alla radice i diritti umani, come l'Arabia Saudita. L'Occidente ha diritto di interferire e di intervenire solo quando da quei luoghi parta una minaccia alla sua stabilità e libertà. La tolleranza verso le altre culture arriva fino al punto in cui le altre culture pretendano di annientare la nostra, o comunque fino al punto in cui vi sia il rischio di perdere o di veder indeboliti i nostri pilastri valoriali e i nostri elementari stili di vita. È concreto il pericolo che tutto questo accada? Le minoranze musulmane in Europa sono ormai numerose, ma soprattutto crescono a vista d'occhio. Solo in Francia i musulmani sono 6 milioni, il dieci per cento circa della popolazione. In Italia, che pur non ha un lascito coloniale significativo, sono 1.7 milioni. Negli ultimi anni la questione islamica si è ulteriormente aggravata a seguito di una autentica "invasione" di immigrati provenienti per la massima parte da aree di religione musulmana. Questo è avvenuto a seguito di due fenomeni la cui responsabilità è peraltro in buona misura di leader occidentali: la caduta del regime di Gheddafi, che garantiva, ancorché a "pagamento", un baluardo contro immigrazioni devastanti e la guerra e il terrore scatenati da Isis. Ora Gheddafi è stato destituito e ucciso per volontà principalmente di Sarkozy e di Obama, pur con diverse motivazioni. L'affermarsi di Isis è stato possibile grazie ai cospicui appoggi e finanziamenti di paesi e ricchi uomini d'affari del golfo, ma anche della Turchia di Erdogan, senza trascurare la benevolenza goduta in una fase iniziale presso gli Usa in funzione anti-Assad.

Per quanto riguarda l'Italia le vicende della immigrazione clandestina sono chiare e incontrovertibili. Nel 2002 gli sbarchi furono 23.719, scesi a 14.331 nel 2003 e a 13.635 a seguito della politica di contrasto del governo Berlusconi e della applicazione della legge Bossi-Fini. Risaliti a 22.939 nel 2005 toccarono il picco con il governo Prodi nel 2008: 36.951. La svolta avvenne tuttavia a seguito dell'accordo con Gheddafi: nel 2009 gli sbarchi crollarono infatti a 9.573 e nel 2010 addirittura a 4.406. Destabilizzata la Libia gli sbarchi salirono fino alla quota record di 64.261 unità nel 2011 per raggiungere quota 170.000 nel 2014. Le prospettive sono sempre più allarmanti. C'è chi parla di una prospettiva di crescita degli sbarchi in Italia fino a 500.000 unità. Due considerazioni: l'evoluzione delle vicende migratorie dimostra che è falso che l'immigrazione clandestina sia un fenomeno ineluttabile contro cui si può fare ben poco. L'immigrazione clandestina può essere controllata con politiche intelligenti, interne ed estere. I numeri attuali sono da autentica invasione. Soprattutto si tratta di numeri non rispondenti alle nostre necessità economiche, non coerenti con la tipologia di immigrazione per noi necessaria e assai gravosi sotto il profilo finanziario e sociale. La questione è peraltro aggravata, per quanto qui riguarda, sia dal fatto che la maggior parte dei migranti è di religione musulmana, sia dal fatto che, come hanno rivelato fonti di intelligence e come è successo in molti casi e in particolare nel caso dell'atto di guerra di Parigi, insieme con persone disperate e pacifiche sono sbarcati anche guerriglieri islamisti.

In questo contesto sarebbe irresponsabile approvare una legge che introduca lo ius soli. Alla Camera è stata invece approvata una proposta di legge per cui saranno cittadini italiani per nascita i figli, nati nel territorio della Repubblica, di genitori stranieri almeno uno dei quali abbia un permesso di soggiorno Ue di lungo periodo, e cioè che sia in Italia da almeno 5 anni. Possono ottenere la cittadinanza anche i minori stranieri nati in Italia, o entrati entro il dodicesimo anno, che abbiano frequentato regolarmente per almeno cinque anni uno o più cicli presso istituti del sistema nazionale di istruzione, o percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali. Non si prevede peraltro il requisito della rinuncia alla precedente cittadinanza: avremo dunque in prospettiva milioni di persone con doppia cittadinanza, fedeli a due Paesi e a due culture. In virtù della legge sullo ius soli c'è dunque da aspettarsi che la gran parte dei nati in Italia di origine straniera divenga cittadina non per scelta del Paese ospitante, ma per decisione discrezionale di un genitore dell'immigrato. Quale è la situazione relativamente alle nascite? Nel 1994 i nati di origine straniera erano 1.5% del totale, un numero senz'altro integrabile. Nel 2003 erano saliti al 6.2%. Nel 2013 sono aumentati alla cifra record di ben il 15.1%. Non vi è stato anno in cui vi sia stata diminuzione: 1.7 nel 1995, 2.0 nel 1996, 2.5 nel 1997, 3.2 nel 1998, 4.0 nel 1999 e per venire agli ultimi anni: 10.3 nel 2006, 11.4 nel 2007, 12.6 nel 2008, 13.6 nel 2009, 13.9 nel 2010, 14.5 nel 2011, 15 nel 2012. Stanti questi ritmi di crescita è prevedibile che fra dieci anni i nati di origine straniera siano almeno il 25%. Questo significa che per la metà del secolo oltre la metà della popolazione residente in Italia sarebbe di origine straniera. Quali sono le percentuali di appartenenza religiosa fra gli immigrati in Italia? Ci si riferisce ovviamente agli immigrati regolari. Il 33.1% dei maschi immigrati è di religione musulmana, solo il 21.8% di religione cattolica. Fra i clandestini e gli asilanti, le percentuali a favore della religione musulmana si alzano in modo impressionante. È evidente dunque che se passa la legge sullo ius soli possiamo attenderci nei prossimi decenni una minoranza di islamici sempre più consistente, fino a diventare in prospettiva maggioranza dopo la metà del secolo. Questo anche considerando la natalità assai più elevata fra i cittadini italiani di religione musulmana rispetto al resto dei cittadini, atei o appartenenti ad altre religioni.

Quali esempi storici abbiamo di fronte dal punto di vista degli equilibri demografici e dei rapporti fra musulmani e cristiani? Casi paradigmatici sono Libano, Siria, Giordania. All'inizio del '900 i cristiani erano in Libano oltre il 60% della popolazione. Nel censimento del 1932 risultano ancora pari al 56%. Oggi alcune stime parlano di meno del 30%. In Siria agli inizi del '900 i cristiani erano il 20% della popolazione, si sono ridotti ora a poche centinaia di migliaia su oltre 17 milioni di abitanti. In Giordania erano il 18% sono oggi il 6%. Questo senza considerare la Turchia dove vivevano circa un 30% di cristiani fino alla prima guerra mondiale mentre oggi sono circa 100.000 su 77 milioni di abitanti. Molti vennero espulsi, scambiati con i turchi di Grecia o sterminati come nel caso degli Armeni. In tutti i Paesi del Medio-oriente la differenza notevole di natalità, e le persecuzioni a danno dei cristiani hanno giocato un ruolo decisivo nel cambiamento radicale dei rapporti demografici. Non dimentichiamo del resto la profezia di Boumedienne: con il ventre delle nostre donne domineremo l'Europa.

Che fare dunque? Fino a quando non si darà una interpretazione del Corano compatibile con i valori democratici e liberali delle società occidentali spostamenti demografici significativi a favore delle popolazioni musulmane mettono a rischio la stabilità, la pace e la libertà dell'Occidente. Alcune avvisaglie sono inquietanti, a parte la crescente conflittualità nelle banlieue e gli episodi di terrorismo quando non di guerra. In Gran Bretagna le comunità islamiche applicano la sharia. In Germania, come già in Gran Bretagna, gruppi di fanatici hanno istituito ronde che minacciavano donne anche cristiane intimando loro come vestirsi e come "seguire" per strada il partner. Un sondaggio fatto da Al Jazeera e riportato da La Stampa, pur con tutta la approssimazione di sondaggi televisivi, avrebbe dato un consenso dell'80% a Isis. 

I Paesi europei hanno diritto di mettere le comunità islamiche dinanzi ad una alternativa: ripudiare con chiarezza quella interpretazione del Corano che è incompatibile con i nostri principi costituzionali, ripudiare dunque i concetti di guerra santa, di sottomissione degli infedeli,  di inferiorità della donna, della legittimità del taglione. Al riguardo sarebbe opportuno introdurre una specifica forma di reato. Ciò si fece in vario modo in Germania contro nazisti e comunisti, in particolare con il Berufsverbot. Si è fatto in Italia contro fascismo, nazismo e razzismo. Chi crede nella legittimità della guerra santa deve avere solo due alternative: andarsene o finire in galeraSarebbe anche opportuno prevedere la revoca della cittadinanza sia per coloro che siano condannati per propaganda islamista, sia per coloro che si rendano responsabili di gravi reati contro la comunità nazionale ovvero di terrorismo internazionale. Nel frattempo occorre non approvare leggi che portino a meccanismi di attribuzione della cittadinanza in cui non si può scegliere chi entra a far parte della comunità italiana, ma lo si subisce. Occorre altresì eliminare le cause della immigrazione clandestina: principalmente caos libico e stato islamico in Siria. E infine si deve favorire una immigrazione disponibile ad integrarsi e ad accettare i principi fondamentali della civiltà occidentale.


valditarasmallGiuseppe Valditara

professore ordinario di diritto privato romano

Università degli Studi, Torino

già preside dell’ambito di  giurisprudenza dell’Università Europea di Roma