L'alterazione dei principi del federalismo fiscale e i rischi per la democrazia locale - L. Antonini

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federalismofiscale2Un recente sondaggio pubblicato da Pagnoncelli sul Corriere della Sera (Politica e sprechi: dopo le Regioni crisi di fiducia anche per i sindaci, del 19.10.2015) mostra come i cittadini italiani stiano perdendo fiducia nei confronti delle amministrazioni locali.

Il dato non sorprende: era un esito prevedibile in un sistema che negli ultimi anni ha fatto di tutto per mettere in crisi quella democrazia locale che pure ha costituito un valore fondamentale nella storia delle nostre istituzioni: per effetto di alcuni anni di perpetrata omissione di un serio esercizio centrale del ruolo di coordinamento della finanza pubblica si sta infatti assistendo al duplice risultato di una larvata destituzione del municipalismo italiano e di un progressivo smantellamento dello stato sociale.

L’evoluzione che si è verificata nel sistema di finanza locale negli ultimi anni ha infatti delineato un assetto che, per stratificazioni successive e per complicazioni interattive, ha profondamente alterato i principi del federalismo fiscale municipale. L’esito della crisi finanziaria, infatti, non è stato, in Italia, semplicemente un processo di ricentralizzazione di funzioni o di risorse, che poteva anche trovare una qualche giustificazione in ragione dell’emergenza, ma una profonda e ingiustificata alterazione dei principi fondamentali che da sempre ed ovunque riguardano l’autonomia fiscale degli enti territorialiIn Italia negli ultimi anni e quindi nell’assetto attuale si è quindi determinato un quadro di finanza locale insostenibile, fonte di inaudite complicazioni e di gravissime alterazioni dei presupposti che permettono l’ordinato sviluppo del sistema fiscale e delle stesse autonomie locali.

La Copaff (Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale) ha al riguardo recentemente approvato un rapporto sulla distribuzione delle misure di finanza pubblica, che certifica per la prima volta e in modo condiviso tra tutti i livelli di governo, la distribuzione dei tagli delle ultime manovre di finanza pubblica. Dal Rapporto emerge con evidenza che i tagli si sono scaricati prevalentemente sugli enti territoriali. Si tratta di un dato estremamente importante che trova conferma in quanto ormai in più occasioni affermato dalla Corte dei Conti e recentemente nella delibera del 29 dicembre 2014, Relazione sulla gestione finanziaria degli enti territoriali, dove viene chiaramente precisato che al comparto degli enti territoriali è stato richiesto, nelle manovre degli ultimi anni, uno sforzo di risanamento non proporzionato all'entità delle loro risorse, in base a scelte andate “a vantaggio degli altri comparti che compongono il conto economico consolidato delle amministrazioni pubbliche.” Ed ha quindi auspicato (ma non è avvenuto) che “futuri interventi di contenimento della spesa assicurino mezzi di copertura finanziaria in grado di salvaguardare il corretto adempimento dei livelli essenziali delle prestazioni nonché delle funzioni fondamentali inerenti ai diritti civili e sociali”.

In effetti, nello sviluppo normativo della legislazione statale degli ultimi anni è evidente un fenomeno di abnorme deresponsabilizzazione dello Stato, che, chiamato ad assumersi la responsabilità di una riduzione dei Lea a seguito del venir meno delle risorse disponibili, ha scelto invece la strada di lasciare, da un lato, invariati i Livelli essenziali delle prestazioni dei diritti sociali (Lea e Lep), o peggio ancora di nemmeno definirli in molte materie come l’assistenza sociale, e dall’altro di perpetrare un sistema di tagli lineari, in ciò venendo meno ad un corretto esercizio di quella funzione di coordinamento della finanza pubblica che è invece richiesto dall’art.117, III, comma.

Se quindi  a metà del 2010 un rapporto al Parlamento italiano della stessa Copaff si poteva intitolare L’albero storto, con riferimento alle disfunzioni e alla deresponsabilizzazione di molti enti territoriali, oggi è possibile rovesciare la considerazione e parlare dell’albero storto per definire la situazione della finanza statale, che è rimasta in gran parte esente dal processo di spending review: i lavori sulla revisione della spesa centrale statale sono stati insabbiati e nemmeno pubblicati, né sono stati elaborati meccanismi di definizione della spesa giustificata analoghi ai costi e fabbisogni standard introdotti invece per gli enti territoriali.

Da questo punto di vista, la deresponsabilizzazione maggiore è oggi ravvisabile nel modo con cui il governo centrale gestisce la finanza pubblica: oltre a quanto già detto sulla mancata definizione o aggiornamento di Lea e Lep, basti pensare a casi emblematici di riduzione delle imposte statali finanziati in gran parte con tagli draconiani agli enti territoriali. Il governo centrale si assume il merito e la popolarità di aver ridotto le imposte, mentre sugli enti territoriali scarica la responsabilità (in tutti quei casi in cui non vi sono sprechi commisurati all’entità del taglio subito) di ridurre i servizi sociali o di aumentare la pressione fiscale locale.

In questa dinamica vengono compromessi il pluralismo istituzionale e l’autonomia territoriale, che per quanto – a volte anche giustamente – denigrati, rimangono pur sempre principi costituzionali cui sono connessi valori di democrazia e anche di efficienza. Bisogna prestare attenzione a non buttare con l’acqua sporca anche il bambino: l’esito finale di questo processo è stata, infatti, una progressiva delegittimazione degli enti locali, il venir meno di ogni serio principio di accountability e l’impossibilità quindi non solo di stabilire un corretto rapporto tra contribuente locale e amministrazione, ma anche di un’adeguata gestione della stessa autonomia.

Tempo fa Gobetti, in un suo scritto, volle precisare che “il contribuente italiano paga bestemmiando lo Stato; non ha coscienza di esercitare, pagando, una vera e propria funzione sovrana”. Il rischio che il contribuente italiano si trovi, per colpa dello Stato, a pagare le imposte “bestemmiando” il Comune, dovrà essere valutato con attenzione. E’ nella consapevolezza del fallimento di questa evoluzione che avrebbero dovuto muoversi le ipotesi di riforma del sistema della finanza locale con la prospettiva, annunciata per la prossima della legge di stabilità, della sostituzione dell’attuale sistema con una local tax. Tuttavia, le proposte concretamente elaborate per la legge di stabilità 2016 non sembrano muoversi nella giusta direzione. E’ utile, per dimostralo, ricordare le linee essenziali della evoluzione che ha interessato il nostro sistema di finanza locale fino all’approvazione della legge n. 42 del 2009, che ha costituito un importante punto di approdo, poi successivamente travolto, nell’attuazione dell’art. 119 della Costituzione.  

 

1. Il disegno originario della legge n. 42 del 2009

Uno degli obiettivi del federalismo municipale previsto dalle legge n. 42 del 2009 era quello del principio di correlazione, diretto a garantire la massima possibile coincidenza tra la cosa amministrata e la cosa tassata. Per raggiungerlo, il d.lgs. n. 23 del 2011 stabilì, conseguentemente, lo spostamento dell’asse del prelievo sul comparto immobiliare, dallo Stato ai municipi, rafforzando in modo considerevole la loro autonomia impositiva e segnando una svolta importante rispetto alla finanza derivata. I tributi statali e municipali che a vario titolo e forma insistevano sul comparto immobiliare vennero cosi concentrati in un’unica imposta “Municipale”.

In questa ottica il decreto prevedeva, a decorrere dall’anno 2014, l’istituzione di due nuove imposte per il finanziamento dei Comuni, l’imposta municipale propria e l’imposta municipale secondaria. Obiettivo primario dell’Imu, assieme all’imposta municipale secondaria, era quello di semplificare il farraginoso catalogo delle imposte locali. La relazione presentata dal Governo alle Camere il 30 giugno del 2010 aveva messo in evidenza l’esistenza di tredici tributi e canoni locali, quattro addizionali comunali, una compartecipazione. Il sistema locale si alimentava, quindi, fino a quel momento storico, attraverso diciotto diverse fonti di entrata, stratificate nel tempo e con diverse sovrapposizioni.  L’applicazione di questi tributi in ragione della frammentazione, della complessità di applicazione e delle palesi difformità applicative da parte degli enti locali, aveva dato luogo ad un vasto contenzioso pendente avanti le commissioni tributarie, la magistratura ordinaria, la magistratura di legittimità e la stessa Corte Costituzionale.

federalismofiscaleL'Imu, principale e secondaria, introdotta con il d.lgs. n. 23 del 2011 avevano quindi lo scopo di semplificare il sistema; peraltro, a tal fine, per evitare una eccessiva frammentazione delle discipline la legge n. 42 del 2009 limitava ai soli Comuni di maggiori dimensioni la possibilità di manovrare le aliquote (art. 11, co. 1, lett. b). L’Imu principale, infatti, sostituiva, per la componente immobiliare, l’imposta sul reddito delle persone fisiche e le relative addizionali dovute in relazione ai redditi fondiari attinenti ai beni non locati e l’imposta comunale sugli immobili (Ici). L’imposta era dovuta annualmente in ragione di un’aliquota fissata nella misura dello 0,76 per cento. I comuni potevano intervenire su detta aliquota in aumento o in diminuzione, sino a 0,3 punti percentuali e prevedere che l’aliquota fosse ridotta fino alla metà nel caso in cui avesse ad oggetto immobili posseduti dai soggetti passivi dell’imposta sul reddito delle società. Si trattava, dunque, di un intervento con rilevanti effetti di semplificazione per le amministrazioni e per i cittadini perché con questa prospettiva di riforma venivano eliminate o accorpate dieci delle diciotto forme di prelievo locale esistenti, creando una nuovo quadro di tracciabilità delle imposte.

Accanto alla nuova imposta, il cui gettito era destinato (come sembrerebbe ovvio ma così non è vista l’evoluzione successiva) ai Comuni, la riforma prevedeva la riduzione dei trasferimenti erariali ai Comuni e l’istituzione di altre compartecipazioni a favore degli stessi, fino a coprire 11 miliardi di euro, potenziando così il grado di autonomia e riducendo quello di finanza derivata. Si trattava quindi di un processo particolarmente lineare, diretto a favorire non solo semplificazione e correlazione, ma anche l’accountability perché si coordinava con l’altra importante novità della legge n. 42 del 2009: i fabbisogni standard (d.lgs. n. 216 del 2010). In questo modo il contribuente locale, a fronte della semplificazione e della correlazione, avrebbe potuto verificare con trasparenza, attraverso i fabbisogni standard, il versante della spesa comunale giustificata, con una nuova possibilità quindi di controllo democratico dell’azione delle amministrazioni locali.

 

2. Il decreto Salva Italia travolge l’impianto del federalismo fiscale

Il quadro normativo appena descritto, tuttavia, è stato completamente stravolto nei successivi interventi normativi che si sono susseguiti a partire dal decreto Salva Italia del governo Monti (d.l. n. 201 del 2011): da quel momento si è persa ogni linearità di sviluppo in base ai principi fondamentali di ogni federalismo fiscale e il legislatore si è ritrovato nella parte dell’ “apprendista stregone” che ha perso letteralmente il controllo della situazione, cercando, inutilmente, con continue modifiche di rispondere alle varie inefficienze che man mano venivano alla luce. Così l’Imu, nel pur breve arco temporale che va dal 2011 (anno della sua comparsa nell'ordinamento ad opera del decreto legislativo sul fisco municipale) ad oggi, è stata oggetto di ben nove modifiche (d.l. n. 201 del 2011; l. n. 228 del 2012; d.l. n. 54 del 2013; d.l. 102 del 2013; d.l. n. 133 del 2013; l. n. 147 del 2013; d.l. n. 16 del 2014; d.l. n. 47 del 2014; d.l. n. 88 del 2014). Soprattutto, è con il c.d. decreto legge Salva Italia (art. 13, d.l. n. 201 del 2011) che l’Imu originaria viene trasformata nell’imposta più irrazionale del sistema tributario italiano, creando una quantità di problemi raramente registrata nella storia del nostro sistema tributario. L’imposta, pur mantenendo la denominazione di imposta “municipale”, non lo era più, perché la metà del gettito sulle seconde case (9 miliardi) veniva assorbito dallo Stato. Non solo: i Comuni perdevano di fatto anche il gettito derivante dall’estensione alle prime case (3,8 miliardi), perché il decreto legge Salva Italia aveva ulteriormente tagliato il fondo di riequilibrio destinato ai Comuni per altri 5,65 miliardi. In aggiunta, venne introdotta anche la Tares. Conseguentemente, la nuova Imu si configurava come un’imposta più che raddoppiata rispetto alla vecchia Ici, soprattutto per effetto delle rivalutazioni catastali e dell’inclusione della prima casa. Ciononostante, non comportava alcuna risorsa aggiuntiva per i servizi municipali, perché i Comuni ricevevano meno gettito addirittura rispetto alla vecchia Ici. In questi termini, sia la tracciabilità del tributo, sia l’accountability furono gravemente compromesse (rendendo di conseguenza anche più complicata l’operatività dei fabbisogni standard sul versante della spesa, in quanto diretti proprio a rafforzare l’accountability indicando la spesa giustificata per i servizi locali).

E' evidente che, così configurata, l’Imu del Governo Monti presentava evidenti profili di irrazionalità e di contrarietà rispetto al disposto costituzionale. Come è noto, l’art. 119, co. 3, Cost. stabilisce che gli enti territoriali “dispongono di compartecipazioni al gettito di tributi erariali riferibile al loro territorio”. Se da un lato il dettato costituzionale contempla, dunque, la compartecipazione a tributi erariali da parte di Comuni e altri enti territoriali non prevede il contrario: non è infatti in alcun modo contemplata la compartecipazione dello Stato su un tributo locale, né esiste in nessun sistema al mondo un’ipotesi del genere. Si tratta di una radicale alterazione dei principi fondamentali del federalismo fiscale: stabilire che una quota pari addirittura alla metà del gettito dell’Imu sulle seconde case sia assorbita dallo Stato significa, infatti, alterare radicalmente la ratio di quella che risulta essere la principale imposta municipale, con conseguente vulnus alla Costituzione. Questo in quanto le amministrazioni comunali continuano a mettere la faccia di fronte agli elettori con la esazione dell’imposta (che continua a chiamarsi “Municipale”), ma gli elettori non vedono nessun miglioramento nei servizi municipali, perché il Comune non riceve alcuna risorsa aggiuntiva: il maggior gettito, infatti, viene incassato dallo Stato. Si tratta di un assetto che rappresenta la contraddizione di ogni logica scientifica della teoria del federalismo fiscale. Si genera addirittura un federalismo fiscale al contrario: se la sua ratio è infatti responsabilizzare i livelli locali, in questo modo si realizza invece un processo che non solo non raggiunge questo risultato, ma determina una sostanziale deresponsabilizzazione dello Stato in ordine alle risorse prelevate dal (e al) Comune.

 

3. La legge di stabilità per il 2013 complica ulteriormente le cose

Nella legge di stabilità 2013 si cambiò nuovamente il quadro stabilendo la soppressione della «riserva dello Stato» dell’Imu sulle seconde case e l’abrogazione delle compartecipazioni ai tributi immobiliari statali che alimentavano il Fondo di riequilibrio. La riserva allo Stato si spostò, quindi, sull’intero gettito dell'Imu dovuta su capannoni industriali e opifici (gli immobili a uso produttivo classificati nel gruppo catastale D), calcolato ad aliquota standard dello 0,76%. I Comuni potevano poi aumentare fino a 0,3 punti percentuali l'aliquota standard dello 0,76% sugli immobili a uso produttivo, portandola quindi fino a un massimo di 1,06%, trattenendo il relativo gettito. Nel complesso, quindi, si trattò di una soluzione tutt’altro che soddisfacente, inidonea, data la permanenza della riserva allo Stato di una quota dell’imposta, a riportare a razionalità il sistema dell’imposizione locale. La municipalità dell’imposta rimaneva quindi sempre gravemente parziale, perché una quota, quella relativa alle imprese, era pur sempre assegnata allo Stato (non venne quindi istituita, come invece aveva caldamente raccomandato la Copaff, una vera e propria separata imposta statale sulle imprese), perpetrando quella commistione tra finanza statale e comunale che non si rinviene in nessun sistema federale. In definitiva, la legge di Stabilità 2013 cristallizzò il criterio della riserva allo Stato dell’intero gettito dell'Imu dovuta su capannoni industriali e opifici, lasciando ai Comuni l'Imu sulle case.

Tra le altre criticità soprattutto stava, inoltre, il fatto che venne definitivamente tolta quella possibilità, prima rimessa ai Comuni, di dimezzare l’Imu sulle imprese. La manovra comunale poteva ora essere attuata solo in aumento, consentendo ai Comuni con forti insediamenti industriali nel loro territorio di continuare ad attingere alle relative basi imponibili. Nella nuova versione, quindi, abrogando tale possibilità, si è prodotto inevitabilmente un aumento di pressione fiscale a carico delle imprese. Ma non solo. Questo revirement normativo, dato lo spostamento delle basi imponibili di spettanza statale e comunale, rese sempre più complicato quantificare i gettiti e calcolare le aliquote di equilibrio.  L'opzione del legislatore, vero e proprio “apprendista stregone”, per risolvere a priori questo possibile contenzioso con i Comuni sui gettiti, fu quella di assegnare ad essi una maggiore manovrabilità, che si aggiungeva a quella già stabilita (rispetto al d.lgs. n. 23 del 2011) dal decreto legge n. 201 del 2011 (per la prima casa, per i fabbricati rurali, ecc.).

 

4. La legge di stabilità per il 2014 fa impazzire il sistema

La legge di stabilità 2014 ha poi istituito l'Imposta Unica Comunale (IUC), che si basa su due presupposti impositivi: il primo è ilpossesso di immobili ed è collegato alla loro natura e valore e si traduce nell’IMU, l’imposta municipale propria di natura patrimoniale che è dovuta dal possessore di immobili, escluse le abitazioni principali; l'altro è collegato all'erogazione e alla fruizione di servizi comunali: si tratta della componente riferita ai servizi, che a sua volta si articola in un tributo per i servizi indivisibili (TASI), a carico sia del possessore che dell'utilizzatore dell'immobile, e nella la tassa sui rifiuti (TARI), destinata a finanziare i costi del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti, a carico dell'utilizzatore.

Il tributo per i servizi indivisibili comunali (la TASI) viene destinato al finanziamento dei servizi comunali rivolti all’intera collettività. Soggetto passivo è il possessore o il detentore dell’immobile, viene quindi assisa anche sulla prima casa; la base imponibile è il valore dell’immobile rilevante a fini IMU. La TASI ha un’aliquota base dell’1 per mille, con possibilità di essere azzerata o modificata dai Comuni. La legge di stabilità 2014, oltre ad individuare la disciplina generale dell’Imposta unica comunale (IUC), ne demanda l’applicazione al comune con regolamento: riguardo alla TASI il regolamento comunale disciplina, oltre alle riduzioni, l’individuazione dei servizi indivisibili e l’indicazione analitica, per ciascuno di tali servizi, dei relativi costi alla cui copertura la TASI è diretta. 

In conclusione, attraverso la IUC è stata ulteriormente aumentata la manovrabilità delle imposte da parte degli oltre ottomila Comuni italiani, con una frammentazione che è degenerata in vero e proprio caos fiscale. Secondo alcune stime si potrebbe arrivare a 200 mila aliquote, perché alle 104 mila aliquote totalizzate nello scorso anno dall’IMU si potrebbero aggiungere 95 parametri diversi per la TASI quando sarà completo il quadro delle delibere comunali.  Ad oggi, infatti, sulla Tasi si contano circa 100.000 aliquote diverse con 1.200 categorie di immobili e 9.700 detrazioni[1]. Si tratta di un risultato paradossale per un’imposta che continua a chiamarsi “unica”, com’era nella intenzione originaria del decreto legislativo n. 23/2011, il cui intento era quello di semplificare il sistema, ma che risulta ora composta da tre imposte e ha generato una simile selva di aliquote e regimi impositivi.

Parallelamente a questo disordinato sviluppo si è contemporaneamente verificato un ripetuto intervento statale di riduzione delle risorse assegnate ai Comuni, attuato sui meccanismi perequativi, che se da un lato non sono mai stati strutturati in forma adeguata e definitiva (come invece in più occasioni era stato richiesto dalla Copaff), dall’altro, pur nella loro contingenza strutturale, sono stati sistematicamente oggetto di tagli operati, con criteri tutt’altro che razionali, all’interno dei vari processi di contenimento della spesa pubblica. E’ utile, al riguardo, evidenziare che la Corte dei Conti, nella recente Relazione sulla gestione finanziaria degli enti territoriali, ha precisato che “il complesso percorso di riequilibrio dei conti pubblici ha impegnato costantemente il comparto degli enti locali in una misura che eccede i limiti di un ragionevole criterio di proporzionalità tra i rapporti di composizione della spesa della Pubblica amministrazione. Tale percorso di risanamento si è espresso sul piano dei vincoli di spesa e dei tagli ai trasferimenti, con riflesso inasprimento della leva fiscale rimessa all’autonoma disponibilità dei livelli di governo locale”.

Nel complesso, per effetto di queste misure, adottate, i Comuni hanno finito per assicurare nel periodo 2010-2014 un contributo al risanamento della finanza pubblica pari a 11,5 miliardi di euro (cui si aggiungono ulteriori circa 4 miliardi di contenimento sul Patto di Stabilità) e gli ulteriori 1,487 miliardi di taglio previsti per il 2015. Si è trattato di un processo che, a causa di meccanismi di contenimento applicati, ha inciso pesantemente sulla spesa in conto capitale: nel complesso gli investimenti comunali sono calati del 38% dal 2007 (-5,7 miliardi) e i due terzi di questo calo sono avvenuti nell’ultimo quadriennio.  A fronte di questa pesante incisione sulla spesa comunale si è determinato l’aumento della pressione fiscale locale, non più bloccata come invece era avvenuto per i primi tagli del 2010 (fino all’emanazione del d. lgs. n. 23 del 2011).  In questo modo, con queste due coordinate, tagli da un lato e aumento della manovrabilità dall’altro, ne è derivato che la manovrabilità – ovvero la maggiore autonomia accordata ai comuni -  non è stata funzionale a tradurre scelte di autonomia dei comuni, ma scelte politiche dello Stato di riduzione delle risorse spettanti ai Comuni, con un’altra grave alterazione quindi dei principi fondamentali del federalismo fiscale. Per usare una metafora, con una mano lo Stato ha tagliato le risorse a disposizione dei Comuni e con l'altra ha permesso a questi di aumentare le aliquote le aliquote delle imposte locali. Questa circostanza è stata emblematicamente fotografata dalla Corte dei Conti, nel Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica 2015, che ha rilevato come l’aumento della pressione fiscale locale “è stato il frutto di scelte operate a livello di governo centrale, piuttosto che espressione dell’autonomia impositiva degli enti decentrati”.

In questi termini si è verificata un’altra grave alterazione dei meccanismi democratici, dal momento che le imposte richieste agli elettori dalle amministrazioni comunali non corrispondevano più a scelte inerenti l’incremento della spesa locale, quanto piuttosto ai tagli operati dal livello di governo centrale. Il quadro che si è decritto dimostra un’evidente degenerazione dell’imposizione immobiliare per effetto delle manovre anti crisi degli ultimi anni, che hanno determinato una grave alterazione di alcuni fondamentali principi cui dovrebbe invece ispirarsi la struttura dell’autonomia fiscale municipale.

Il sistema attuale, infatti:

-       non rispetta il principio di semplificazione, che è un presupposto fondamentale in un quadro istituzionale composto da oltre ottomila comuni;

-      non rende possibile, per effetto della riserva allo Stato di una quota dell’imposta municipale, quella accountability che costituisce la giustificazione democratica del decentramento del prelievo tributario; 

-        sterilizza l’effetto di responsabilizzazione che potrebbe derivare da effettivi strumenti di controllo della spesa locale, come i fabbisogni standard;

-        non consente, a causa del continuo cambiamento normativo e il costante inserimento di misure di contenimento della spesa locale, quella certezza di risorse che è presupposto indispensabile per la programmazione (è significativo che il termine per l’approvazione dei bilanci preventivi comunali sia stato fissato lo scorso anno al 30 novembre);

-       deprime oltre misura il mercato immobiliare, portato in sofferenza da aumenti delle imposte locali conseguenti a misure decise, come affermato dalla ricordata relazione della Corte dei Conti, dal centro e non “espressione dell’autonomia impositiva degli enti decentrati”.

 

5. L’ultima riforma: il colpo di grazia

Per questi motivi era urgente aprire un processo di riforma: dopo varie ipotesi, anziché la riforma del sistema della finanza locale preannunciata nell’incipit di ciascuno degli interventi che si sono susseguiti dal decreto Salva Italia in poi (leggi di stabilità per il 2013 e 2014), si è deciso di lasciare tutto come prima e eliminare, con la legge di stabilità per il 2016, l’imposizione sulla prima casa, ovvero la Tasi. E’ evidente quindi un ulteriore passo indietro rispetto alla situazione attuale: non solo rimarrebbe l’anomala compartecipazione statale su una imposta comunale, ma questa risulterebbe in ogni caso prevalentemente (per effetto dell’eliminazione della Tasi) a carico dei non residenti, ovvero dei non elettori della amministrazione comunale.

La sciatteria della proposta dimostra quanto limitata sia la sensibilità per la democrazia locale, la cui funzionalità si dovrebbe fondare su quel delicatissimo equilibrio che permette ai governati di misurare la responsabilità dei governanti. Il vulnus che si genera al sistema è grave e può condurre a danni difficilmente riparabili. Data la situazione che si è venuta a creare sarebbe senz’altro più opportuno resettare il quadro attuale e riconcepirlo in linea con i principi costituzionali, che non solo impongono soluzioni senz’altro di semplificazione, ma richiedono anche una inedita (fino ad oggi) valorizzazione dei principi di responsabilità e di sussidiarietà. Da questo punto di vista appare necessario considerare complessivamente il problema, rivisitando sia il ruolo dello Stato (fino ad oggi assente in relazione ad alcuni suoi precisi compiti istituzionali, quali quello della fissazione dei livelli essenziali delle prestazioni – Lea e Lep – che consentono di calibrare correttamente i livelli di finanziamento e il giusto utilizzo dei fabbisogni standard), sia quello dei Comuni, nei termini della scelta sui livelli di autonomia fiscale accordabili.

 

antoniniLuca Antonini

professore ordinario di diritto costituzionale

Università di Padova



[1] Solo per citare qualche dato significativo la fantasia: i) a Flero, in provincia di Brescia, per suddividere 72.500 euro di detrazioni fra le abitazioni principali, è stata elaborata una formula con tanto di parentesi graffe, tonde e quadre, frazioni e sommatorie; ii) a Ripabottoni, 566 abitanti tra Campobasso e Termoli, è stato previsto uno sconto aggiuntivo da 50 euro se in famiglia c'è qualcuno «con disabilità superiore al 100 per cento»; iii) a San Marco Dei Cavoti, in provincia di Benevento, l'aliquota è abbattuta del 50% per chi adotta un cane randagio. E poi ancora: sono state scritte più di 400 pagine per definire il funzionamento della Tasi nei soli venti capoluoghi di Regione: si va dai 75 fogli della delibera del Comune di Bari, alle 9 paginette scarne passate al vaglio del consiglio di Firenze, fino a doversi sorbire il documento da 63 pagine approvato da Milano. Cfr. TROVATI, Per la IUC 200mila aliquota, in Ilsole240re, 10 giugno 2014, p. 41.