Famiglia e Fisco: ipotesi di lavoro – P. Zerman

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famigliatasseRagionare in termini di riduzione delle tasse risulta sempre oltremodo rischioso, sia perché non vi sono parametri chiari di proiezione sull’effetto dei consumi, sia in considerazione degli incerti confini che uno strumento fiscale può avere sull’andamento dell’economia. Tant’è che le questioni di politica economica sono state oggetto di controverse e opposte tesi con risultati a volte contrastanti. Laddove poi, nell’ambito della dinamica economica rappresentata dal flusso tasse-evasione fiscale, si introduca la richiesta di un’attenzione alla famiglia, il dibattito diviene ancora più ondivago, in virtù del fatto che a tutt’oggi la questione famiglia in Italia assume connotati espressamente ideologici e che il tema “famiglia”, per buona parte dell’opinione pubblica (e dei politici), puzza di “cattolico” e perciò induce a lasciare perdere. Con buona pace della Costituzione che, al contrario, aveva esplicitamente sancito la necessità di sostenere le famiglie, specie numerose, con “misure economiche ed altre provvidenze” (art. 31). E con buona pace, altresì, del confronto con altri Paese europei che vengono misteriosamente presi ad esempio per tutto, tranne che per invocare un deciso passo di marcia per un fisco più giusto nei confronti delle famiglie con figli. Si ricordi infatti che in Francia già da anni vige il c.d. “quoziente familiare” che, detto in sintesi, assumendo la famiglia come soggetto unitario dal punto di vista fiscale, determina il reddito imponibile tramite la sommatoria dei redditi dei coniugi divisi per il numero dei figli. Va da sé che tale meccanismo abbatte sensibilmente l’imponibile in proporzione al numero dei figli. Così come negli Stati scandinavi ogni figlio che nasce si porta una pagnotta sotto braccio, fuor di metafora, un assegno famigliare che diventa più consistente con l’aumento del numero dei figli.

In Italia, al contrario, la legislazione fiscale è del tutto indifferente al carico familiare se non per alcune (risibili) detrazioni, strettamente legate alla presenza di un reddito di povertà, il cui importo, peraltro, è affidato ad una sorta di rompicapo matematico (art. 12 TUIR: l’art. 1, comma 8, riconosce la detrazione di euro 800 per figlio – circa 2 euro al giorno- solo però “per la parte corrispondente al rapporto tra l’importo di 95.000 euro, diminuito del reddito complessivo, e 95.000 euro”). Per anni, anzi per decenni, le associazioni familiari hanno cercato di fare sentire la loro voce, diventata sempre più flebile a fronte della totale sordità della politica, unita al poco potere contrattuale delle famiglie, impegnate come sono a sbarcare il lunario ed a cercare di far quadrare i conti sempre più drammatici. Drammatici, sì. Al punto da far dire all’ISTAT che al giorno d’oggi avere più di due figli mette a rischio di povertà le famiglie (la c.d. “povertà da reddito”). Sono del resto sotto gli occhi di tutti i giornali che riportano dati inquietanti sull’insufficienza dell’indice di natalità che non permette, in quanto fermo a poco più dell’uno per coppia, il ricambio generazionale.

Eppure la proposta avanzata a suo tempo dal Forum delle Famiglie, costituiva uno strumento molto efficace e non solo per introdurre un meccanismo di equità nella distribuzione del peso fiscale, ma anche, a ben vedere, come effettivo contrasto all’evasione. Spieghiamo. Innanzi tutto, il BIF (basic income family) si basa sul meccanismo delle deduzioni, ben presente nel nostro ordinamento, specie per l’attività di impresa che consente di dedurre dall’imponibile tutto quanto non inerente al reddito, perché riferibile a costi dell’attività svolta. In sostanza si tratta di applicare lo stesso principio anche per le famiglie in relazione a costi (standard in linea di principio e superiori se documentati) per le spese medie di un figlio riferite alle voci comuni a tutti (es. vitto, vestiario, libri scolastici, cure dentistiche ecc.). La deduzione delle spese individua il BIF, ossia, l’imponibile effettivo sul quale applicare l’imposta. Va da sé che la misura faciliterebbe la vita alle famiglie, perché le sgraverebbe del doppio onere di pagare le tasse su quello che spendono per i figli (escluse, ovviamente, le spese di lusso perché al di fuori dei costi standard, ma parliamo, con i tempi che corrono, di ipotesi di scuola). Né si potrebbe gridare all’ingiustificato “privilegio” fiscale, considerato che tale sistema da sempre si applica anche alle imprese, senza considerare che la Costituzione ravvisa, come sopra ricordato, nella famiglia, una risorsa sociale, un investimento della società che giustificherebbe (parliamo pure al condizionale) il sostegno economico. Anche se non di sostegno in realtà si parlerebbe, bensì di equità o meglio di giustizia spicciola, riconducibile al criterio di progressività previsto dall’art. 53 della Costituzione.

Come poi questo sistema possa efficacemente contrastare l’evasione fiscale, è presto detto. La possibilità di integrale deduzione delle spese per i figli, imporrebbe (quanto meno per la parte superiore ai costi standard) il rilascio della idonea documentazione fiscale (ricevuta), con l’emersione dal nero di tutta quella fascia di piccoli commercianti e professionisti che si muovono nel sottobosco fiscale, trovando accordi evasivi grazie allo “sconto” dell’IVA. E’ ben noto, ormai, che l’evasione fiscale non è tanto riconducibile alle grandi realtà aziendali, laddove la complessità della struttura e le dinamiche commerciali incrociate e simmetriche impediscono una tranquilla evasione fiscale. Tant’è che si afferma che le stesse, in realtà, cooperano con il Fisco nella riscossione delle imposte (oltre che a versarle come sostituti d’imposta). Per le grandi realtà altre e più sottili sono le forme di evasione, conseguenza spesso di complesse ingegnerie fiscali create da sagaci commercialisti (identificabili in fattispecie quali l’abuso del diritto), ma questa è un’altra storia, perché riconducibili a quella fetta di operatori economici comunque – più o meno - sottoposta al controllo del Fisco. Al contrario, la miriade di piccoli operatori sfugge alle verifiche fiscali (che pare raggiungano solo l’infinitesimo 2,5 %[1]), con la conseguenza che, come tutti sanno, l’economia in nero con conseguente evasione fiscale raggiunge impressionanti cifre (non vi è accordo sulle stesse, ma, a stare bassi, secondo la Corte dei conti l’evasione dovrebbe ammontare a circa 150 miliardi di euro l’anno). La possibilità di dedurre integralmente i costi sostenuti per i figli innescherebbe il meccanismo del contrasto di interessi, riconducibile a quell’efficace controllo sociale presente dove si confrontano due categorie con opposte posizioni. Si pensi alla legge contro il fumo nei locali pubblici, la cui efficacia è data non dai controlli dell’autorità preposta, ma dalla presenza diffusa di non fumatori nel locale, i quali immediatamente pretenderebbero il rispetto della legge. La necessità del rilascio della ricevuta fiscale farebbe così emergere fiscalmente una serie innumerevole di esercizi e operatori commerciali, rimasti nell’ombra dell’accordo collusivo della “sconto” dell’IVA. E non dice il vero chi afferma che in tal modo aumenterebbero a dismisura le false fatturazioni. Costi gonfiati, false fatturazioni, operazioni inesistenti: questa è specialità di numerose società o imprese, ma pare oggettivamente poco credibile che una madre di famiglia riesca a produrre false fatturazioni sulle spese dei figli. Dunque, il timore pare fugato dalla presenza di una realtà, quella dei figli, che determina una serie di spese e che non ha certo il tempo (e la voglia) di ricercare false fatturazioni (che peraltro, per la simmetria dell’imposta, comporta la connivenza dell’altra parte). In definitiva, sotto tale aspetto, pare un’operazione  non solo “a costo zero” ma positivamente in grado di far recuperare al fisco ingenti fette di economia in nero.

Da superare, pare poi, l’ulteriore timore di chi paventa il contrasto di interessi perché in tal modo farebbe venir meno sostanzialmente l’imponibile visto che, dedotti i costi, si tasserebbe solo il risparmio. Se questo  è vero per l’applicazione generalizzata del meccanismo, ove invece focalizzato e limitato al costo dei figli sarebbe ampiamente compensato dalla tassazione imposta a chi prima lavorava in nero

In conclusione, pare a chi scrive che il BIF possa essere davvero lo strumento giusto. Dove giusto si intende in senso stretto, come attuazione del principio di giustizia, posto alla base del principio di progressività. Chi guadagna di più deve sostenere con maggiori tasse la struttura sociale, per un principio di giustizia distributiva. Così come è giusto che lo Stato consideri chi contribuisce al futuro della società con una famiglia numerosa e la sua cura. Che sia giusto e di meritevole rilevanza sociale lo dice la Costituzione. Basta attuarla.

zermanPaola Zerman

avvocato dello Stato



[1] Intervista al Direttore Orlandi del 20 settembre 2015 al Corriere della Sera: “Dei medi, tra 5 e 100 milioni, ne controlliamo il 15-20% ogni anno, mentre per i piccoli non riusciamo ad andare oltre il 2,5%