La separazione delle carriere dei magistrati: un nodo ancora da sciogliere – F. Fuso

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magistratoPare quasi sopito il lungo ed infuocato dibattito sulla separazione delle carriere dei magistrati che, in anni recenti, ha infiammato gli animi dei fautori dell’una e dell’altra posizione, per poi sfumare nell’attuale disinteresse verso proposte di riforma da parte dell’attuale governo, più impegnato a inventarsi promesse, slogan e benefit (quali i tanto sbandierati 80 euro), per accaparrarsi la benevolenza di una parte degli elettori, che a risolvere i gravi ed innumerevoli problemi nei quali il Paese sta rischiando di affogare. Non è certo malizioso pensare che l’attuale Premier possa temere le reazioni della magistratura, che è sempre stata accanitamente ostile alla separazione delle carriere e che ha sempre paventato il pericolo della dipendenza del P.M. dal potere esecutivo, dando per automatica e scontata tale dipendenza se le carriere fossero state separate.

Persino Giovanni Falcone - una persona al di sopra di ogni sospetto, di rara competenza e professionalità, ispirata e determinata da un fortissimo senso della legalità, della giustizia e dello Stato e che ha dato la sua vita nella lotta alla criminalità - già nel lontano 1991 così si espresse sul P.M.: <<non deve avere nessun tipo di parentela con giudice (n.d.r.: e certamente non si riferiva ai legami di sangue!) e non essere, come invece oggi è, una specie di paragiudice…Chi, come me, richiede che siano invece, “giudice e PM” due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nelle carriere, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, desideroso di porre il PM sotto il controllo dell’Esecutivo>>. Dunque, l’equivalenza separazione delle carriere/dipendenza dal potere esecutivo è, sempre stata, a parere di chi scrive, solo uno spauracchio, ormai obsoleto potendosi concepire una riforma che mantenga intatta l’indipendenza dei pubblici ministeri seguendo il solco tracciato dalla Carta Costituzionale che, agli artt. 104 e 107, delinea la figura del pubblico ministero come totalmente autonoma ed indipendente dal potere esecutivo. 

D’altra parte, la stessa Corte Costituzionale ha affermato (sentenza n. 37/2000) che la Costituzione, pur considerando la magistratura come unico ordine, soggetto ai poteri del Consiglio Superiore, non contiene alcun principio che imponga o, al contrario, precluda la configurazione di un’unica carriera o di carriere separate dei magistrati addetti, rispettivamente, alla funzione requirente ed a quella giudicante o che impedisca di limitare o di condizionare, più o meno severamente, il passaggio dello stesso magistrato dall’una all’altra funzione. Che in alcuni paesi a democrazia avanzata il pubblico ministero venga nominato e/o dipenda dal potere esecutivo non vale a elidere la constatazione che in tutti gli ordinamenti nei quali vige il sistema accusatorio le carriere dei giudici sono separate da quelle dei magistrati della pubblica accusa e che, comunque, il pubblico ministero italiano resta protetto, da eventuali interferenze del potere politico, dalla nostra Costituzione.

Alcuni esponenti della magistratura hanno sostenuto che la separazione della carriere costringerebbe un giovane laureato a scegliere troppo presto, senza che abbia contezza delle sue attitudini per l’una o per l’altra funzione. Ma a ciò sarebbe facile ovviare con la soluzione proposta, tempo fa, da Giuliano Pisapia che, evidentemente, seguendo le orme del “padre” del codice di procedura penale vigente, che ha introdotto il rito accusatorio, evidentemente si era prospettato la necessità di completare la realizzazione dell’impianto accusatorio con la separazione delle carriere dei magistrati. La soluzione individuata nella sua veste di Presidente della Commissione Giustizia era quella di una formazione comune, post-laurea, per chi volesse entrare nella magistratura oppure esercitare la professione di avvocato, preziosa per la cultura della giurisdizione ma utile anche a indirizzare gli indecisi, alla quale - a mio avviso - si dovrebbe, poi, aggiungere una formazione specifica, sulla base della scelta effettuata o, meglio ancora, attuare concretamente la previsione costituzionale dell’ingresso nella magistratura di coloro che abbiano svolto la professione di avvocato per un certo numero di anni. 

L’ostilità dei magistrati verso un diverso sistema di reclutamento e, soprattutto, nei confronti della separazione delle carriere è sicuramente dovuta anche al fatto che l’attuale struttura intercambiabile consente loro una larghissima varietà di scelta di funzioni e di sedi, che si amplia con l’anzianità del ruolo. Una prerogativa che non spetta ad alcun altro dipendente dello Stato, con la conseguenza (ed il vantaggio) che, ad esempio, un Pubblico Ministero di Lecce può andare a svolgere le funzioni giudicanti a Milano. E, davvero, non si comprende per quale ragione la separazione delle carriere venga vista dalla magistratura come una perdita di arricchimento della cultura della giurisdizione. Piuttosto è da osservare che la separazione delle carriere non significa che i pubblici ministeri non possano diventare giudici o viceversa: il sistema di reclutamento vigente in altri paesi attesta, invece, che per accedere alla funzione giudicante è richiesta una maggiore esperienza. Nei paesi anglosassoni, ove vige il rito accusatorio puro, per diventare giudici è imposta una precedente esperienza come pubblico accusatore o come avvocato. D’altra parte quale approfondita cultura della giurisdizione possono garantire giovani magistrati che, superato il concorso e svolto il breve periodo di auditorato, si trovano investiti della funzione requirente o, cosa ancor più grave, di quella giudicante? Assegnati ad un Tribunale, come giudici monocratici avranno in mano il destino degli imputati che dovranno giudicare. E questo è un compito che esige la massima competenza, l’equilibrio e la capacità di giudizio che difficilmente un giovane soli 26/27 anni, seppur preparato, può avere già pienamente acquisito.

Volendo richiamare la stessa autorevole fonte, sempre Falcone ha affermato che: <<La regolamentazione delle funzioni e della stessa carriera dei magistrati del Pubblico Ministero non può essere identica a quella dei magistrati giudicanti, diverse essendo le funzioni e quindi le abitudini, l’habitus mentale e le capacità professionali richieste per l’espletamento di compiti così diversi. Disconoscere la specificità delle funzioni requirenti rispetto a quelle giudicanti nell’antistorico tentativo di continuare a considerare la magistratura unitariamente, equivale paradossalmente a garantire meno la stessa indipendenza e autonomia della magistratura>>. Propugnare il contrario significa, a tutti i costi, voler indossare i paraocchi e negare la valorizzazione della purezza e della neutralità assoluta del giudice, che è l’anello mancante ad una giustizia di impronta accusatoria. Perché, sebbene il rito accusatorio italiano sia di tipo misto, resta - almeno per definizione - un processo di parti, intendendosi per parte sia la difesa dell’imputato che la pubblica accusa, ove la prova deve formarsi (esclusa qualche eccezione) solo nel dibattimento, avanti ad un giudice, non coinvolto ed al di sopra delle parti.

Trasportando l’affermazione di Falcone nel concreto, è evidente che un pubblico ministero non imparziale o non dotato del necessario equilibrio per vagliare adeguatamente gli elementi a carico dell’indagato può provocare certamente dei danni, ma a questi danni può rimediare un giudice in possesso dei necessari strumenti di valutazione. Infatti, la reale terzietà del giudice raramente può individuarsi in un magistrato che per anni ha indossato le vesti della pubblica accusa perché proprio quell’habitus mentale del Pubblico Ministero e quelle sue diverse capacità professionali (quelle, ad esempio, investigative che si distinguono nettamente da quelle valutative della prova) impediscono, spesso anche inconsciamente, il cambiamento di quell’habitus mentale. Né vale osservare che il Pubblico Ministero è un organo di giustizia, obbligato alla ricerca della verità processuale e, quindi, all’acquisizione anche di elementi a discolpa dell’indagato. Pure se si volesse riconoscere che talvolta ciò avvenga, questa non è affatto la regola (o, meglio, la prassi seguita in tutte le indagini preliminari) e, comunque, non muta la natura dell’attività del pubblico ministero che resta di parte, maggiormente finalizzata alla raccolta delle prove a carico e purtroppo, a volte, viziata da un preconcetto iniziale che determina lo svolgimenti di indagini in un’unica direzione, piuttosto che la messa al vaglio di diverse strade investigative. La dimostrazione lampante è data da quei processi che sono giunti fino alla Suprema Corte con un unico pregiudizio investigativo, rivelatosi fallace, con la conseguenza che il vero colpevole, a distanza di molti anni, difficilmente verrà individuato.

E allora ben si comprende la scelta dei padri della Costituzione che, all’art. 101, hanno stabilito che i giudici sono soggetti soltanto alla legge mentre il Pubblico Ministero gode delle garanzie stabilite nei suoi riguardi dalle norme sull’ordinamento giudiziario, sottolineando così, e già allora, la differenza sostanziale e la diversa natura delle prerogative dei magistrati giudicanti rispetto a quelle dei magistrati requirenti, peraltro sostenuta apertamente non solo in sede di Costituente ma anche, successivamente, da autorevoli giuristi, quali Giuliano Vassalli, Giandomenico Pisapia, Giovanni Conso ed anche dalle Camere Penali Italiane dell’avvocatura. La mera previsione della separazione delle carriere, dunque, non può comportare, automaticamente, interferenza o dipendenza dal potere politico: separazione delle carriere significa che il passaggio tra le due diverse funzioni non può e non deve essere automatico e, soprattutto, che magistrati giudicanti e requirenti non possono stare sotto la tutela dello stesso organo, il Consiglio Superiore della Magistratura, la cui composizione, determinata dalle correnti politiche della magistratura, è fatto notorio.

La manifestata avversità verso la separazione delle carriere e la negata necessità di requisiti diversi per le diverse funzioni è graniticamente dimostrata da molte decisioni assunte in sede disciplinare. Un caso eclatante ha interessato un noto pubblico ministero nei confronti del quale erano pendenti ben 14 procedimenti disciplinari. Ritenendolo privo del necessario equilibrio e della serenità per svolgere la funzione requirente, il CSM gli ha inflitto, come sanzione, il trasferimento ad altro ufficio e cioè a quello di giudice della Corte d’Appello della stessa città e, all’esito di un nuovo procedimento disciplinare lo ha trasferito, sempre come giudice della Corte d’Appello, ad altra città! Davvero vogliamo credere che chi non ha l’equilibrio e la serenità sufficienti a svolgere la funzione requirente possa svolgere adeguatamente la funzione giudicante? Una stortura simile non sarebbe stata possibile se si fosse tenuta nella debita considerazione proprio la specificità delle due diverse funzioni. Sicuramente si impone anche una riforma del CSM, argomento che però sarà utile affrontare in altra occasione.

 

fusoFrancesca Fuso

avvocato in Milano