Alcuni rimedi all’indulgenzialismo del sistema penale italiano – Y. Russo

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ladroI recenti fatti della deprimente cronaca nera italiana rendono ineludibile una seria riflessione su numerosi aspetti del sistema penale italiano. Trattasi, è bene rivelarlo da subito, di congetture e proposte di soluzioni destinate inevitabilmente a incidere su alcuni sintomi ed epifanie di una patologia della società che trova la propria genesi nella dimensione educativa e culturale, ove il legislatore penale può incidere soltanto in seconda o in terza battuta e senza poteri di conversione. La criminalità nel nostro Paese, come rivelatoci di continuo dalla vita quotidiana, ha pervaso ogni livello di una società ormai precipitata in un deserto di valori etici. Un contributo, sebbene programmatico, al dibattito su questo fenomeno, per poter ambire a non essere immediatamente disperso nel chiacchiericcio delle voci che si levano tanto più rumorose quanto incomprensibili in occasioni di episodi di sangue, non può che essere parziale e selettivo e collocato in una prospettiva tecnica e culturalmente avvertita delle premesse extragiuridiche del problema.

La scelta cade su quelle odiose forme di aggressione agli interessi patrimoniali e personali degli esponenti sani di una società malata da parte di soggetti che delinquono abitualmente per indole o per professione, espressione di così detta criminalità predatoria. Il contrasto a questo tipo di delinquenza, spesso erroneamente etichettata microcriminalità, è stato in linea generale praticato attraverso iniziative legislative contingenti o espressione di legislazione simbolica che si sono rivelate inani rispetto agli scopi dichiarati. L’incisività degli aumenti di pena o l’introduzione di nuove figure di reato o di circostanze aggravanti si è così diluito in un quadro ordinamentale che se da un lato difetta di garantismo (emblematico è il sistema degli illeciti ammnistrativi punitivi disciplinato nella l. n. 689 del 1981 e nel d.lgs. 150 del 2011), dall’altro eccede in indulgezialismo e premialità (in estrema sintesi, si pensi agli sconti di pena per la scelta di riti speciali, al riconoscimento quasi automatico delle attenuanti generiche, alla causa estintiva del reato recentemente introdotta nell’art. 131 bis c.p. al mero fine di ridurre il numero dei processi penali, alla logica essenzialmente premiale che ispira la disciplina dell’esecuzione della pena). Contro la costante ingravescenza di queste manifestazioni criminali è necessario che il legislatore implementi una risposta ad ampio raggio, coordinata, che prenda le mosse dalla prevenzione dei reati, emancipandosi da una sterile legislazione simbolica destinata ad incidere soltanto sui limiti edittali di pena, apportando necessari correttivi anche all’ordinamento penitenziario.

Sul versante della prevenzione si pone la rivisitazione e il rinforzo di iniziative già in campo, nella sostanza commendevoli, quali le cosiddette ronde cittadine e l’Operazione “Strade Sicure”. Rispetto a quest’ultima sarebbe necessario l’impiego di un più consistente numero di militari, nella consapevolezza che la mera presenza di agenti (armati) di pubblica sicurezza, che dovrebbe essere costante in alcuni luoghi come le stazioni ferroviarie, metropolitane e i quartieri a più alta densità criminale, scoraggia la commissione di reati da strada. L’evoluzione delle ronde cittadine che, giova rammentare, hanno soltanto compiti di segnalazione alle Forze di polizia dello Stato o locali di eventi che possano arrecare danno alla sicurezza urbana ovvero situazioni di disagio sociale, potrebbe tradursi nell’impiego di Guardie Particolari Giurate in qualità di agenti di pubblica sicurezza. D’altro canto già si censiscono iniziative estemporanee di questo tenore da parte di alcuni Prefetti nel quadro dei cosiddetti servizi di sicurezza complementare demandati agli istituti di vigilanza privata che, tuttavia, limitano il contributo degli operatori a quello di meri osservatori e segnalatori. Questa figura professionale, cui il legislatore ha riconosciuto la qualifica di incaricato di un pubblico servizio quando impegnato nella custodia e nella vigilanza dei beni, attraverso un necessario coordinamento con le Forze di polizia dello Stato e locali potrebbe rappresentare un utile presidio contro la criminalità predatoria. Resta inteso che il conferimento alle Guardie Giurate dei poteri tipici dell’agente di pubblica sicurezza dovrebbe essere preceduto da un idoneo addestramento preordinato a mettere la guardia nelle condizioni di affrontare eventuali situazioni che minacciano la pubblica sicurezza.

Sul piano legislativo, l’incremento delle sanzioni per reati espressione di un animus predatorio potrebbe assumere un significato deterrente soltanto a fronte di un correlato intervento sulla disciplina delle circostanze del reato e sulla legislazione complementare dedicata alla fase di esecuzione della pena. I risultati dovuti alla politica della cosiddetta “Tolleranza zero” imposta a New York nei primi anni Novanta del secolo scorso da Rudolph Giuliani, tradottasi in forti misure di contrasto alla cosiddetta microcriminalità, alla base della quale vi è la “teoria delle finestre rotte” elaborata dai sociologi James Wilson e George Kelling, persuadono a credere che la repressione della cosiddetta microdelinquenza oltre a scoraggiare l’effetto emulativo e a soffondere un senso di sicurezza fra i cittadini possa ridurre la macrodelinquenza. Resta inteso che un intervento in questa direzione postula l’indefettibilità della pena comminata e l’impossibilità per il condannato di evitare il carcere. Si potrebbe giungere a questo risultato aumentando la pena massima per i reati espressione di criminalità predatoria (si rinvia all’elenco contenuto nel contributo di F. Fuso, Proposte in materia di sicurezza e giustizia penale, in questa Rivista, 20 ottobre 2015) e limitando in modo considerevole il differenziale tra minimo e massimo di pena astratta. In linea generale, al fine di ridurre lo scarto tra pena comminata e pena applicata si dovrebbe altresì intervenire sulla disciplina delle circostanze del reato, convertendo quelle a rilevanza ultraedittale in circostanze a rilevanza intraedittale. In questo modo i profili del fatto sarebbero considerati dal giudice unicamente per determinare la pena all’interno dei margini stabiliti dal legislatore, salvo gli sforamenti dai limiti massimi astratti di pena connessi alla applicazione della recidiva e del cumulo giuridico delle pene previsto per il concorso formale di reati e per la continuazione criminosa, che nella prassi applicativa dovrebbe assumere un ruolo residuale rispetto alla simile figura circostanziale prevista nell’art. 61 n. 2 c.p. (aggravante del c.d. nesso teleologico o consequenziale). Questo intervento potrebbe riguardare la parte generale del codice penale riferendosi a tutti i reati ovvero soltanto la parte speciale avendo di mira un catalogo di reati rispetto ai quali si avverte, in questo momento storico, una più marcata esigenza repressiva. Il portato di questo incremento sanzionatorio si apprezzerebbe anche sul piano della più ampia applicazione di misure cautelari, a oggi precluse da pene edittali inferiori alla soglia richiesta dalla legge. L’inapplicabilità dell’istituto della oblazione sarebbe la risultante del generale inasprimento sanzionatorio e della conversione in illeciti delittuali delle figure contravvenzionali espressione di reati di strada. La sospensione condizionale della pena seguirebbe una sorte analoga in ragione dell’innalzamento dei limiti di pena e l’accesso al patteggiamento sarebbe disincentivato e fortemente limitato ratione poenae

Inoltre l’applicazione di alcune figure estintive del reato sia di natura sostanziale sia di natura processuale, anche per i minori, dovrebbe essere interdetto ovvero condizionato a condotte restitutorie, riparatorie e risarcitorie in senso stretto (a favore delle vittime) o in senso lato (a favore della collettività). Purtroppo il legislatore sembra oggi manifestare tutt’altra ‘sensibilità’ preoccupandosi più di contrastare l’elefantiasi dei processi penali e della popolazione carceraria, anche attraverso rimedi incostituzionali (si allude all’art. 131 bis c.p., rispetto al quale si consenta il rinvio al mio commento critico La nuova causa di non punibilità prevista nell’art. 131 bis c.p.: una risposta inadeguata e pericolosa al sovraffollamento carcerario, in questa Rivista, 13 agosto 2015), che di tutelare gli interessi delle potenziali vittime.

Ancorché in misura diversa, costituiscono comune espressione di un atteggiamento giuridicamente approssimativo e ideologicamente indulgenzialista le cause estintive del reato, recentemente introdotte, consistenti nella sospensione del processo con messa alla prova dell’imputato (artt. 168 bis, 168 ter e 168 quater c.p.) e nella esclusione della punibilità per la particolare tenuità del fatto (art. 131 bis c.p.).  Per combattere manifestazioni criminali che in un numero non indifferente di casi, come testimoniato dalle efferate modalità esecutive di alcuni delitti lesivi del patrimonio mediante violenza o minaccia alla vittima, rivelano la malvagità degli autori è necessaria oltre a una conversione dall’attuale direzione intrapresa dal legislatore anche la valorizzazione di istituti presenti nel codice penale, ma negletti o totalmente disapplicati dalla magistratura quali l’abitualità criminosa, la professionalità criminosa e la tendenza a delinquere. In particolare, la dichiarazione di tendenza a delinquere, a monte della quale si pone la ragionevole convinzione che il reo che ne è destinatario sia di indole particolarmente malvagia, dovrebbe determinare effetti preclusivi di molto superiori a quelli a previsti attualmente dal codice, compresa la privazione della facoltà di optare per riti processuali alternativi a quello ordinario e di godere di benefici penitenziari durante l’esecuzione della pena. La rieducazione del condannato dovrebbe passare attraverso una esecuzione indefettibile e non ridotta della pena applicata, nell’ambito della quale il percorso di risocializzazione dovrebbe avere quale direttrice fondante il lavoro carcerario, anche al fine di offrire al condannato la possibilità di rientrare nel consorzio civile con delle possibilità occupazionali. Nell’ottica della valorizzazione di figure già presenti nel codice Rocco, in un quadro normativo riformato in punto efficacia delle circostanze e giudizio di bilanciamento secondo le indicazioni sopra suggerite,  si colloca anche la modifica dell’istituto della recidiva che, rispetto agli autori di delitti di strada, dovrebbe essere obbligatoria.

Un altro strumento che potrebbe essere valorizzato a fini di prevenzione del reato è il braccialetto elettronico che dovrebbe essere applicato, a titolo di misura cautelare, svincolata da termini di efficacia cronologica, agli indagati per reati contro la persona (si pensi alle escalation di comportamenti criminali che prendendo le mosse da una semplice minaccia culminano nell’omicidio della vittima). La recente cronaca ha rinfocolato il dibattito sulla necessità di modificare le disposizioni inerenti alla cosiddetta difesa legittima domiciliare, quale estremo presidio di tutela degli interessi propri o altrui. Secondo un accostamento ineludibilmente tecnico alla questione, al ricorrere dei presupposti legali attualmente previsti nell’art. 52, commi 2 e 3, c.p., sembra ragionevole limitare l’imputazione colposa delle offese commesse da colui che reagisce eccedendo i limiti della scriminante o nella erronea supposizione della sua esistenza alla sola presenza della colpa grave. La nozione di colpa grave, tradizionalmente estranea al pensiero penalistico, ha trovato indiretto, celato e implicito ingresso nel nostro ordinamento con la l. n. 189 del 2012. Nell’art. 3 di detta legge è scritto che “L’esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve”.  Per converso al silenzio del legislatore del 2012 in ordine al contenuto della nozione di colpa lieve, che espone l’art. 3 a censure di legittimità costituzionale per violazione del principio di sufficiente determinatezza (art. 25 Cost.), sarebbe necessario procedere altresì alla definizione normativa di colpa grave, al fine di scongiurare il rischio di insufficiente determinatezza della legge penale limitando così entro i margini della legalità l’interpretazione della magistratura. Il fondamento di questa modifica trova un preciso sostrato nelle condizioni emotive in cui versa colui che percepisce di essere esposto al rischio di aggressione nel luogo in cui dovrebbe sentirsi maggiormente al sicuro ovvero è esasperato da continue aggressioni al proprio patrimonio perpetrate nel luogo di lavoro. Questo rilievo rende patente la necessità di intervenire sull’attuale quadro normativo che non tiene in debita considerazione le irriducibili differenze che corrono fra i casi di scuola di difesa legittima putativa o di eccesso colposo e le concrete condizioni nelle quali viene a trovarsi colui che, a volte reiteratamente, è aggredito nella propria abitazione o nel luogo di lavoro.

Le ragioni di queste misure non trovano domicilio in una concezione draconiana della giustizia penale, ma nella consapevolezza che l’attuale sistema ha ormai perduto da tempo la funzione deterrente che dovrebbe contrassegnarlo in ragione della sua natura informativo-normativa. Non soltanto la conoscibilità della legge penale resta sovente della dimensione del potenziale, ma l’attitudine a orientare i comportamenti dei consociati in forza della minaccia di una sanzione penale si è dissolta nei rivoli tracciati da regole operazionali scriteriate. Il messaggio recentemente trasmesso dal legislatore penale, quando non è esiziale, è incapace di assolvere una delle sue coessenziali funzioni, quella di tutelare la collettività. Si comunica, infatti, un senso di impunità il cui effetto non può che essere un incremento dei comportamenti criminali.


russoYuri Russo

avvocato

dottore di ricerca di diritto penale italiano e comparato