A proposito di Banche e di Europa – C. Imbriani

  • PDF

bancaLa nuova architettura finanziaria globale sembrava la panacea per risolvere i problemi della efficienza e della trasparenza delle banche. Poi l’opinione pubblica all'improvviso apprende che un'obbligazione subordinata, acquistata presso un istituto bancario di tradizione locale e di cui ci si fida per definizione,  non garantisce i propri risparmi, magari quelli di una vita. Se ė giusto risarcire, c'è da chiedersi chi deve farlo e come ? Infatti è molto facile ricadere sotto gli strali comunitari degli aiuti di stato. Innanzitutto c'è da dire che non tutti i titoli subordinati sono a rischio ed il mercato è assolutamente in grado di valutare le migliori aziende. Vi sono insomma risparmiatori che prendono in maniera consapevole decisioni e altri che invece vanno tutelati perché indotti ad azioni non completamente comprese ovvero non illustrate professionalmente. Assume pertanto un rilievo del tutto particolare il caso di un cliente che è indotto ad acquisire nel suo portafoglio titoli di per sé tossici. Vi sono in questo caso responsabilità penali, che sono sempre personali; ma vi sono anche responsabilità derivanti da una sorta di culpa in vigilando di chi doveva vigilare e non l'ha fatto adeguatamente. Non che non vi siano state ispezioni e segnalazioni delle autorità, ma queste non sono state sufficienti a contrastare il fenomeno che poi si è manifestato. Ecco dunque che la via di un risarcimento sistemico diviene obbligatoria.

Questa è soltanto la fine non gloriosa di una storia di inefficienze sistemiche connesse alla incapacità di affrontare nei tempi e nei modi il dissesto finanziario di Banca delle Marche, CariFe, CariChieti, Banca dell'Etruria. Si pensi che in casi analoghi alcune banche regionali tedesche hanno potuto usufruire di aiuti di Stato, che a noi non è stato possibile concedere perché tramite  accordi da tutti i paesi sottoscritti da una certa data in poi meccanismi di tal genere non sono più consentiti. Ed ora  i meccanismi di finanziamento delle crisi devono obbligatoriamente restare in un ambito privatistico.

Si deve innanzitutto dire che il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi ha cercato di fare al meglio la sua parte, proponendo una gestione  della crisi delle quattro banche tramite un piano di risoluzione che sarebbe stato sia meno oneroso di quello che alla fine è stato applicato sia più semplice nella gestione, mantenendo alle quattro banche una autonomia gestionale anche in considerazione della loro vocazione territoriale ed identitaria. Si tenga presente che il Fondo, organismo riconosciuto dalla Banca d'Italia, ha lo scopo di garantire i depositanti delle banche che aderiscono al consorzio tramite una dotazione finanziaria che deriva dalle banche stesse. Ma, nonostante il Fondo avesse preso tutte le decisioni conseguenti alla soluzione proposta (ricapitalizzare le quattro banche in crisi per renderle operative), essa è stata abbandonata anche in considerazione del fatto che davanti  ad una risposta comunitaria che non si manifestava con chiarezza, ma che poneva dubbi sulla natura effettivamente privatistica dell'intervento, si determinava una forte pressione temporale: infatti all'incirca un mese dopo (dal 1 gennaio 2016) i problemi di risoluzione delle crisi bancarie avrebbero comportato, come è noto, l’applicazione del cosiddetto bail in, che è un meccanismo per cui una parte dell'onere della risoluzione della crisi ricade sui clienti e sui correntisti.

L'atteggiamento comunitario ha costretto il nostro paese a perseguire una soluzione che, ponendo a carico del settore bancario (seppur tramite un meccanismo istituzionale connesso al Fondo di garanzia) sia la ricapitalizzazione delle banche riunite in un unico organismo gestionale sia la copertura delle perdite, è costata all'incirca 3,6 miliardi di euro. Chi vince, chi perde? A distanza di poco più di un anno dal 4 novembre 2014, quando è entrata in vigore l'Unione Bancaria Europea e ci si aspettava che le banche sarebbero diventate sempre più solide e sicure, il cittadino comune resta con le perplessità di sempre, da un lato davanti ad una eurocrazia debordante, dall'altro davanti alla incapacità istituzionale del nostro sistema paese di affrontare e difendere i suoi interessi nazionali.

imbrianiCesare Imbriani

già professore ordinario di economia politica

già rettore Unitelma Sapienza, Roma