La questione del jihad dopo gli attentati di Parigi – G. E. Valori

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mondoLa storia umana, spesso, cambia in brevissimo tempo. Per dirla con un noto verso dei Cantos di Ezra Pound: with a bang, not with a whimper, con uno scoppio, non con un gemito. E’ certamente questo il caso degli attentati di Parigi, che trasformeranno la vita, le percezioni, lo stile di vita e gli obiettivi morali ed economici dei popoli di un intero continente. Una prima osservazione, di tipo culturale: è morto, finalmente, il mito multiculturalista. I jihadisti di Parigi, in gran parte, provengano o meno dal Belgio, sono nati e cresciuti nell’universo culturale e linguistico francofono. Sono francesi, belgi, comunque jihadisti esattamente come i ragazzi inglesi o tunisini che vanno a combattere nel Califfato di Al Baghdadi. Abbiamo negato, alla nostra cultura, qualsiasi visione valoriale, abbiamo espunto ogni trascendenza, abbiamo decostruito la società e la psiche, la cultura occidentale ha esaltato gli istinti e la materializzazione dell’uomo, e questo è il risultato. L’Islam jihadista si espande mentre la nostra civiltà non attrae più gli allogeni che pure la conoscono.

Se anche molti ci dicono che non dobbiamo parlare di “scontro di civiltà”, è però dimostrato che le culture, pur simultaneamente presenti in Occidente, non hanno più, come le monadi di Leibniz, “porte e finestre”. E c’è da meditare molto sulla scarsa attrattività del nostro stile di vita e della nostra cultura occidentali, da tutti ritenute “materialiste” e senz’anima. E’ del tutto falso, ma ormai l’Occidente si legge, per dirla con la prima frase del Capitale di Karl Marx, come “una immane raccolta di merci”. Ed è bene aggiungere che il Clash of Civilization di Samuel Huntington non riguardava né ipotizzava una guerra guerreggiata, ma studiava, con attenzione, la permanenza dei modelli culturali, antropologici, politici molto dopo la loro nascita e in contesti diversissimi da quelli che li avevano razionalmente giustificati. Vilfredo Pareto avrebbe chiamato questo meccanismo psicopolitico un “residuo”. Sul piano strategico, la sequenza degli attentati di Parigi significa che, nell’ordine:

a) Esiste uno “stato maggiore” jihadista in ogni Stato europeo, queste azioni coordinate del jihad non possono non essere state comandate e scrupolosamente sperimentate prima. Un “gruppo di fuoco” come quello che ha messo a ferro e fuoco il centro di Parigi, sul piano tecnico, non può non aver avuto bisogno di almeno 7-8 basi logistiche coperte, almeno 30-40 operatori invisibili, certamente almeno un mese di preparazione ed addestramento (magari in aree periferiche ma sicure) molto denaro, una attenta politica di copertura e gestione di un vasto ambiente filojihadista tra moschee salafite, negozi, reti cittadine islamiche. Che tutto questo non sia stato notato dai Servizi interni francesi, fa da un lato sorridere e dall’altro ci atterrisce. E’ vero, c’era stata una “segnalazione” qualche tempo fa, ma è strano che nessuno l’abbia letta e ben compresa. Il problema è che l’intelligence, in Francia come in Italia, soffre di due gravi limiti: l’eccessiva burocratizzazione e normativizzazione, e il rapporto con una classe politica intellettualmente modesta e del tutto priva di esperienza in politica estera e nell’uso corretto dei Servizi. Un documento dell’intelligence irachena, solitamente bene informata, ci dice che le nostre ipotesi sulla reale dimensione del jihadismo sono sostanzialmente corrette. No, non si tratta di “terrorismo”, parola bonne à tout faire che non spiega nulla. E’ il jihad “della spada”, che nasce da quello “permanente” e dalla predicazione del jihad della “parola”, secondo una ricca tradizione giurisprudenziale coranica che va da Ibn Taymiyya, che scrive nel nostro ‘600, fino al ricco formulario jihadista che nasce alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, in una fase in cui il jihad si esprimeva contro i “tiranni” laicisti e nazionalisti e non contro i loro potenti protettori occidentali o sovietici.

b) Il processo sarà, e siamo al punto b) questo: jihad sparsa, quella che noi chiamiamo “terrorismo”, raccolta degli islamisti presenti in Europa, loro utilizzazione militare di queste masse, infine la sottomissione politica ed economica degli “infedeli”. Naturalmente, qui non mette nemmeno conto perdere tempo, come fanno i nostri amici statunitensi, a separare il grano dell’Islam “moderato” dal loglio del jihad. Qui la questione è nei rapporti di forza ed è chiaro a tutti che l’Islam moderato, che pure esiste, è minoritario e strategicamente irrilevante. Gli Emirati e qualche altro Paese sunnita usano il jihad in Occidente con la stessa logica con la quale il Kominform usava (ma non era il solo) il terrorismo rosso. E, in più, il jihad salafita è un mezzo per definire i rapporti di forza con l’Islam sciita e il suo Paese di riferimento, l’Iran.

c) Arriviamo qui al punto c) e si tratta della nuova divisione dei potenziali strategici e delle aree di influenza dopo la prima fase della globalizzazione. Gli USA, sia il prossimo Presidente repubblicano o democratico, non hanno più intenzione di proiettare la loro potenza nel globo come prima; e comunque non nelle stesse aree. A Washington interesserà sempre di più l’Africa e l’area classica della Dottrina Monroe, l’America Latina. Manterranno forze e strutture in Europa solo e unicamente per regionalizzare la Federazione Russa, mentre la Cina sarà posta in remote control dal Pacifico e dal Sud Est asiatico. Gli USA non si impegneranno più nel Grande Medio Oriente che, dopo l’accordo del P5+1 con l’Iran e la geopolitica americana collegata ai sauditi, non sono più letti né come minaccia né come choke point primario. Davvero, per gli americani, la guerra fredda è finita. L’Europa è non pervenuta, è un caso di umorismo involontario, mentre la NATO sarà sempre di più una alleanza à la carte dove conteranno il Nordeuropa, gli USA, la Turchia. Il Fianco Sud dell’Alleanza è, e sarà sempre di più, ridimensionato nella pianificazione di Bergen-Mons. Ma ognuno con i suoi interessi nazionali e strategici: Ankara vuole “limare” il potere iraniano ai suoi confini ed è per questo che combatte la Siria di Bashar al-Assad. La Siria, per i turchi, va semplicemente smembrata per permettere l’inizio del progetto panturanico e neoimperiale di Ankara: dall’Anatolia all’Asia Centrale fino al Turkmenistan. L’Asia Centrale, appunto, sarà saldamente in mano alla Shangai Cooperation Organization, che sarà per Cina e Russia quello che l’Alleanza Atlantica era per gli USA negli anni’60 del ‘900: il bastione della sicurezza e lo strumento di controllo dei propri alleati. Quindi, in un contesto strategico molto fluido come l’attuale, il “jihad della spada” è il terribile force multiplier dell’Islam sunnita, che serve a: 1) controllare il ciclo economico degli importatori occidentali del petrolio OPEC; 2) gestire la grande massa dell’immigrazione islamica in Europa e nel resto dell’Occidente; 3) gestire le guerre per procura in Russia, in Africa, in Asia Centrale. E’ per questo che il jihad è sempre stato riccamente finanziato: per eliminare il regime baathista in Siria e isolare l’Iran, per controllare le linee interne del mondo araboislamico, per provocare l’indebolimento progressivo del Maghreb. Conquistato il Nordafrica, l’Europa, l’irrilevante Europa, cadrà nelle mani del jihad come una pera matura. In un quadro come questo, l’Italia è destinata a non contare assolutamente nulla, il nostro Paese diverrà un semplice hub industriale e finanziario senza anima, politica estera, classe politica, rilevanza nel Mediterraneo.


valoriGiancarlo Elia Valori

Presidente della merchant bank “La centrale Finanziaria Generale S.p.A.” - Presidente della “Cattedra sugli studi della pace, la sicurezza e lo sviluppo internazionale presso la Facoltà di relazioni internazionali della Peking University, nonché “professore straordinario” di economia e politica internazionale nello stesso Ateneo – Honorable dell’Académie des Sciences dell’Institut de France