Il velo islamico e la legge italiana – F. Fuso

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veloislamico4E’ necessario premettere che nella legislazione italiana non esistono disposizioni specifiche sul “velo islamico. La normativa alla quale si fa comunemente riferimento è costituita, innanzitutto, dal vecchio art. 85 del Testo Unico della Legge di Pubblica Sicurezza (R.d. 18 giugno 1931, n. 773) il quale, peraltro, vieta di comparire in pubblico mascherati <<tranne nelle epoche e con l’osservanza delle condizioni che possono essere stabilite dall’autorità locale di pubblica sicurezza con apposito manifesto>>. Il richiamo a talune manifestazioni, per lo più tradizionali (come, ad esempio, il carnevale), è del tutto chiaro e la disposizione non pare, ovviamente, applicabile al velo islamico. Infatti, l’espressa dizione e gli univoci riferimenti contenuti nella norma escludono che vi possa rientrare il velo islamico, che non è una maschera e che neppure in via analogica (peraltro vietata in tale materia) può esservi assimilato.

Il più recente art. 5 della Legge 22 maggio 1975, n. 152, invece, vieta <<l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo>>. Il testo di questa seconda norma - che, comunque, punisce un semplice reato contravvenzionale - è rimasto invariato anche dopo che (a seguito degli attentati a Londra del 7 e 21 luglio 2005) il legislatore è intervenuto inasprendo le sanzioni con la Legge 31 luglio 2005, n. 155 (ora arresto da uno a due anni e ammenda da 1.000 a 2.000 euro) e prevedendo l’arresto facoltativo in flagranza. Poiché la caratteristica determinante del “mezzo” deve, secondo il legislatore, essere appunto quella di “rendere difficoltoso il riconoscimento”, si impone, con riguardo a quello che genericamente viene definito “velo islamico”, un necessario distinguo perché in tale ultimo termine spesso si fanno confluire impropriamente più di un tipo di capi di abbigliamento, diversi per origine e per caratteristiche e, quindi, la loro distinzione non è affatto superflua.

Il Burqa (un mantello di origine afgana indossato sopra gli abiti che copre integralmente il volto della donna) ed il Niqab (di origine araba, solitamente composto da due pezzi, uno a copertura del naso e della bocca e un altro che copre i capelli e la parte superiore del busto, provvisto di una piccola fessura che lascia di solito visibili solo gli occhi) impediscono di vedere il volto e, già nel 2009, una fatwa del grande imam del Cairo, Mohammed Said Tantawi, li ha dichiarati incompatibili con l’islam perché non sarebbero simboli religiosi ma soltanto un retaggio di tradizioni locali. Lo Chador (simile a un mantello che si allunga sino ai piedi), è il tradizionale copricapo delle donne iraniane e viene tenuto chiuso sotto il mento, mentre lo Hijab indica genericamente il foulard che copre la testa e le spalle, lasciando scoperto il viso.

E’ già evidente da questa descrizione che sono soltanto i primi due a porre delle questioni sulla riconoscibilità di chi li indossa, in quanto i restanti, consentendo la visione del volto, non potrebbero in alcun modo essere considerati illegali, essendo espressione di una cultura o, comunque, di una religione e non è superfluo ricordare che, in alcune zone dell’Italia, le donne anziane indossano ancora il tradizionale velo. L’usanza di coprirsi il capo con un velo è, infatti, antichissima e documentata storicamente da oltre tre millenni in diverse civiltà, da quella mesopotamica a quella indo-iranica, per poi assumere un significato religioso nell’ebraismo, nell’islam ma anche nel cristianesimo. Nelle società contemporanee, soprattutto occidentali, invece l’obbligo per le donne di coprirsi il capo è ormai considerato contrario ai diritti fondamentali, primo fra tutti quello della parità tra uomo e donna, parità che però la maggioranza delle religioni diverse da quella cristiana non riconosce ed anzi osteggia apertamente, attribuendo alla donna un ruolo subalterno e di dipendenza dall’uomo. Si potrebbe disquisire sulla libertà di coscienza ma difficilmente si potrà avere la certezza che l’uso del velo sia frutto di una decisione volontaria o piuttosto frutto di un’imposizione dettata dai condizionamenti sociali e/o famigliari.

L’interpretazione della portata dell’art. 5 della L. 152/1975 tende, solitamente, a valorizzare la libertà religiosa a discapito delle esigenze di prevenzione e di sicurezza sulle quali, indubbiamente, è stata tracciata la norma tanto è vero che la sua emanazione si deve ai cosiddetti “anni di piombo” italiani del terrorismo di matrice “politica” quando, sovente, gli omicidi venivano consumati con il volto celato da passamontagna, da fazzoletti o da caschi da motociclista. Da segnalare, al riguardo, è la sentenza n. 3076/2008 della sezione VI del Consiglio di Stato che, confermando la decisione del T.A.R. Friuli Venezia Giulia n. 645/2006, ha innanzitutto specificato che non è dato rinvenire nell’ordinamento italiano alcuna norma che giustifichi l’estensione del divieto anche all’uso del velo (senza distinzione alcuna fra le diverse tipologie), specificando che il riferimento alla Legge 152 non sarebbe pertinente perché, indipendentemente dalla lettura come simbolo culturale, religioso o di altra natura, il velo non <<è un mezzo finalizzato ad impedire senza giustificato motivo il riconoscimento>>. Secondo i giudici amministrativi <<le esigenze di pubblica sicurezza sarebbero soddisfatte dal divieto di utilizzo in occasione di manifestazioni e dall’obbligo per tali persone di sottoporsi all’identificazione o alla rimozione del velo, ove necessario a tal fine. Resta fermo che tale interpretazione non esclude che in determinati luoghi o da parte di specifici ordinamenti possano essere previste, anche in via amministrativa, regole comportamentali diverse, incompatibili con il suddetto utilizzo, purchè ovviamente trovino una ragionevole e legittima giustificazione sulla base di specifiche e settoriali esigenze>>.

Sulla stessa strada si è posta la circolare del Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno, n. 300C/2000/3656/A/21.159 del 24 luglio 2000 che, limitatamente alle foto identificative da apporre sui documenti di identità, ha escluso che la citata normativa possa estendersi al velo, considerato parte integrante dell’abbigliamento abituale delle donne di religione islamica, che non può essere vietato alla luce del principio costituzionale della libertà di culto e di religione, salvo che non impedisca di rendere irriconoscibili i tratti del viso. Perciò, anche secondo tale indirizzo, il velo non pone problemi di sicurezza e di tutela dell’ordine pubblico a meno che esso sia indossato solo in apparenza per motivi religiosi ma di fatto utilizzato per impedire il riconoscimento durante la commissione di reati. Infine, la Carta dei valori della cittadinanza e dell’integrazione (peraltro non vincolante), approvata con decreto del Ministero dell’Interno il 23 aprile 2007, ha stabilito che <<in Italia non si pongono restrizioni all’abbigliamento della persona, purchè liberamente scelto e non lesivo della sua dignità. Non sono accettabili forme di vestiario che coprono il volto, perché ciò impedisce il riconoscimento della persona e la ostacola nell’entrare in rapporto con gli altri>>.

Resta, però, il nodo posto proprio dal testo dell’art. 5 della Legge 22 marzo 1975 n. 152: l’impiego di un qualunque mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento è espressamente vietato solo qualora si prenda parte <<a pubbliche manifestazioni, svolgentisi in luogo pubblico o aperto al pubblico>>Applicando letteralmente tale inciso (la cui valenza è stata circoscritta anche dal Consiglio di Stato) sarebbe, infatti, paradossalmente possibile considerare lecito indossare un mezzo che rende irriconoscibili (il velo, anche integrale, come il passamontagna o il casco) sui mezzi pubblici, negli spazi e nei luoghi pubblici, purchè non vi sia la partecipazione ad un manifestazione, anche se l’ulteriore condizione della sussistenza di un <<giustificato motivo>> sarebbe certamente confinata al solo uso del velo, peraltro in tutte le sue tipologie (includendo, dunque, il Burqa ed il Niqab).

Considerato l’orientamento sulla portata del divieto di cui all’art. 5 della L. 152/1975 espresso dal Consiglio di Stato nella citata sentenza e la possibilità che la giurisprudenza si mostri indulgente e garantista ad oltranza nella interpretazione delle condizioni poste dalla norma, è evidente come la normativa esistente si presenti del tutto inadeguata ad impedire l’abuso di mezzi che impediscono il riconoscimento della persona ed il pericolo che questi vengano utilizzati da soggetti determinati a commettere dei reati. Al riguardo si deve sottolineare che, pur con tutti i limiti che l’infelice formulazione dell’articolo 5 indubbiamente presenta, la ratio della norma è certamente ispirata ad una funzione preventiva in termini di sicurezza e di ordine pubblico. Nell’attuale momento storico, il ripetersi di sanguinosi attentati in vari paesi europei ad opera di fanatici che, proclamando la “guerra santa”, colpiscono anche cittadini inermi nei luoghi pubblici più disparati, unita alla vasta presenza ed al flusso enorme di immigrati non identificati, dei quali si è persa ogni traccia, la sicurezza del paese e dei suoi cittadini impongono la necessità che le leggi siano specifiche e maggiormente chiare, evitando di lasciare all’arbitrio la loro interpretazione ed applicazione, oltre a dover assicurare una concreta ed efficace opera di prevenzione. Non è, infatti, peregrina l’ipotesi che qualcuno ricorra proprio al Burqa o al Niqab per nascondere i propri connotati mentre si accinge a compiere un attentato, tenuto conto che tali indumenti possono essere facilmente indossati da un uomo e che, comunque, tra le fila dei terroristi agiscono anche delle donne. L’ovvia conclusione è che non può, dunque, ritenersi sufficiente a garantire le esigenze di sicurezza e di prevenzione il semplice obbligo di <<sottoporsi all’identificazione o alla rimozione del velo>>, come ha asserito il Consiglio di Stato: il terrorista nascosto da un Burqa non attenderebbe certo la richiesta di farsi identificare e/o quella di rimuovere il velo!

E’ perciò ineludibile la necessità che, per ragioni di sicurezza dei cittadini e di ordine pubblico, vi sia un obbligo specifico, formulato in maniera inequivoca e che non ammetta deroga alcuna, alla possibilità di riconoscimento immediato (e non dilazionato dall’incombente di “invitare” alla rimozione del velo) di qualunque persona che si trovi in una strada, in un luogo pubblico, sui mezzi di trasporto, ecc. Da tempo molti progetti di legge, a partire da quello della Lega Nord, hanno sottolineato l’esigenza di meglio specificare la portata dell’art. 5 della Legge 152/1975, vietando <<ogni mezzo che non renda visibile l’intero volto, in luogo aperto o al pubblico, inclusi gli indumenti indossati in ragione della propria affiliazione religiosa>> e questo è un segnale evidente della generale consapevolezza delle indubbie carenze della normativa attuale.


fusoFrancesca Fuso

avvocato in Milano