L'evoluzione del fenomeno migratorio in Italia - M. Tafaro

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migrantimareNel corso della Storia abbiamo assistito a diversi fenomeni migratori, che possono trovare origine in molteplici cause. Per lo più i motivi politici ed economici sono prevalenti e tra le motivazioni economiche ritengo che possano rientrare anche quelle lavorative. A queste si aggiungono quelle di tipo religioso, allorché ci si trovi nell’impossibilità di praticare il proprio culto, ovvero quelle connesse a scelte personali (di tipo affettivo - sentimentali), o legate al desiderio di crescita culturale. Altre ben più gravi migrazioni possono essere conseguenza di disastri naturali, o di atti criminali. Come non pensare, ad esempio, agli esodi di biblica memoria che, però, se trovarono fondamento nel desiderio di fuggire da oppressioni, pure si concretarono, purtroppo, in azioni di vera e propria aggressione nei confronti delle popolazioni dove i profughi si insediarono. Altrettante migrazioni sono da ritenersi quelle conseguenti alla tratta degli esseri umani o quelle connesse ad azioni di conquista e colonizzazioni di territori che, a volte, hanno comportato la scomparsa quasi totale della popolazione autoctona. Si pensi ad Enea ed alla leggendaria fondazione di Roma, o alla meno leggendaria conquista delle nostre terre da parte dei Greci, che diede origine alla Magna Grecia, degli Spagnoli, dei Francesi e degli Arabi o alle invasioni barbariche ed agli insediamenti austro-ungarici, per non parlare della conquista dell’America, o dell’esodo ebraico post bellico.

Di certo, per noi, il processo di integrazione  con culture, usi e leggi differenti non è stato indolore, né privo di spiacevoli episodi ed ancora oggi risentiamo in parte di queste differenze delle quali, a volte, siamo orgogliosi, in quanto le stesse ci caratterizzano e costituiscono i presupposti del nostro patrimonio culturale, senza che le diversità ci impediscano però di riconoscerci membri di una comunità nazionale. Orbene, negli ultimi decenni abbiamo assistito a fenomeni migratori che hanno coinvolto il nostro Paese, che, da Terra di figli di immigrati e madre di migranti, è divenuto Terra di immigrati. A tal riguardo va precisato che deve intendersi immigrato colui che, pur residente, è nato all’estero con cittadinanza straniera, ancorché acquisisca, poi, la cittadinanza italiana, a differenza dello straniero, che è da considerarsi colui che, pur essendo residente, ha cittadinanza straniera, anche se sia nato in Italia.

I primi significativi flussi migratori si ebbero verso la fine degli anni settanta, sia per la politica delle porte aperte praticata dall’Italia, sia per le politiche più restrittive degli altri Paesi. Nel 1981 si calcolava che vi fossero circa 321.000 immigrati, di cui un terzo stabili ed il resto temporanei. Nel 1982 venne proposto un programma per la regolarizzazione degli immigrati privi di documenti e nel 1986 fu emanata la legge n.943, con la quale si cercò di garantire ai lavoratori extracomunitari gli stessi diritti di quelli italiani. Il primo e massiccio episodio immigratorio, di certo, è stato quello conseguente alla morte del dittatore albanese nel 1991. Non v’è dubbio che le motivazioni fossero di tipo economico e che i migranti vedessero nel nostro Paese da un lato la terra di bengodi, per via delle trasmissioni televisive italiane, che gli Albanesi ricevevano e che davano dell’Italia un’immagine opulenta; dall’altro la porta d’ingresso per l’Europa. In questa circostanza ci fu una tale dimostrazione di solidarietà da parte dei nostri concittadini, i quali, superando ogni barriera ed in alcuni casi perfino ogni legge, offrirono ospitalità ed ausilio. L’immigrazione, pur se non episodica fu contenta a seguito degli accordi bilaterali che il nostro Governo stipulò. Accordi che intervennero poi anche con altri Paesi, principalmente dell’area mediterranea. Ciononostante, si stima che nel 1996 in Italia vi fossero circa 925.000 stranieri.

Le migrazioni sono proseguite connotandosi di motivazioni differenti ed investendo cittadini di diversa nazionalità: e questa è storia di ogni giorno di cui tutti siamo informati ed intorno alla quale è aperto un ampio dibattito nel Paese. Il proliferare del fenomeno migratorio e, soprattutto, il sempre maggior numero di immigrati irregolari, rese necessario, nel 1998, regolamentare ulteriormente i flussi di ingresso con l’emanazione della legge Turco - Napolitano, con la quale si cercò anche di scoraggiare l’immigrazione clandestina, istituendo i centri di permanenza temporanea (CPT), per i soggetti sottoposti a provvedimenti di espulsione. Successivamente, nel 2002, la materia fu nuovamente regolamentata con la legge Bossi-Fini, prevedente, tra l’altro, l’espulsione immediata dei clandestini da parte della forza pubblica. La lotta all’immigrazione irregolare ha visto un impegno costante delle Forze dell’Ordine, atteso anche l’aumento dei fenomeni di criminalità intorno allo stato di bisogno degli immigrati. Com’è noto, la criminalità, allorché intravede una fonte di lucro, è presente. Orbene nella fattispecie migratoria, ai guadagni conseguenti al trasporto dei clandestini, si uniscono quelli derivanti dall’impiego di manodopera a basso costo, nonché dal procacciamento di manovalanza criminale o di donne da avviare alla prostituzione. E’ superfluo sottolineare come laddove i nostri concittadini non aderissero all’uso di manodopera a basso costo, ovvero non frequentassero le prostitute, i motivi di lucro cesserebbero, però ciò, a quanto pare, è da ritenersi utopistico. Infatti, nonostante la lotta al lavoro nero condotta dalle FF.OO. e dalle altre Istituzioni preposte, non si riesce a debellare il ricorso a manodopera irregolare. Né, tantomeno, viene represso il fenomeno della prostituzione anche con l’impiego di extracomunitarie. A tal proposito, a mio avviso, la materia necessiterebbe di una revisione normativa, che, al di là di ogni ipocrisia, riesca a salvaguardare la dignità delle donne e ad instaurare un meccanismo che sottragga la gestione del fenomeno alla delinquenza organizzata e non.

A tutto ciò devono aggiungersi le problematiche connesse sia all’espulsione dei clandestini, sia alla necessità di impedire che gli stessi, una volta espulsi, rientrino nel nostro Paese. Per motivazioni da tutti noi più o meno conosciute e, per la gran parte dei casi legate alle condizioni economiche e politiche dei Paesi di origine, il fenomeno migratorio si è dilatato sino ad assumere proporzioni preoccupanti e l’Italia è divenuta meta di sbarchi, che si sono moltiplicati anche a seguito della  caduta di Gheddafi e del venir meno degli accordi Italo – libici. Alcuni degli immigrati hanno proseguito verso altre Nazioni, altri sono divenuti stanziali ed i cittadini stranieri residenti in Italia sono passati da 1.340.000 ca. del 2002 a 5.000.000 ca del 2015 con esclusione, naturalmente, dei clandestini. Oggi sembra che l’accordo di Dublino, che prevede che il Paese di primo approdo debba occuparsi degli immigrati, sia in discussione e che l’Europa stia facendosi carico del problema. Ciò che appare evidente è che tutti i Paesi interessati al fenomeno si pongono il problema di come collocare gli immigrati all’interno del proprio territorio, ovvero di come rimandarli nel Paese d’origine e di come accoglierli ed ospitarli al meglio, nel medio termine. Il nostro Paese, in relazione all’andamento del fenomeno migratorio, ha assunto diversi provvedimenti volti a garantire i diritti della persona umana, in attesa del suo inserimento sociale in Italia o altrove.

Come s’è detto ci sono stati dapprima i CC.PP.TT., che costituivano veri e propri centri restrittivi della libertà, pur nella salvaguardia dei diritti della persona. A tal proposito devo dire che, essendo stato responsabile del CPT di Restinco, quale Prefetto di Brindisi, ciò che mi lasciava perplesso era il constatare come a fronte delle cure prestate agli ospiti, questi avessero il più assoluto disprezzo delle strutture di accoglienza, distruggendole sistematicamente. L’interrogativo che mi sono sempre posto è stato perché si tollerasse che questi soggetti non dovessero rispettare le regole ed i beni del Paese che forniva loro accoglienza, senza dover subire alcuna conseguenza. Forse in considerazione del grado di disperazione connesso all’essere lontano dalla propria casa o per il trovarsi reclusi nel CPT? O per la scarsa conoscenza delle leggi italiane? Motivazioni insufficienti, a mio avviso, a giustificare tali comportamenti, denotanti un vero e proprio spregio delle leggi italiane, tanto più considerando che gli stessi soggetti, invece, pretendevano con forza quanto previsto in loro favore dalle medesime leggi. A tal riguardo occorre precisare che la gestione dei Centri veniva affidata previo esperimento di gara, effettuata in base a capitolato predisposto dal Ministero dell’Interno. Per un breve periodo, anche a seguito del calo degli sbarchi, molti CPT furono chiusi, salvo ad essere trasformati successivamente in Cie o Cara. Infatti, con il ripresentarsi del fenomeno, oltre a coinvolgere le stesse Regioni nelle procedure di accoglienza ed ospitalità, tant’è che erano queste ultime a stipulare  alcune convenzioni con le strutture, vennero istituiti i Centri di accoglienza e cioè:

1) Centri di primo soccorso ed assistenza (CSPA), localizzati in prossimità dei luoghi di sbarco e destinati all’accoglienza degli immigrati per il tempo strettamente occorrente al loro trasferimento presso altri centri (periodo di permanenza previsto di 24/48 ore ca.);

2) Centri di accoglienza (CDA), per l’accoglienza degli immigrati per il periodo necessario alla definizione dei provvedimenti amministrativi relativi alla posizione degli stessi sul territorio nazionale (L.n. 563/95, c.d. legge Puglia);

3) Centri di accoglienza per richiedenti asilo (CARA), destinati ad ospitare i richiedenti asilo per il periodo necessario alla loro identificazione o all’esame della domanda di asilo da parte delle Commissioni territoriali;

4) Centri di identificazione ed espulsione (CIE), destinati al trattenimento dell’immigrato irregolare per il tempo necessario alle forze dell’ordine per eseguire il provvedimento di espulsione.

Non va sottaciuto come i tempi di esame delle varie istanze da parte delle Commissioni territoriali non fossero e non siano dei più stringati, tant’è che intorno a questa problematica si sono spesso accese proteste da parte dei migranti, che, a volte, sono sfociate in vere e proprie rivolte. In proposito sarebbe forse necessaria una rivisitazione della disciplina che alleggerisse le procedure ed aumentasse il numero delle Commissioni, rendendone anche più snella la composizione.

Un discorso a parte merita l’accoglienza dei minori non accompagnati. I relativi oneri finiscono con il gravare sui Comuni e spesso hanno costituito per loro un peso eccessivo, con gli inevitabili riflessi sui relativi bilanci. L’Italia, con tutti i Governi che via via si sono succeduti, ha sempre tutelato e rispettato i diritti della persona e la sua dignità, fornendo accoglienza, tutela giuridica e sanitaria agli immigrati e garantendo la pari dignità con i cittadini italiani ed il loro inserimento nel contesto sociale, nonché rispettando i loro usi, credenze e costumi. Non sono mancati, a volte, episodi di intolleranza da parte di cittadini che si sono sentiti lesi nei propri diritti, visto il trattamento di favore, a loro dire, che era garantito agli immigrati, rispetto agli italiani non abbienti o considerato che, al rispetto da noi loro dato, non corrispondeva altrettanto rispetto per le nostre leggi. Al riguardo penso che il dialogo e la buona volontà potrebbero portare a superare le situazioni di attrito, oltre all’abbandono del buonismo ad oltranza, professato da tanti, che, invece di pacificare gli animi, contribuisce ad esasperarli ancora di più.

Un ultimo accenno è doveroso fare ai costi di mantenimento degli immigrati nei centri di accoglienza. Premesso che, come ho già detto, gli affidamenti agli enti gestori avvengono a mezzo di gara, in base a capitolato predisposto dal Ministero dell’Interno, aggiudicata all’offerta più bassa, va da sé che per ogni singola gara il prezzo può variare a seconda dell’offerta. E’ previsto che agli ospiti debbano essere garantiti mediatori culturali, interpreti, psicologi, assistenza religiosa adeguata, assistenza sanitaria nel Centro o presso strutture pubbliche, se necessario, nonché attività ludiche. Gli immigrati hanno diritto ad avere prima colazione, pranzo e cena. Ogni pasto sarà composto da un primo piatto, un secondo piatto, frutta di stagione, 2 panini e 1 lt. di acqua minerale. I pasti possono variare a seconda dello stato di salute dei soggetti o della loro religione. Agli ospiti, all’atto di ammissione al centro, viene fornita una dotazione di generi di prima necessità, quali scarpe, ciabatte, 2 tute o 2 pantaloni e giacconi, pigiama, slip, asciugamani, calze, magliette, T-shirt, dentifricio, spazzolino, pettine, sapone, shampoo, lenzuola e federa monouso ogni 3 giorni, 2 coperte, 1 borsone da viaggio. Nel caso la permanenza duri più di 48 ore vengono rinnovati i beni consumabili. Inoltre, all’ingresso, per una sola volta viene fornita una scheda telefonica di 15 euro, nonché ogni 2 giorni un buono del valore di 5 euro spendibile all’interno del centro. Mediamente il costo giornaliero per ogni ospite si è aggirato nei Centri di Bari, allorché vi ero Prefetto, intorno ai 33 euro. Se ipotizziamo che in una struttura siano ospitati circa 1000 persone, si ha una spesa giornaliera di 33.000 euro, mensile di 990.000 ed annuale di 11.880.000 euro. Cifre alle quali spesso si aggiungono gli oneri connessi alle diverse riparazioni conseguenti a danni provocati anche dagli stessi ospiti. E’ di tutta evidenza come a fronte di queste cifre l’interesse della malavita sia notevole ed occorra vigilare al massimo. Accanto al dovere di offrire ospitalità ed accoglienza, in presenza di una crisi come quella che stiamo attraversando, assistiamo a fenomeni di intolleranza da parte di  quanti, pur essendo cittadini italiani ed onesti contribuenti, spesso non hanno di che nutrirsi, o non hanno tetto e ritengono di essere bistrattati rispetto agli immigrati. Chissà, forse dovremmo istituire dei CARA anche per i non abbienti italiani. 

Orbene, accanto a queste considerazioni, viene da chiedersi se il fenomeno migratorio sia destinato a finire o se continuerà e fino a quando continuerà. Di certo continuerà finché perdureranno le attuali condizioni nei Paesi di origine. A mio sommesso avviso è lì che bisogna intervenire, con accordi anche bilaterali, se necessario, ma soprattutto creando ivi le condizioni di vivibilità e benessere. Non è più tollerabile che le multinazionali o i cosiddetti Paesi ricchi continuino a sfruttare tali territori, sottraendo risorse alle popolazioni, affamandole e costringendole all’esodo, a spese sempre dei poveri cittadini dello Stato ospite. Gli Italiani e, più in generale, gli Europei devono capire che non è contro i fratelli bisognosi che devono elevare la loro protesta, bensì contro quanti nulla fanno per impedire lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Rispetto al passato la nuova emigrazione è spesso senza ritorno. Cioè mentre il migrante, ad esempio, italiano andava all’estero sperando di ritornare e perciò mandava le rimesse ai propri famigliari, questo non si può prevedere per quelli che oggi vengono dall’Africa. Lì, infatti, come ha denunciato il Papa nella laudato si’, ogni risorsa viene acquistata dai ricchi europei e occidentali, rendendo necessaria la migrazione ed impraticabile il ritorno dei migranti. Il cui ‘costo’, però, non è addebitato agli autori delle spoliazioni, bensì alla gente comune, presumibilmente gravata da oneri crescenti ed, in prospettiva, insostenibili.

Una corretta politica della migrazione dovrebbe coniugare l’accoglienza con l’obbligo di rendere intangibili le risorse di tutti i popoli: in concreto affermando che ogni accoglienza deve essere accompagnata dall’imposizione a carico dei ‘predatori’ di versare una percentuale apprezzabile per il futuro del territorio spogliato e, in ogni caso, fissando limiti (70%?) alla sottrazione da parte di privati e lobby anche governative (spesso corrotte) dei terreni e delle risorse. Ad esempio, è possibile che le licenze di pesca siano date a grandi imprese, costringendo i pescatori, che da generazioni vivevano della pesca dei loro mari, alla disperazione ed alla migrazione? L’ONU e l’UE, di là dalla facile retorica e delle imposizioni di mera accoglienza, vorranno affrontare le radici della problematica? Speriamo. Però, gli enti locali, sui quali finiscono con il gravare i migranti, possono pretendere di ‘accogliere’ a condizione che, a livelli nazionali ed internazionali, ogni programma sia accompagnato da misure tese a bloccare lo sfruttamento dei Paesi e, anzi, a prevederne il rilancio. È utopia? Nello scenario delle attuali politiche nazionali e di ONU ed UE, forse si. Ma, partendo da noi che siamo sommersi dalle migrazioni, si può costruire un’inversione significativa. Oppure dobbiamo accontentarci ed anzi esultare perché l’UE si dice pronta alla ‘flessibilità’, se accogliamo senza riserve; cioè, ci consente di fare debiti sul bilancio, caricandoci i relativi costi che, probabilmente, saranno sostenuti dalle generazioni future? Scegliamo, ma con la consapevolezza che il ‘problema’ non si risolve con il ‘pietismo’ o con la buona volontà dei singoli, bensì soltanto con drastiche misure contro gli ‘sfruttamenti’, in favore delle quali  registriamo una sola voce autorevole: quella del Papa.

tafaromarioMario Tafaro

già prefetto di Bari