Che cosa è realmente accaduto agli italiani d’oltre Adriatico? Tutta una storia in sintesi – G. Baroni

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esodoistriaE’ noto e sostanzialmente fuori discussione che dall’Istria e dalla Dalmazia c’è stato in circa un secolo, fra 1860 e 1960 uno straordinario esodo di abitanti, per lo più verso l’Italia, esodo inizialmente strisciante, divenuto massiccio durante e dopo la seconda guerra mondiale, con cifre che vanno dalle 300 alle 360 mila persone che hanno abbandonato case, campi, negozi, città, tombe, insomma tutto, tranne il poco che hanno portato addosso e non son tornate più. La differenza sul conto dipende da chi fa la conta, ma non mi sembra una differenza rilevante. Fermo restando che ogni deportazione o messa in fuga è sempre drammatica, non è la stessa cosa ragionare sulla fuga di occupatori e colonizzatori o invece di popolazioni autoctone. Non è lo stesso sia per il diritto sia per il tipo di radicamento.

Ora la maggior parte dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia a metà Ottocento era abitata da italiani autoctoni. Lo dimostra la continuità storica. In epoca romana queste zone erano ovviamente parte dell’Impero romano, ma sin dal tempo di Cesare e, con qualche variazione nei secoli seguenti fino a Diocleziano, l’Istria fa parte della Decima Regio Italiae e gode, come la Dalmazia, dello Ius Italicum che caratterizza tutto un particolare ordinamento civile e militare diverso da quelle delle province dell’Impero. In sostanza al tempo di Augusto tali terre erano già Italia, mentre la Sicilia e la Sardegna erano ancora province. Questo status significava innanzi tutto che tali terre non avevano bisogno di una vigilanza militare onde evitare tentativi di secessione, essendo completamente romanizzate. Con la riforma di Diocleziano, quando l’Impero viene amministrativamente diviso in quattro parti, l'Istria e la Dalmazia seguono le sorti dell’Italia; l'Istria, in particolare, entra a far parte di una regione, l'Italia annonaria, che comprendeva allora tutto il Nord Italia. Ricordo che Diocleziano, lasciando la carica d’Imperatore, si stabilì nei pressi di Salona che era la città più importante della Dalmazia; per questo si costruì un vastissimo Palazzo che nel tempo divenne una città che da Palatium prese il nome, mutatosi poi in  Spalato, città ancora esistente che i Croati hanno ribattezzato Split e nella quale si possono riconoscere vistose vestigia dell’originaria dimora dell’Imperatore “emerito”. Di come fossero gli abitanti di queste terre ci dice il Mommsen, storico tedesco fra i maggiori dell’antichità, nel suo saggio Le provincie romane da Cesare a Diocleziano (Berlino, 1857):  «ben presto l’intero litorale parlò latino quasi come ai giorni nostri parla il veneziano […]. L’incivilimento e la romanizzazione della Dalmazia sono in genere una delle più caratteristiche e importanti  manifestazioni dell’Impero. I confini della Dalmazia con la Macedonia sono nello stesso tempo il limite politico e linguistico dell’Occidente e dell’Oriente».

La situazione non muta radicalmente durante il quarto né per gran parte del quinto secolo, mentre si consuma la decadenza dell’Impero di Occidente. Anzi, vale la pena qui di sfatare un’inesattezza che gode di molta fortuna nei libri di storia: l’ultimo imperatore di Occidente, infatti, non fu Romolo Augustolo, ma Giulio Nepote, della famiglia imperiale Flavia, il quale continuò a regnare, riconosciuto dall’Augusto di Oriente, guidando l’impero di Occidente o quel che restava dal Palazzo di Diocleziano, fino alla morte nel 480. Istria e Dalmazia condivisero comunque la sorte dell’Italia anche dopo, unite prima nei regni barbarici, poi nella riconquista giustinianea, infine nella divisione politica dell’Italia quando i Longobardi ne occuparono una parte mentre l’altra, fra cui l’Adriatico, rimaneva con l’Impero romano d’oriente; interessante guardare le carte storicogeografiche: per quanto riguarda l’Adriatico legati all’Impero d’Oriente rimasero la Puglia, Ravenna e l’esarcato, la costa del Veneto, dell’Istria e della Dalmazia, in diretta connessione con quello che oggi si chiama Albania e Grecia, ovvero con il cuore di quello che si definisce anche impero Greco. La situazione rimane circa così fin verso la fine del sesto secolo: in quel tempo, a ondate, per circa due secoli, compaiono per la prima volta in queste terre gli slavi. Provenienti dalla Russia, sospinti dagli Avari, con i quali arrivano nel 614 a conquistare la splendida Salona, un po’ all’interno rispetto a Spalato: furono stragi, rapine, massacri. I residenti che riuscivano, fuggivano terrorizzati verso il mare dove i nuovi barbari non osavano avventurarsi. Si restringe perciò la Dalmazia romana: l’altopiano viene occupato dagli slavi, la costa rimane saldamente in mani romane. C’è per questo un importante documento. Nel 950 l’Imperatore d’Oriente Costantino VII Porfirogenito, che nel suo trattato De administrando Imperio descrive per il proprio successore le parti dei suoi domini, racconta della terribile invasione slava e della fuga dei superstiti: «gli altri Romani si tennero le città della zona costiera che posseggono tuttora. Queste sono Cattaro, Ragusa, Spalato, Traù, Zara, Veglia, Ossero; gli abitanti di tali città si chiamano ancor oggi Romani». Nell’Istria che per un certo periodo è unita all’Impero d’Occidente restaurato da Carlo Magno gli Slavi s’infiltrano gradualmente e lo si legge per la prima volta nel Placito del Risano nell’804. Sottolineo che gli Slavi prima di queste invasioni mai erano stati nella penisola balcanica; la Dalmazia e l’Istria preromane erano infatti abitate da Illiri ed Istri, popolazioni completamente diverse, amalgamate, come si era visto, nel mondo romano.

L’affacciarsi nell’area degli arabi costringe l’Impero d’Oriente a una lotta secolare in Asia che gli fa perdere man mano importanza in Adriatico. Così i principali centri costieri tendono a far da sé, come liberi comuni o repubbliche marinare. Fra l’800 e il 1200 Bisanzio è di fatto sostituita da Venezia alla cui supremazia, per lo più spontaneamente, si affidano un po’ alla volta tutte le città dell’Adriatico orientale, con l’esclusione di Ragusa che, con un piccolo territorio e una poderosa flotta, si organizza per rimanere nei secoli autonoma repubblica; anche la lingua accompagna queste mutazioni: i dialetti autonomamente evolutisi dal latino vengono soppiantati gradualmente dal veneziano, lingua franca dei traffici commerciali, destinato ad espandersi nel Mediterraneo orientale, mentre a Ragusa per lingua scritta si passa gradualmente dal latino al toscano con una fiorente letteratura.

Questa situazione trova conferme al tempo delle crociate, in cui Venezia, oltre che grande traghettatrice, è anche fra le potenze che maggiormente guadagnano, consolidando anche il proprio potere che non deriva più nemmeno formalmente dall’Impero d’Oriente. Nei secoli seguenti si registrano vari movimenti in cui giocano il Patriarcato di Aquileia, la casa d’Asburgo, il Regno di Ungheria oltre a mille ambizioni e pretese locali. Comunque verso la fine del millequattrocento la situazione non è molto mutata: il dominio veneziano va dalla laguna di Venezia all’Albania con le eccezioni di Trieste, datasi all’Austria per ragioni commerciali, della costa liburnica a partire da Fiume, in mani ungheresi e della Repubblica di Ragusa, che durerà fino al 1808. L’Istria è veneta sulla costa, degli Asburgo nell’interno. La novità del secondo Quattrocento è che, con la caduta di Costantinopoli per mano turca, l’Impero Romano d’Oriente non esiste più e i Turchi hanno invaso mezza penisola balcanica; Dalmati e Ungheresi si trovano a essere in prima linea nella difesa dell’Europa cristiana. Le guerre durarono circa due secoli e mezzo durante i quali non si contano leghe sante e tradimenti; tra la famosa battaglia di Lepanto e l’assedio turco di Vienna, è tutto un trascorrere di alterne vicende e movimenti del confine, che però nel 1721, dopo l’ultima guerra veneto-turca, in Istria e Dalmazia, si trova dove l’avevamo visto prima con solo un allargamento della fascia costiera nell’entroterra dalmata fra Zara e Spalato. Ed è questa la Repubblica di Venezia, nel frattempo molto estesasi nella terraferma, dove andava dall’Adda all’Isonzo, che Napoleone  troverà sul proprio cammino alla fine del Settecento. Impossibile qui ripassare i molti sconvolgimenti del ventennio napoleonico: quello che conta è che per iniziativa napoleonica nel 1797 cade la Repubblica di Venezia e 11 anni dopo quella di Ragusa; dopo il congresso di Vienna entrambi i loro territori si trovano a far parte dell’Impero d’Austria. L’Istria, fino allora divisa fra Austria e Venezia, viene  unita, anche con Trieste, Fiume e la Dalmazia, salvo ripartizioni interne, più volte modificate.

I successivi movimenti riguardano il Risorgimento italiano: l’effimero tentativo di far risorgere la Repubblica di San Marco nel ’48; la terza guerra d’indipendenza che toglie all’Austria il Veneto e il Friuli, ma le lascia il resto dell’Adriatico orientale. E questa fu occasione di un primo rilevante esodo strisciante. Vediamo perché.

  1. 1.L’imperatore d’Austria, poco fidandosi della fedeltà degli italiani rimasti nell’Impero, ordinò personalmente la repressione organizzativa e culturale della componente italiana nel Trentino, a Trieste, in Istria e in Dalmazia. L’uso della lingua italiana negli atti pubblici fu gradualmente vietato e fu stabilito l’uso del tedesco o dello slavo. Furono quindi sfavorite le assunzioni di italiani nei posti pubblici. Furono chiuse le scuole statali italiane. Non fu mai istituita una Facoltà universitaria italiana. Furono svantaggiate le pubblicazioni periodiche in italiano. Furono favorite alcune aspirazioni slave.
  2. 2.Di conseguenza gli organi elettivi locali che negli anni 60 dell’800 erano quasi tutti italiani divennero gradualmente in maggioranza slavi in Dalmazia, mentre rimasero a maggioranza italiana in Istria e a Trieste e a Fiume
  3. 3.L’essere politicamente divisi da Venezia fu per gli istriani e i dalmati una grave privazione culturale, una sorta di taglio delle radici, anche se il mito di San Marco continuò. Il principale riferimento per tutti quegli anni fu comunque Trieste, divenuta il maggior porto dell’Impero.
  4. 4.Il mondo slavo aveva fatto molta strada nei secoli e puntava a trasformare la monarchia asburgica da duplice a triplice regno, uno dei quali slavo; con questa mira non alla distruzione, ma alla mutazione interna dell’Impero, gli slavi potevano svolgere la loro attività politica senza essere considerati traditori. La conquista della Bosnia da parte dell’Impero nel secondo Ottocento aiutava questa impostazione.
  5. 5.La politica generale italiana fra fine Ottocento e inizio Novecento aveva bisogno di spalle coperte; per guardare al Mediterraneo e alle colonie, l’Italia aveva stretto alleanza coll’Austria e non poteva quindialcun modo favorire un irredentismo degli italiani soggetti agli Asburgo. Anche le due brevi guerre balcaniche del primo Novecento avevano visto Austria e Italia sostanzialmente alleate.
  6. 6.Ecco dunque la riduzione della componente italiana in Dalmazia nell’Ottocento con una lenta migrazione e una parziale assimilazione. La compattezza della componente italiana in Venezia Giulia rese più difficili questi effetti.

La guerra mondiale scoppiata nel 1914 mutò ogni prospettiva. L’entrata dell’Italia avvenne sull’onda emotiva della redenzione di Trento e Trieste e magari d’altro, fra ignoranza e confusione, voluta o casuale, con patti d’ingresso ambigui che comunque prevedevano che all’Italia sarebbero andati il Trentino, la Venezia Giulia e buona parte della Dalmazia. La guerra fu durissima e costò all’Italia 700.000 morti. In ogni caso iniziò con il salvataggio sulle coste dalmate di quanto restava dell’esercito sconfitto del Regno di Serbia, piccolo staterello che l’Austria, senza l’intervento degli altri, avrebbe mangiato con un sol boccone. Durante la guerra continuò e si intensificò l’oppressione degli italiani dell’Impero, non pochi dei quali trovarono il modo di passare il confine prima o le linee poi per combattere dalla parte dell’Italia, rischiando, se presi prigionieri, la fucilazione.

Alla fine della guerra, Francia e Inghilterra si preoccuparono soprattutto di evitare che l’Italia diventasse troppo potente riprendendosi le genti e i territori un tempo già veneti. Per questo inventarono una Jugoslavia mai esistita prima e fecero di tutto per sottrarre i territori destinati nei patti all’Italia per darli a questo neonato artificiale Regno degli slavi del sud. L’impresa di Fiume da parte di d’Annunzio si comprende in tale contesto che favorì persino, nel mito della vittoria rubata, l’avvento del fascismo.

Per accontentare gli alti comandi militari italiani si lottò per confini geograficamente protettivi in Alto Adige e in Venezia Giulia, incorporandovi anche popolazioni alloglotte, e si finì col rinunciare a quasi tutta la Dalmazia. In pratica, dopo il trattato di Rapallo, Trieste, Fiume e l’Istria toccarono all’Italia; tutta la Dalmazia, tranne le isole di Cherso e Lussino, Zara, Lagosta e Pelagosa, al Regno SHS (Serbi, Croati, Solveni), poi di Jugoslavia. Si ebbe così il secondo esodo un po’ immediato, appena si seppero i nuovi confini, un po’ negli anni, con l’”incoraggiamento” dei nuovi padroni: tra espropri mascherati da riforme, danni amministrativi, impedimenti linguistici. Il famoso Missoni, lo stilista, soleva dire di essere due volte profugo perché la sua famiglia si trasferì da Ragusa a Zara alla fine della prima guerra mondiale, e da Zara a Varese alla fine della seconda. Fatto sta che diverse migliaia di italiani lasciarono il resto della Dalmazia per stringersi a Zara o nelle poche isole rimaste oppure migrarono nella penisola italiana negli anni venti e trenta.

Per Trieste, l’Istria e Fiume invece l’esito della vittoria aveva portato alla desiderata redenzione che avvenne con problemi, come tutti i mutamenti, ma con patriottica soddisfazione. L’Istria, nel quarto di secolo in cui  appartenne al Regno d’Italia, conobbe ammodernamenti e migliorie culturali. Zara ebbe un inizio difficoltoso, avendo il confine a ridosso, ma poi l’istituzione della zona franca la rese florida con capacità di attrarre investimenti e immigrazione. Le minoranze slave rimaste entro i confini italiani non ebbero i trattamenti di tutela che ci aspetteremmo oggi, ma non furono maltrattate e infatti rimasero nei loro insediamenti.

Il coinvolgimento della Jugoslavia nella seconda guerra mondiale rivoluzionò nuovamente gli equilibri: i primi momenti furono caratterizzati dalla secessione della Croazia che, capeggiata dall’ustascia fascistoide Ante Pavelic, si schierò contro Belgrado a favore di Italia e Germania, ottenendo l’indipendenza della Croazia con confini che comprendevano pure buona parte della Bosnia, ma solo una parte della Dalmazia con Ragusa, mentre l’altra veniva assegnata all’Italia che riuniva nel Governatorato di Dalmazia le province di Zara, Spalato e Sebenico e diverse isole; siamo nel 1941. Ai dalmati italiani sembrava quasi un sogno il ritorno ai confini veneziani pur essendo preoccupati per l’inclusione di una forte percentuale di croati nei territori annessi. Ma la guerra si avviava verso la sconfitta dell'Italia. Nei Balcani iniziò presto una guerriglia organizzata da Josip Broz Tito, a lungo fuoriuscito in Unione Sovietica, dove aveva appreso tecniche e apparati ideologici per la guerra partigiana. Nel ’43 il Regno d’Italia si arrese senza condizioni agli angloamericani e iniziò a guerreggiare al loro fianco contro gli ex-alleati tedeschi, mentre nell’Italia settentrionale nasceva la RSI, fiancheggiatrice dei tedeschi.  

foibeI Croati ustascia colgono l’occasione per allargarsi in Dalmazia a spese degli italiani con il consenso dei tedeschi che così puniscono il voltafaccia italiano. Nel settembre del ’43 nei pochi giorni fra l’8 settembre, data in cui il Governo Badoglio comunica la resa italiana, e la discesa dei tedeschi a occupare le posizioni già italiane, i partigiani comunisti slavi approfittano soprattutto in Istria per impadronirsi delle città sguarnite, rastrellare italiani e ucciderli senza alcun giudizio. Ciò fa sì che l’arrivo dei tedeschi sia considerato dalla popolazione italiana un minor male. In ogni caso la guerra peggiora e anche i tedeschi devono man mano ritirarsi, ripiegando nella primavera del ’45 verso Trieste. In Dalmazia, Fiume ed Istria accorrono le truppe partigiane titine che preferiscono raggiungere Trieste prima che le loro capitali. Dovunque arrivano scatenano il terrore con il preciso disegno di eliminare o far fuggire più italiani possibile, come verrà storicamente acclarato e confermato anche da importanti collaboratori di Tito. In Dalmazia si usano le armi o si buttano le vittime in mare con un peso al collo; in Istria e sul Carso si gettano a migliaia i malcapitati, per lo più vivi, in caverne e precipizi carsici, chiamati foibe, dal latino fovea. Nei territori occupati in cui la popolazione è italiana si istaurano condizioni di vita insopportabili, con arresti, interrogatori, deportazioni, perdita dei mezzi di sostentamento, violenze anche su donne e bambini e con particolare accanimento contro i preti. Con questo terzo esodo abbandonano la Dalmazia, Fiume e l’Istria fra i 300 e i 360.000 italiani, accolti, occorre ricordarlo proprio oggi, dalla sinistra italiana con odio e disprezzo. I pochi rimasti, alcuni per ragioni ideali, trattandosi di comunisti e/o di famiglia mista italo-slava, vengono isolati, obbligati a collaborare, dimostrandosi particolarmente impegnati nel colpire o accusare e infangare gli italiani.

In pratica della bimillenaria presenza latina e quindi italiana nell’Adriatico orientale, dopo questi tre esodi, il terzo durò decenni, rimangono infime minoranze, solo in certe zone dell’Istria, nelle isole di Cherso e Lussino, e, piuttosto nascoste, a Fiume e qua e là nella Dalmazia. Recentemente, dopo decenni, è stato possibile aprire una sezione di scuola materna italiana a Zara, città che, prima della guerra, era a maggioranza italiana. Agli esuli non fu consentito di stabilirsi in massa vicino ai confini orientali; ciò per evitare attriti con la Jugoslavia. Furono deportati un po’ qua e un po’ là per tutta Italia e spesso convinti a migrare nel mondo. Dove arrivavano venivano accolti dagli insulti e dagli sputi dei “compagni”, accusati di essere fascisti (e di che  cosa sennò?), discriminati. Molti, ridotti da una vita normale e attiva, alla reclusione in squallidi ricoveri di emergenza finirono variamente male, per privazioni o depressione. Eppure, a settant’anni di distanza, una cospicua parte di queste famiglie è nota in Italia e nel mondo per essersi riconquistate posizioni di prestigio nell’economia, nella cultura e nell’arte.

La Croazia, che fino all’aprile del 1945 continuò a combattere a fianco dei nazisti, si presentò al tavolo della pace insieme con i partigiani di Tito (croato), quindi fra i vincitori!  Il Regno d’Italia, che aveva combattuto gli ultimi due anni di guerra a fianco degli angloamericani, accettò di passare come sconfitto. La pace assegnò alla Jugoslavia tutta la Dalmazia, gran parte della Venezia Giulia fra cui tutta l’Istria. Una piccola parte della regione, comprendente Trieste, Capodistria e pochi altri comuni costieri, doveva costituire uno staterello autonomo, il Territorio Libero di Trieste (TLT): un cuscinetto voluto dagli Americani per garantirsi basi navali controllate direttamente in appoggio alle proprie truppe che per alcuni anni del dopoguerra occuparono l’Austria. Le basi legali del TLT non furono mai rispettate; nemmeno venne mai nominato il Governatore previsto. Dopo pochi anni di amministrazione militare (la zona A con Trieste, da parte angloamericana, la zona B con Capodistria, da parte jugoslava), si arrivò nel 1954, con il Memorandum di Londra, al ritiro degli angloamericani (non più interessati) e al subentro dell’Italia nell’amministrazione della zona A, mentre la zona B, nominalmente ancora italiana, restava sotto la feroce occupazione jugoslava. Tale situazione de facto divenne definitiva con il Trattato di Osimo, scandaloso e inaudito caso di un paese, l’Italia, che regala (in barba alla propria Costituzione) un pezzo della propria sovranità senza alcuna contropartita, se non generiche assicurazioni che chi aveva ucciso migliaia di civili italiani (anche a guerra finita) e fatto fuggire per il terrore gli altri si sarebbe comportato civilmente con i pochi rimasti. Quando morì Tito, la Jugoslavia, costruzione artificiale tenuta insieme dal terrore, si sfasciò e i confini sostanzialmente regionali della Slovenia, della Croazia e delle altre parti della Jugoslavia divennero confini statali che l’Italia ha precipitosamente riconosciuto senza nulla chiedere per gli italiani costretti a esulare dalla propria terra e dalle proprie case, senza nemmeno chiedere il diritto di rientrare, diritto sancito, ma solo sulla carta, dalla carta europea dei diritti dell’uomo. Slovenia e Croazia sono ora entrate nell’Unione Europea senza che l’Italia sollevasse alcuna obiezione, senza  nemmeno preoccuparsi del fatto che con i confini così tracciati è impossibile per le grandi navi entrare nel porto di Trieste senza manovrare nelle acque territoriali slave.

Nel trattato di pace l’Italia autorizzò la Jugoslavia a trattenersi tutti i beni abbandonati dagli italiani (fuggiti per restare italiani), ottenendo in cambio di non dover pagare le riparazioni di guerra e impegnandosi a risarcire i propri cittadini spogliati di tutto. Questi cittadini, se ancora vivi, stanno ancora aspettando. Di indennizzare i parenti dei morti ammazzati dopo la fine della guerra non si è nemmeno mai parlato. Anzi, per curiose leggi italiane, non pochi dei comunisti slavi che assassinarono gli italiani hanno ottenuto una pensione a carico dell’INPS e il maresciallo Tito è stato insignito di alte onorificenze dalla Presidenza della Repubblica italiana, onorificenze mai revocate, benché sia ormai acclarato che egli fece sterminare non soltanto gli italiani, ma anche altre minoranze variamente sgradite e decine di migliaia di sloveni, croati, bosniaci e serbi che nel marasma della guerra erano arruolati dalla parte “sbagliata”. Eppure Tito aveva persino mandato in campo di prigionia quelle poche centinaia di comunisti italiani che fecero nell’immediato secondo dopoguerra un esodo al contrario, spostandosi soprattutto da Monfalcone a Fiume, attratti dalla prospettiva di sostituire i lavoratori italiani in fuga dai cantieri di Fiume e di subentrare nelle belle case lasciate libere dai borghesi fiumani: sognavano il paradiso marxista-leninista; quando Tito scelse una posizione politica diversa da quella di Stalin, credettero di poter scegliere; chi scelse Stalin si trovò all’Isola Calva (Goli Otok), con lavori forzati, pestaggi e, per molti, la morte. Ma Tito, per Pertini e per la sinistra italiana, era e rimane un grande statista, un esempio da ammirare e da additare ad esempio delle nuove generazioni.

Se questo argomento, qui affrontato in estrema sintesi (venti secoli in ventimila caratteri), suscita curiosità o interesse, scrivete alla redazione che cosa desiderate veder approfondito o documentato.

baroniGiorgio Baroni

professore ordinario di letteratura italiana

Università Cattolica, Milano