E’ ancora legittimo non essere di “sinistra”? Il senso di una alternativa – G. Valditara

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senatoromanoQualche giorno fa leggevo un brutto articolo di Gianni Riotta - giornalista che peraltro stimo, non foss’altro per la sua fede calcistica - che commentava la ormai famosa affermazione di Marine Le Pen "destra e sinistra non esistono più, la frontiera della politica del XXI secolo è globalizzatori contro patrioti". Anziché fare un'analisi culturalmente sottile, Riotta squalificava gli "identitari" e i "patrioti" come intolleranti, razzisti, bigotti, protezionisti destinati a irrilevanza e isolamento. Leggendo quelle righe ho avuto la riconferma di come una certa visione del mondo, che ha certamente origine in una certa sinistra, si sia ormai imposta come cultura "franca", cioè come verità assiomatica di un certo pensiero egemone. Il rischio è il conformismo culturale e quindi politico e dunque l'incapacità o la debolezza di costruire modelli alternativiVoglio provare qui a rilanciare in breve sintesi un modello alternativo alla cultura egemone in nome peraltro di valori e principi che hanno una gloriosa tradizione nel pensiero democratico occidentale, checché ne pensino i facili divulgatori di luoghi comuni.

La prima alternativa è quella che, correggendo Marine Le Pen, individuo fra mondialisti/internazionalisti e identitari o patrioti. Dirò subito che evocare la globalizzazione non mi trova d'accordo. La globalizzazione è un fenomeno economico e sociale con cui confrontarsi, un dato di fatto che dipende dai nuovi modi di produrre ricchezza, dalle nuove tecnologie. Una realtà che ha senz'altro molti aspetti positivi e in ogni caso una realtà non contrastabile e piuttosto neutra. Ciò che fa la differenza è semmai come la si intende governare. Così ancora preferisco parlare di patriottismo, che è un valore sacro per esempio alla tradizione nordamericana e non di nazionalismo, che nasce con la "revolution" (quella francese) e che ha avuto degenerazioni poco raccomandabili.

Veniamo dunque al punto. Vogliamo per esempio una società senza confini e senza cittadinanze, in cui le regole siano sempre più comuni, decise cioè lontano dai popoli, in consessi internazionali che pretendono di interpretare per tutti il buono e il giusto? Ovvero vogliamo il rispetto della sovranità popolare? Crediamo ancora nella forza della legge votata da Parlamenti eletti o demandiamo tutto a regole nate in centri lontani e non controllabili di potere, e applicate da giudici condiscendenti e privi di rappresentatività? Vogliamo una vera, autentica democrazia, o una democrazia telecomandata? Vengono prima gli interessi di chi da generazioni vive in un determinato Paese, le cui fortune sono state costruite con il sacrificio dei padri, di chi  ha forgiato e si è abituato a certe regole e a certi valori, insomma di chi abita a "casa propria", ovvero non esiste una "casa propria" e dunque noi dobbiamo conformarci e magari persino subire le regole e i valori di chi arriva? Prevale il vantaggio che abbiamo offerto a chi abbiamo accolto o l'utile che lui ci ha fornito nel venire da noi? E ancora: crediamo che siano migliori le società del melting pot, delle isole (leggi ghetti) culturali, ovvero del meticciato culturale, o che abbiano più capacità di creare benessere e progresso le società in cui chiunque si debba riconoscere in alcuni valori identitari, forti e indiscutibili, e chi non li riconosce non può essere accolto? Per esempio questo è il caso della repubblica romana, aperta a chiunque, ma inflessibile sul rispetto dei valori identitari. Può dunque arrivare chiunque in una Italia, semplice appendice del mondo, oppure come a casa nostra, può arrivare e rimanere solo chi viene da noi invitato e innanzitutto chi è utile ai nostri bisogni? Sempre Roma e America (due grandi democrazie del passato e del presente) hanno seguito la strada dell'utilità piuttosto che quella dell'apertura indiscriminata. Nessuna società si può reggere senza condivisione di valori fondanti e senza compattezza, nessuno stato è mai sorto e si è mai sviluppato sulla cultura della "beneficienza" verso l'estraneo, ma sempre sulla preminenza degli interessi dei consociati, ciò non toglie ovviamente valore e necessità di singole decisioni umanitarie.

Ridurre la scelta a favore della soluzione "identitaria" e "patriottica" come razzista, provinciale, bigotta, destinata all'irrilevanza e all'isolamento significa non conoscere una tradizione che ha esempi illustri nel pensiero democratico occidentale e che fino alla metà del secolo scorso era senz'altro egemone in Occidente, cioè fino a quando l'Occidente era a sua volta egemone e non si vergognava di esserlo. Se si riconosce la centralità del valore sovranità popolare, non a caso posta a fondamento della nostra res publica, e dunque del valore democrazia e quindi del rispetto delle identità, non si può che schierarsi decisamente nel confronto fra centralismo e autonomia. Il centralismo è anche lo strumento del mondialismo che non a caso pretende di centralizzare ogni decisione, ogni regola, ogni principio, calpestando diversità, tradizioni, esigenze e specificità locali. Il centralismo è la forma brutale della arroganza di un Potere lontano dai cittadini. L'autonomia con la proprietà privata sono le prime espressioni del valore libertà.

Un'altra distinzione è quella che contrappone chi crede nei valori espressi dal sintagma "legge e ordine", nella cultura della regola, nella disciplina come valore positivo e chi si esprime per una società tendenzialmente "libertaria". Sbaglierebbe chi identificasse i primi con una società "fascista". Ancora una volta la "disciplina" era uno dei valori cardine della libera res publica, ma la disciplina è ciò che viene insegnato nelle scuole di molti stati degli Stati Uniti. "Legge e ordine", oltre che slogan di una certa criminologia di matrice nordamericana, furono il "must" politico di un grande sindaco repubblicano di New York, non propriamente un "fascista". L'attacco alla cultura della regola è iniziato nella pedagogia con l'attacco all'insegnamento della grammatica e della sintassi, in nome dello spontaneismo espressivo. E di certo grammatica e sintassi non sono state inventate da Benito Mussolini e dai suoi emuli.

Connessa a questa, è l'alternativa che contrappone chi crede nella libertà dalla paura come valore, chi ritiene centrale la sicurezza dell'individuo e chi invece crede nella centralità dei diritti del deviante. Qui il rischio è sempre quello di pericolose mistificazioni: Magistratura Democratica considerava leggi "fasciste" nella sostanza e non solo nella origine quelle contenute non soltanto nel codice penale, ma anche in leggi votate dal parlamento repubblicano, come la legge Reale, che esprimevano in realtà esigenze eterne: lo stato è sorto e giustifica la sua esistenza per difendere i miti e i deboli contro la violenza dei prepotenti. E prepotenti sono innanzitutto coloro che ti puntano un coltello alla schiena, che ti entrano in casa per derubarti, che ti aggrediscono sulla pubblica via, che ti minacciano, che ti ingannano, che disturbano il tuo sonno con urla e schiamazzi, che distruggono o deturpano i tuoi beni o i beni comuni. Già i Romani della libera res publica, ma anche i padri della Chiesa e i più grandi maestri del pensiero cristiano, hanno considerato la legittima difesa e l'uso legittimo delle armi come espressione di un principio di diritto naturale. Lo stato deve proteggere i cittadini dalla aggressione e dalla disonestà di altri individui, cittadini o stranieri. Se non lo fa che ci sta a fare?

Più facile da spiegare è il confronto fra coloro che considerano centrale la proprietà privata e coloro che invece in nome di una idea di socialità, di tendenziale "collettivismo" ed egualitarismo la relegano ad un ruolo secondario quando addirittura non la contrastano. Già nel dibattito in Assemblea Costituente emerse chiara la spaccatura fra due mondi culturalmente diversi, il secondo peraltro allora rappresentato dalla componente socialcomunista e socialcattolica. La inconciliabilità delle due visioni determinarono l'infelice ibrido rappresentato dagli articoli 41;42;43. Questa diversa visione porta da una parte a considerare l'eccessivo peso del fisco e della burocrazia come insopportabili, dall'altra a privilegiare istanze redistributive e pianificatrici. Nel mondo della cosiddetta "destra" vi è al riguardo troppa debolezza nel rifiutare logiche redistributive ed egualitarie.

E qui tocchiamo un'altra alternativa: quella fra merito ed eguaglianza dei punti di arrivo. Non si può essere per il merito se si crede nella necessità della eguaglianza di tutti e in tutto. Ciò che si deve pretendere ed imporre è la cultura delle opportunità e quella del rispetto: promuovere cioè la eguaglianza dei punti di partenza perché nessuno sia sfavorito, perché chiunque abbia una opportunità per avere successo nella vita. Promuovere la cultura della pari dignità di chiunque, senza differenze di condizioni sociali e ovviamente di sesso e di razza. Per il resto i sistemi che puntano ad attribuire a chiunque le stesse "medaglie" e gli stessi "voti", la cultura delle quote e delle ope legis, che mirano dunque a cancellare le diversità, sono culture alternative a quelle del merito. La diversità è il lievito dello sviluppo sociale e la ricchezza di una società.

Credo sia partendo da queste semplici e un tempo scontate e certamente legittime alternative che si debba ricostruire una alternativa culturale e costruire una alternativa politica.


valditarasmallGiuseppe Valditara

professore ordinario di diritto privato romano

Università degli Studi, Torino

già preside dell’ambito di  giurisprudenza dell’Università Europea di Roma