Il sistema bancario: minacce e funzionalità - S. Cordero di Montezemolo

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DENAROCome già successo troppe volte in passato, la classe politica appare scoprire i problemi del sistema bancario quando si manifestano crisi e scandali. E questo dimostra che il mondo bancario e finanziario ha conquistato un potere rilevante e incontrollato dal potere politico certamente come conseguenza delle trasformazioni economiche e produttive degli ultimi decenni ma anche per il contributo del mondo politico con le sue riforme, con la sua incompetenza nelle tematiche di natura finanziaria e, altresì, con la sua sudditanza alle istanze del mercato dei capitali in relazione agli obiettivi di compatibilità dei bilanci statali e delle amministrazioni locali. In realtà, alcuni economisti meno conformisti e compiacenti con il potere bancario dominante negli ultimi decenni hanno già da tempo indicato le storture dell’economia bancaria e finanziaria e alcuni di questi furono in grado di prevedere le crisi finanziarie del 2007-2008 e, in questi ultimi anni, continuano a dire che i problemi strutturali sono ancora presenti e le riforme dei mercati dei capitali sono state del tutto parziali e limitate in un contesto sempre più globale e poco governabile e controllabile su scala locale.
Per questo motivo in questa sede si vuole evitare di allinearsi alle analisi, in larga parte superficiali e scontate, di molti di coloro che ora provano a iscriversi al fronte dei revisionisti delle norme e delle regole sul sistema bancario e che, in passato, hanno contribuito a determinare questo contesto o nulla hanno detto e fatto per evitare le attuali e passate situazioni critiche e che possono generare fattispecie anche più negative se non interpretate e governate correttamente, ribadendo nuovamente che la scala d’intervento è sempre più di natura globale e questo rappresenta uno dei maggiori limiti per riordinare questa realtà. Quello che si vuole provare a fare non è certo proporre un manifesto di politica bancaria, bensì fornire alcuni spunti di riflessione e di valutazione che consentano di accrescere la capacità di interpretazione e di risoluzione delle tematiche bancarie nel rispetto di una visione essenziale, funzionale e istituzionale che tenga conto della natura propria, della rilevanza e delle condizioni di efficacia dei processi di intermediazione dei capitali per gli obiettivi di sviluppo economico e che tenga conto, altresì, dell’incidenza e influenza delle attività bancarie sugli equilibri di potere, di libertà, di democrazia e di rispetto delle istanze dei cittadini-utenti.
Prima di entrare nel merito delle questioni relative alle recenti vicende bancarie, dobbiamo sempre ricordarci di quanto le attività di intermediazione dei capitali siano a fondamento delle condizioni di funzionamento e di sviluppo delle società, sia nelle sue funzioni economiche sia in quelle politiche e istituzionali. Sebbene la crescita e il benessere di una società siano spiegati dallo stato dell’economia reale, le condizioni con cui questa opera e si sviluppa sono determinate dalle modalità di funzionamento del mercato dei capitali che consentono di incrociare la domanda e l’offerta di risorse monetarie, ossia di coloro che sono possessori e utilizzatori dei capitali che concorrono alle attività d’investimento e di spesa corrente delle imprese, delle famiglie e degli altri operatori economici privati e pubblici. La risorsa più scarsa dell’economia è la fiducia e questa è ancora più rilevante nell’ambito delle attività bancarie e finanziarie in cui i soggetti depositano, prestano, investono i loro risparmi e capitali a terzi se hanno la confidente aspettativa di ricevere in tempi successivi il ritorno dei capitali impiegati con un’adeguata remunerazione. Queste condizioni spiegano perché in tutte le costituzioni di matrice liberale e democratica, sono previsti principi, organismi e strumenti istituzionali per la tutela dei risparmiatori e per garantire la stabilità, la solidità e la solvibilità dei mercati dei capitali.
L’esistenza di fondamenti costituzionali è condizione necessaria ma non sufficiente per garantire le condizioni di fiducia nella gestione del risparmio e nei processi di funzionamento dei mercati dei capitali se non vi sono comportamenti coerenti e responsabili da parte degli intermediari bancari e finanziari e da parte delle autorità di indirizzo e di controllo sulle attività bancarie e finanziarie e se non vi sono strumenti amministrativi, più che legislativi, per garantire la tutela del pubblico risparmio. In effetti, in questi anni abbiamo assistito a un rafforzamento delle normative e dei regolamenti per la tutela formale e burocratica del risparmio e dei mercati dei capitali e, tuttavia, la fiducia è drasticamente declinata per le vicende critiche che hanno caratterizzato le realtà bancarie nazionali e internazionali a causa delle modalità negative e anche illegali di conduzione degli amministratori e dei manager che, molto spesso, sono rimasti impuniti e, anzi, hanno beneficiato di laute remunerazioni e liquidazioni.
Questa condizione dimostra che la crescita della burocrazia formale non garantisce alcuna tutela ma porta solo alla crescita sistematica dei costi di gestione e alla creazione di un reticolato di norme che favoriscono solo gli intermediari bancari a danno dei loro clienti e utenti. È noto a tutti gli analisti finanziari come sia di fatto impossibile fare dall’esterno una valutazione corretta e puntuale di una banca perché non è possibile conoscere il contenuto dei portafogli di attività, la loro qualità e il loro rischio. Figurarsi se questo può essere fatto da ordinari clienti che non hanno le conoscenze economiche e che non possono essere assistiti da professionisti competenti e qualificati per questo tipo di valutazioni. La migliore garanzia si ha con la qualità, capacità, integrità di coloro che hanno la responsabilità di conduzione delle banche e strutture che utilizzano e gestiscono il pubblico risparmio e con la possibilità di intervenire prontamente, decisamente e sistematicamente per garantire la massima sostenibilità e legalità nella gestione dei processi di intermediazione bancaria e finanziaria.
Pertanto, a garanzia della natura d’interesse generale e sociale delle attività bancarie e per l’impossibilità pratica dei clienti-utenti di fare verifiche preventive, può essere del tutto giustificato che per le banche vi siano forme di intervento pubblico accanto a quelli, del tutto doverosi, fatti con fondi di garanzia e salvaguardia costituiti con mezzi forniti dalle stesse banche che poi, di fatto, sono forniti dai cittadini-utenti. Dopo le crisi bancarie del 2008, i sistemi bancari che si sono ripresi meglio sono quelli che hanno visto l’intervento diretto dei governi nel capitale delle banche con la successiva rivendita sul mercato delle azioni una volta completato il processo di risanamento. In questo caso, le banche sono state interamente risanate e ristrutturate e i governi hanno ampiamente recuperato i capitali investiti in queste operazioni con la successiva vendita delle azioni. Viceversa, nei contesti come il nostro in cui si è preteso di sostenere la piena solidità del sistema bancario, anche contro le evidenze, e si è negato l’intervento diretto del governo nel capitale delle banche (se non con forme surrogate come nel caso del Monte dei Paschi) si rischia di trovarsi di fronte ad una crisi di sistema quando ormai sono stati rimossi molti strumenti di salvataggio e le finanze pubbliche hanno maggiori problemi per coprire le esigenze di salvataggio delle banche. 
Un altro aspetto spesso sottovalutato nel dibattito sull’intermediazione bancaria è quello relativo al rapporto tra mezzi propri e complessive attività delle banche. Prendendo le prime 100 banche del mondo, il rapporto tra i mezzi propri sul totale dell’attivo delle banche ha un valore medio del 7% e mediano del 6,5%, con valori minimo del 3,5% e massimi del 15%. Questi dati statistici indicano in modo indiscutibile che questi soggetti economici operano con una limitata quantità di capitali propri mentre la quasi totalità dei mezzi di finanziamento è proveniente da terzi soggetti nelle forme di depositi dei clienti, di crediti interbancari, di emissione di titoli a breve e lungo termine. Questa condizione, insieme a quella che assegna all’intermediazione dei capitali un ruolo fondamentale per lo sviluppo economico, deve portare a affermare che – per le loro specifiche condizioni operative e per le modalità strutturali di finanziamento delle attività - le banche debbono essere trattate come imprese d’interesse generale o sociale e devono avere logiche e regole di governance che rispondano a questa loro condizione patrimoniale e questa loro funzione centrale nei processi di funzionamento dei sistemi economici e nell’utilizzazione di capitali di terzi per lo svolgimento delle loro attività.
Nel contesto presente, al di là di normative generali di vigilanza sulle attività bancarie che abbiamo visto non garantiscono sull’attuazione di comportamenti virtuosi, soggetti economici con percentuali limitate del capitale sociale possano controllare i processi di governo delle banche, anche quelle di grandi dimensioni, e di fatto determinare i processi di allocazione dei capitali intermediati con la possibilità di favorire specifiche realtà anche in contrasto con le regole formali come stabilite dal Comitato di Basilea. Se a questo si aggiunge che, nel contesto italiano, mediante la riforma del sistema bancario deliberata nel 1993 e con i processi di aggregazione successivi alle privatizzazioni delle banche ha attribuito il controllo di molte di queste realtà economiche alle fondazioni bancarie che si sono dimostrate soggetti autoreferenziati, a forte influenza politica e con logiche di governance cooptative e poco rispondenti alle esigenze di competenza e di trasparenza.
Accanto al fenomeno dei gruppi bancari ex BIN (Banche d’Interesse Nazionale) ed ex Casse di Risparmio controllate dalle fondazioni bancarie c’è stato il sistema delle banche popolari anch’esso caratterizzato da logiche di governance consociative, del tutto in contrasto con le esigenze dell’innovazione, della competizione e con le istanze di quotazione nei mercati regolamentati in cui sono state trattate le loro quote societarie. Tutto ciò, come dimostrato dalle recenti vicende, ha favorito i peggiori comportamenti di governo aziendale. La conseguenza è stata quella di criticare e riformare un modello di banca – quello basato sulla proprietà collettiva e popolare – per ragioni di cattiva e impropria governance e di un management incapace sebbene questa tipologia di banche potrebbe avere una sua funzione nel rispetto di esigenze di gestione creditizia a servizio delle imprese di minori dimensioni e a forte radicamento territoriale che le maggiori banche fanno fatica a seguire in modo più diretto e personalizzato, per ragioni di errata governance. In effetti, i dati indicano che in questi anni di crisi le banche di credito cooperativo – che sono di fatto le banche popolari di minori dimensioni e che una volta erano denominate come casse rurali e artigiane – hanno performato meglio di quelle più strutturate e dimensionate e che sono istituite in forma di società per azioni.
Nel Rapporto sulla Stabilità Finanziaria della Banca d’Italia si legge che su quasi tutti i parametri che misurano il grado di solidità e di solvibilità delle banche italiane, quelle di minori dimensioni – in particolare il complessivo sistema delle BCC – performano meglio delle maggiori 5 banche italiane che vengono indicate come quelle più strutturate, capitalizzate e più attrezzate per rispondere alle esigenze creditizie e finanziarie contemporanee, sebbene siano quelle che in questi ultimi anni hanno dovuto fare aumenti di capitale “monstre” per coprire le perdite reddituali e le svalutazioni patrimoniali conseguenti ai loro evidenti problemi di gestione. Le banche minori hanno 17 miliardi di euro di sofferenze. Altrettante sofferenze, per 17 miliardi, sono di pertinenza delle banche piccole. Le grandi banche ne hanno in pancia per 39 miliardi, mentre le prime cinque banche ne hanno da sole 133 miliardi. 
In Italia, le sofferenze bancarie sono concentrate in pochi settori e in un numero limitato di medie e grandi imprese. A giugno scorso, escludendo le famiglie consumatrici, le sofferenze arrivavano a 157,6 miliardi di euro, di cui 20 miliardi nel settore immobiliare, 43,2 miliardi nelle costruzioni e 26,9 miliardi nel commercio e riparazioni di automobili, mentre nel settore manufatturiero erano di 37,4 miliardi. Nel complesso di un milione e 188 mila affidati in sofferenza, in 715 mila casi si trattava di somme inferiori ai 30 mila euro, per un totale di appena 5,8 miliardi di euro. All’opposto della classifica, appena 570 soggetti avevano ciascuno sofferenze superiori ai 25 milioni di euro, per un totale di 22,9 miliardi di euro. Nella classe tra i 5 ed i 25 milioni di euro, comparivano invece 5.264 soggetti con sofferenze complessive di 42,3 miliardi di euro. Questi dati, a cui se ne potrebbero aggiungere altri dello stesso segno, indicano che i problemi sistemici di stabilità finanziaria verrebbero dalle banche maggiori e non da quelle piccole e minori che, tuttavia, erogano 156 e 178 miliardi di crediti e tengono in piedi il sistema imprenditoriale minore e anche il tessuto familiare delle zone provinciali e rurali dove si svolge gran parte dell’attività economica del paese.
La logica “politicizzata” nella governance del sistema bancario italiano ha caratterizzato i comportamenti anche degli organi di indirizzo e vigilanza. Per come sta emergendo sempre più negli ultimi tempi, ma era già chiaro da tempo, i problemi di controllo e di intervento sulle banche in difficoltà o con processi di conduzione in contrasto con le leggi e le regole di compliance non è dipeso da mancanza nelle attività di vigilanza ma nelle scelte politiche degli organi amministrativi di Banca d’Italia e Consob che hanno limitato o ritardato gli interventi o che non hanno ritenuto di comunicare ai risparmiatori e ai mercati situazioni critiche come sarebbe stato doveroso fare a garanzia dei loro interessi. In questi decenni si è affermata e consolidata la posizione – ora molto difficile da invertire – secondo cui il “gigantismo” bancario sia bello e buono e, comunque, necessario se non obbligato a causa delle logiche moderne di funzionamento dell’economia, nonostante sia stato ampiamente dimostrato che questa condizione non possa che comportare grandi fallimenti e grandi crisi finanziarie, molto più difficili da risolvere. Basti pensare che in tutti i maggiori contesti economici europei i primi 5 gruppi bancari controllano direttamente quote di intermediazione superiori al 50% con punte fino al 60-65% e, sul lato degli impieghi alle imprese, considerando anche le quote indirette (i finanziamenti fatti dalle banche minori solo se c’è capofila una delle banche primarie) la quota di mercato sale oltre il 70%.
Come si può capire da queste cifre, oltre al rischio sistemico per il principio “bigger bank, bigger failure”, c’è anche un problema di potere negoziale del tutto sperequato per cui anche le maggiori imprese industriali si trovano comunque in posizione di sudditanza rispetto a banche che hanno dimensioni e masse di gestione largamente maggiori e, pertanto, possono imporre le loro condizioni. Questa posizione troverebbe fondamento pratico in un contesto economico globale in cui i mercati finanziari sono di grandissime dimensioni e in cui le operazioni e rischi connessi richiedono banche di rilevanti dimensioni aziendali per garantire adeguate consistenze patrimoniali, elevate qualità manageriali, ampia diversificazione delle attività. In realtà, la globalizzazione dei mercati dei capitali è certamente vera nel caso dei mercati finanziari che gestiscono strumenti e titoli d’investimento nell’ambito dei mercati regolamentati o in altri mercati autorganizzati come quelli per la negoziazione delle valute e delle commodity. Molto meno vera è la globalizzazione per la gestione delle operazioni creditizie che si svolgono in larga parte in ambito locale sia sul lato della raccolta sia sul lato dell’impiego. In questo senso, quindi, non ci sarebbero le ragioni fondanti per giustificare una eccessiva concentrazione del sistema bancario con il rischio, ormai provato, che la crisi di una banca determina effetti molto maggiori di quelli che si avrebbe in un sistema più articolato e frammentato.
Il gigantismo bancario è stato altresì determinato dalle riforme dei sistemi bancari che hanno assecondato la volontà delle maggiori banche di credito ordinario (o banche commerciali) e anche delle banche miste (quelle con partecipazioni nel capitale delle imprese) di trasformarsi in banche universali abilitate a operare in tutti i comparti dell’intermediazione dei capitali, come quelli propri delle banche d’investimento, delle banche d’affari, delle banche di gestione del risparmio, dei fondi d’investimento comune e dei fondi di private equity. Le ragioni per cui, in tutti i contesti internazionali nel corso degli anni ‘90, le maggiori banche di credito ordinario hanno voluto allargare le loro funzioni e attività vanno trovate nel fenomeno della “disintermediazione” per cui le imprese si finanziano con strumenti finanziari alternativi al credito ordinario (di breve e lungo termine) e nella volontà di entrare nei business finanziari che si stavano dimostrando molto più redditizi di quelli tradizionali dell’intermediazione creditizia basati sullo sulla differenza tra gli interessi attivi e passivi.
Il modello della banca universale comporta un’interdipendenza tra tutte le attività bancarie che porta a un crogiuolo di strutturali e sistematici conflitti d’interesse e, per come dimostrato con la crisi del 2007-2008 e anche nel corso degli anni ’30 del passato secolo, le crisi e le insolvenze nel comparto finanziario (del tutto probabili per la natura di queste attività e per la ciclicità dell’economia) portano alla crisi dell’intermediazione creditizia che è la struttura portante di qualsiasi sistema economico. Il modello di banca universale ha altresì un limite di natura gestionale: tra i settori in cui possono operare i grandi gruppi bancari vi sono finalità e modalità operative molto diverse che rendono difficile la possibilità di creare vantaggi per la clientela e spesso portano le banche a privilegiare il proprio ritorno economico rispetto alla qualità e all’economicità degli specifici servizi offerti al mercato.
Il paradosso di questa situazione è che la forte concentrazione delle attività d’intermediazione dei capitali è in contrasto con uno dei principi fondamentali della finanza: la diversificazione al fine della riduzione del rischio. Se l’obiettivo della politica creditizia e finanziaria è quella di garantire la solidità, la stabilità e la solvibilità dei mercati dei capitali le autorità di governo dovrebbero perseguire l’obiettivo della diversificazione con una maggiore frammentazione e articolazione dei settori bancari e finanziari anche favorendo la separazione tra le diverse funzioni d’intermediazione dei capitali e riducendo il grado di concentrazione del settore bancario, soprattutto nei comparti dove maggiore è il rischio gestionale come nell’intermediazione finanziaria ad alta volatilità.
Nel rispetto di questa alta concentrazione e del relativo elevato potere di mercato e delle evidenti possibilità di comportamenti collusivi delle maggiori banche, da tempo tra alcuni studiosi si è andata formando la convinzione della necessità di un’antitrust sulle attività bancarie. Questa idea, di per sé ragionevole e condivisibile nel rispetto di una sincera visione liberale e democratica, si scontra con la realtà attuale delle grandi banche internazionali e degli altri primari intermediari di capitali che sono sempre più operanti su base globale, soprattutto per le operazioni di natura finanziaria che hanno maggiori contenuti di rischio e maggiori possibilità di penalizzare gli interessi della clientela e, più in generale, di generare condizioni di sfiducia verso gli intermediari bancari.
Questa condizione di globalizzazione dei mercati dei capitali rappresenta il problema principale per riportare gli intermediari bancari e finanziari ad avere comportamenti più funzionali agli obiettivi di sviluppo economico e di rispetto degli interessi del pubblico risparmio e verso un maggiore controllo da parte delle istituzioni pubbliche che, tuttavia, devono da parte loro dimostrare di essere capaci di interpretare e comprendere le moderne logiche di funzionamento dei mercati dei capitali e di volere effettivamente controllare l’operato dei grandi intermediari bancari e finanziari e non di essere, invece, del tutto sottomessi e perfino strumentali ai loro interessi come è successo nel corso degli ultimi due decenni dove la connessione tra mondo politico e mondo bancario è stata così forte che esponenti del mondo bancario hanno avuto importanti ruoli di governo e alcuni esponenti politici hanno assunto ruoli di amministrazione in banche nazionali e internazionali.
Le autorità di indirizzo e di controllo del sistema bancario non possono più essere dimensionate su base locale o anche continentale ma richiedono organismi sempre più capaci di operare su base globale sebbene le esperienze di coordinamento delle azioni di governance economica mondiale si sono sempre dimostrate difficili da attuare e si scontrano con gli specifici interessi delle grandi potenze economiche. Insieme a questo è importante che l’opinione pubblica e i cittadini-utenti maturino una maggiore conoscenza delle tematiche bancarie e finanziarie per avere la capacità di interagire e negoziare con i loro referenti bancari e, altresì, per acquisire un maggiore coscienza politica per limitarne il fisiologico e strutturale potere economico e istituzionale del mondo bancario.
I rapporti tra potere economico, bancario e politico sono tra i fattori determinanti del grado di libertà e di civiltà di una società e la storia insegna che ogni volta che il mondo bancario e finanziario acquisisce un potere dominante sull’economia reale e sulle attività istituzionali le società sono destinate a declinare, spesso con crisi radicali che richiedono molto tempo per essere recuperate.


corderoStefano Cordero di Montezemolo
economista d'impresa
presidente comitato scientifico Colap