Il canone Rai in bolletta: il “Rottamatore” riesuma l’Imperatore di Etiopia – L. Antonini

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CANONERAILa legge di stabilità per il 2016 è una legge di stabilità di un unico articolo con 999 commi: degna non di un “Rottamatore” ma dei peggiori costumi della Prima Repubblica, che in ogni caso mai era giunta a tanto. Fra questi commi, figurano quelli da 152 a 170 che introducono la ormai nota novità del canone Rai in bolletta, disposta per fronteggiare la diffusa evasione esistente al riguardo. Come al solito, invece di chiedersi perché la gente non lo pagava, la si obbliga a pagarlo con uno stratagemma che dal punto di vista giuridico è radicalmente sbagliato e sul quale si scatenerà un contenzioso esplosivo. Il meccanismo elaborato, infatti, mischia istituti giuridici radicalmente diversi, introduce sanzioni e meccanismi del tutto sproporzionati, viola il principio di capacità contributiva.

Quanto si paga per la fornitura dell’energia elettrica è infatti una semplice tariffa, ovvero il corrispettivo per l’erogazione di un servizio, così come avviene ogni volta che si sale su un autobus e si timbra il biglietto. Al contrario il canone Rai non è una tariffa, ma una vera e propria imposta. Le norme che lo istituiscono sono del 1938, ovvero il Regio Decreto Legge 21 febbraio 1938, n. 246, titolato “Disciplina degli abbonamenti alle radioaudizioni” emanato, si legge nell’incipit del provvedimento, da “Vittorio Emanuele III, per grazia di dio e per volontà della Nazione Re d'Italia e Imperatore d'Etiopia”. A tali norme fanno espresso riferimento i commi 152 e seguenti dell’art.1 della legge di stabilità per il 2016, che quindi inseriscono una serie di modifiche, per giustificare la nuova trovata, proprio al decreto legge emanato a suo tempo dall’Imperatore d’Etiopia. Oltre a questo discutibile ritorno al passato, c’è poi soprattutto da rilevare che in base alle norme del 1938 il canone Rai era definito come un canone di abbonamento, cioè in origine era una specie di tariffa per chi usufruiva del servizio Rai; tuttavia la Corte costituzionale, nel corso del tempo, è giunta a qualificarlo come un’imposta.

A questa ridefinizione è stata obbligata perché ha giustificato l’obbligo di pagamento del canone imposto anche a chi viveva in zone non servite dalla Rai: impossibile, quindi, configurare il corrispettivo di un servizio. Anche di recente la Corte costituzionale lo ha ribadito: “Benché all’origine apparisse configurato come corrispettivo dovuto dagli utenti del servizio [...] ha da tempo assunto, nella legislazione, natura di prestazione tributaria [...] E se in un primo tempo sembrava prevalere la configurazione del canone come tassa, collegata alla fruizione del servizio, in seguito lo si è inteso come imposta” (Così sentenza del 26 giugno 2002 n. 284). Anche la Corte di Cassazione aveva poi confermato tale inquadramento, affermando che il canone Rai “Non trova la sua ragione nell'esistenza di uno specifico rapporto contrattuale che leghi il contribuente, da un lato, e l'Ente Rai, che gestisce il servizio pubblico radiotelevisivo, dall'altro, ma costituisce una prestazione tributaria, fondata sulla legge, non commisurata alla possibilità effettiva di usufruire del servizio de quo (Sentenza del 20 novembre 2007 n. 24010).

Tuttavia una volta qualificato come imposta è sorto il problema della capacità contributiva, perché in base all’art. 53 Cost., le imposte sono legittime solo se rapportate ad un idoneo indice di ricchezza: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”. In passato la Corte costituzionale si è misurata anche su questo aspetto, salvando il canone Rai con l’assunto, peraltro già allora piuttosto discutibile, che la detenzione di un apparecchio radiotelevisivo era un indice di capacità contributiva se “comparato al modestissimo tributo annuo che l'utente è tenuto a pagare” (Corte costituzionale, ordinanza n. 219 del 1989). Ma quelli erano tempi diversi: il canone Rai ammontava a circa novantamila lire e una televisione, fino ancora quegli anni, poteva in qualche misura ancora essere ritenuta un bene di lusso. Oggi la situazione è ben diversa. Il canone ammonta a 100 euro e una televisione si può facilmente comprare anche meno di 30 euro: diventa quindi giuridicamente impossibile sostenere, in termini credibili, che sia ragionevole e conforme al principio di capacità contributiva un’imposta che ogni anno sottrae al proprietario di un piccolo televisore tre volte tanto il valore del bene. Sarebbe certamente una imposta espropriativa e quindi anche per questo incostituzionale. Ma i vizi di legittimità non sono solo questi.

Le nuove norme introdotte dalla legge di stabilità per il 2016 tornano a confondere le imposte con le tariffe e applicano alle prime il regime giuridico delle seconde: l’imposta per la Rai finisce nella bolletta elettrica. Se si ritenesse legittima questa confusione, potremmo arrivare a trovarci il Bollo Auto o addirittura l’Irpef o l’Irap nella bolletta dell’elettricità. Salvo poi decidere cosa debba succedere se uno non riesce a pagare? Gli si potrà staccare legittimamente la corrente e privarlo di un bene essenziale per la vita? Ma c’è anche un altro nodo giuridico che pesa come un macigno sulla legittimità del meccanismo introdotto con la legge di stabilità per il 2016. L’unico modo per sottrarsi al pagamento del canone Rai è quello di autocertificare, sotto la propria responsabilità penale, di non possedere un televisore. Lo prevede il comma 153 che afferma: “La detenzione di un apparecchio si presume altresì nel caso in cui esista un'utenza per la fornitura di energia elettrica nel luogo in cui un soggetto ha la sua   residenza anagrafica. Allo scopo di superare le presunzioni di cui ai precedenti periodi, a decorrere   dall'anno 2016 è ammessa esclusivamente una dichiarazione rilasciata ai sensi del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, la cui mendacia comporta gli effetti, anche penali, di cui all'articolo 76 del medesimo testo unico”. Quindi per chi dichiarasse il falso nell’autocertificazione (e questo interessa quella ampia parte di italiani che per qualche motivo, compreso quello che non guardano la Rai o che ritengono assurdo che questa si debba finanziare con il canone, non pagavano il canone) scatterà una sanzione penale che può arrivare fino a due anni di reclusione.   

E qui sta il nodo giuridico principale. Nessun obbligo di autocertificare che quanto dichiarato corrisponde alla verità c’è, infatti, per chi presenta la dichiarazione dei redditi ai fini Irpef, con la paradossale conseguenza che senza immediata responsabilità penale un contribuente può nascondere immobili e redditi di ben ampio valore, senza che per questo scatti una sanzione penale. Non può invece nascondere un televisore di basissimo valore. C’è quindi una evidente disparità di trattamento con clamorosa violazione dei principi di eguaglianza e proporzionalità di cui agli art. 3 e 53 della Costituzione. Credo che qualsiasi giudice sia pronto a rilevare questa palese illegittimità. C’è quindi indubbiamente materia anche per un ricorso collettivo contro questa trovata del “Rottamatore” che, anziché potenziare le norme di Vittorio Emanuele II, Re d’Italia e Imperatore d’Etiopia, avrebbe fatto meglio a rivedere integralmente le modalità di finanziamento del servizio televisivo pubblico, adottando soluzioni più moderne, come hanno fatto tutti gli altri Paesi civili.

antoniniLuca Antonini

professore ordinario di diritto costituzionale

Università di Padova