Il fantasma del federalismo: ascesa e declino di un concetto politico – L. M. Bassani

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cittaitalianeOltre un quarto di secolo or sono, questo paese era stato investito dal crollo del comunismo come pochi altri al mondo. Insieme alla Germania, proprio l’Italia era il luogo maggiormente segnato dalla guerra fredda. Se la Germania aveva visto il comunismo sovietista come forza di occupazione dedita a erigere muri e confini da Berlino alla Prussia, l’intera società italiana e il suo sistema politico riverberavano con pochissime particolarità la guerra fredda. In breve, quella che è stata pomposamente chiamata la “prima repubblica” e il cui tracollo viene narrato, come è nell’italico costume, attraverso figure, eroi popolari, magistrati senza macchia e senza paura, non poteva sopravvivere alla guerra fredda. Eppure, proprio nella temperie del 1989 cresceva un soggetto politico che in modo prima istintivo, poi sempre più chiaro – grazie ai contributi intellettuali, di una chiarezza cristallina, di Gianfranco Miglio – indicava nel mutamento profondo della forma di Stato l’unica possibile soluzione al disastro politico ed economico del paese. Ad avviso di Miglio, il crollo del comunismo era il segnale che lo Stato moderno (che proprio nei paesi comunisti aveva avuto il proprio “compimento”) e il suo obsoleto armamentario politico-concettuale erano ormai entrati in una crisi risolutiva. Certo, di questo si parla dall’inizio del secolo e sembra di trovarsi di fronte a un tramonto senza fine della modernità politica. Tuttavia, proprio l’Italia, il cui sistema politico era fondato su una parossistica adesione all’obsoleto schema destra/sinistra, sembrava, almeno un quarto di secolo or sono, in grado di ricostruire intorno a ben diverse fratture la propria statualità.

Ecco allora che il federalismo, il diritto di autodeterminazione, ossia “a stare con chi si vuole e con chi ci vuole”, più in generale la disarticolazione dal basso di tutti quei macro-aggregati fondati sulla plurisecolare evoluzione di un unico modello di statualità erano considerati la vera novità politica. Al fondo di questa tendenza, si poteva leggere un chiaro segnale del prevalere del contratto sulla costrizione statualista. Per Miglio, la fine del secolo ventesimo era infatti quella del trionfo del contratto, sancito in modo irreversibile proprio dal fallimento dei regimi comunisti, nei quali lo Stato moderno aveva vissuto il proprio apogeo e anche concluso il suo percorso. Sembrava, in effetti, che il contratto e non la costrizione, le decisioni libere e negoziate piuttosto che gli atti di imperio avrebbero segnato il cammino istituzionale degli anni a venire. Il federalismo – che dal punto di vista dei rapporti fra le due grandi aree del paese era visto anche come un modo per frenare la pioggia di risorse improduttive verso il Mezzogiorno – appariva anche come un’idea per reinventare le modalità della convivenza civile, sostituendo progressivamente gli accordi sottoscritti alle norme imposte e restituendo al sistema delle imprese private concorrenti molti ambiti e settori che l’apparato statale aveva monopolizzato.Insomma, il dibattito sul federalismo si nutriva di un dato che appare ancor oggi incontrovertibile: il declino inesorabile dello Stato nazionale accentrato. Ormai inadeguato ad assolvere il proprio compito primario (il controllo dei conflitti armati), lo Stato moderno appariva fuori gioco di fronte alle esigenze del nostro tempo: “Per capire il cambiamento di fine secolo – diceva Miglio – è necessario comprendere la vocazione al contratto, al pluralismo e al federalismo che nasce dall’impossibilità di gestire altrimenti i bisogni dei governati. Questi infatti sono talmente vari che possono essere soddisfatti solo nel libero mercato”. Lo sgretolamento dal basso degli attuali Stati nazionali e la creazione di piccole, pacifiche e libere comunità eventualmente confederate sembrava la vera ed unica premessa istituzionale possibile di una vera rivoluzione.

Le “promesse del federalismo”, che allettavano i cittadini delle regioni maggiormente produttive del paese, erano in primo luogo quelle di una società finalmente indipendente dal governo e dalla politica. Il federalismo, in ogni sua articolazione politica contemporanea, non è mai stato concepito come un semplice modo razionale di riorganizzare il potere “sovrano”, ma piuttosto come lo strumento principe per l’emancipazione della società dallo Stato. Per due decenni sono state le alterne fortune elettorali della Lega a segnare il cammino di questo dibattito, salvo poi diventare il federalismo una parola d'ordine obbligata, un mantra di quasi tutte le forze politiche, anche di quelle più centraliste, all'insegna di un trasformismo gattopardesco caratteristico di certa storia politica italiana.

Cosa rimane di quel lungo dibattito? Francamente ancora poco. Anzi, ciò che con grande furbizia politica viene chiamato oggi “il federalismo” – che ovviamente altro non è nel nostro sistema costituzionale che un blandissimo decentramento amministrativo – viene indicato quale fonte dei problemi (segnatamente dell’impazzimento della spesa pubblica). Il lungo, per lo più “poco avvertito” e senza dubbio inconcludente, dibattito italiano su questo argomento, sembra relegare anche le relazioni teoriche fra federalismo e libertà dei singoli e delle loro comunità in una sorta di cono d’ombra. Inviluppatosi prima nelle spire dell’antica, ma immarcescibile, “questione meridionale” e successivamente, ossia oggi, in una diatriba surreale sulla spesa pubblica, il tema del “federalismo” non ha certo riscosso l’attenzione scientifica che avrebbe meritato. Ormai tutta la lotta è sul terreno della politica “politicante” e le idee, i grandi disegni di riforma sono stati accantonati. Non perché poco comprensibili, o semplicemente perché non scaldano i cuori degli consumatori di elezioni: ma solo in virtù del fatto che il sistema appare davvero immobilizzato e immodificabile.Oggi lo Stato riveste il ruolo di principale attore e si trova ad essere il socio di maggioranza di ogni impresa, famiglia e individuo. E questo disegno istituzionale è sostenuto da una vera ideologia secondo la quale le decisioni collettive prese dai funzionari pubblici sono sempre migliori di quelle dei singoli individui. Il vero punto di arrivo di questo sistema è una tassazione che ha ormai raggiunto livelli da capogiro e che, con ogni probabilità, è la più alta del mondo e quindi dell’intera storia umana. Il tutto ci viene presentato come ineluttabile e incontenibile, ma non ci vuole molto a comprendere che il sistema verrà giù come un castello di carte al primo soffio di vento forte.

La tensione fondamentale alla base di ogni comunità politica o semplice convivenza umana è quella fra le ragioni dell’unità e della separatezza.  E il federalismo è un sistema che si occupa sia della diffusione del potere politico per ottenere maggiore libertà e tutelare le diversità, sia della sua concentrazione in nome dell’unità. In ogni tentativo di indagine teorica sul federalismo, vuoi come fatto istituzionale, vuoi come dottrina politica, balzano all’attenzione alcuni elementi che rendono il collegamento alla storia delle aree italiche talmente evidente da apparire inaggirabile. Il momento fondativo di una convivenza politica è cruciale, ed è chiaro che questo paese si è nutrito fin dalla sua nascita del culto dello Stato. Ma ormai siamo sul crinale della disfatta politica e teorica del modello di statualità che l’Ottocento ci ha consegnato.

Il problema non è solo che il centralismo non funziona – l’Italia sembra fornire lezioni puntualmente trascurate da un secolo e mezzo – ma che si tratta di una forma di tirannia. Oltre un certo limite – la gestione degli affari comuni – unificare quello che la natura, la storia e le tradizioni hanno reso diverso, appare una sorta di “rivolta contro la natura”. In conclusione, ciò che in Italia si gabella per “federalismo” – e che viene da ogni pulpito propagandato come la causa dello sfacelo attuale – non è mai nato. Dal punto di vista politico-culturale non è mai stata diffusa la consapevolezza che il federalismo potesse veramente servire a qualcosa: ossia a frenare il declino, a migliorare le condizioni di vita civile dei cittadini e a favorire un clima politico più rispettoso dei diritti individuali. L’Italia vive una sorta di naufragio nell’unità fin dalle sue origini. Allorché l’idea di Costituzione fu spazzata via da quella di Nazione si preparò il successo di un Risorgimento nazionalista fondato sulla totale sfiducia verso le diverse comunità storiche.

La lunga marcia dello stato accentrato inizia con un’unificazione “nazionale” inattuabile, prosegue con una vera e propria “marcia” su Roma e si conclude ai nostri giorni con il fallimento del Paese sotto il giogo del debito e della spesa pubblica. Ma il federalismo è il sistema politico e istituzionale di una comunità che ha fatto la pace con la libera economia. Non è altro che il prevalere delle decisioni negoziate e pattizie, ossia di ciò che più apprezziamo della nostra vita di adulti consapevoli. Mentalità anticapitalista e vocazione statalista italica conducono verso un accantonamento sine die della questione federale.In ogni caso, quando si dovrà inevitabilmente metter mano ai veri problemi, la questione del federalismo tornerà prepotentemente al centro del dibattito. Perché è consustanziale all’intera storia delle aree italiche degli ultimi due secoli e a una unificazione che, con ogni evidenza, non è proprio riuscita.


bassaniLuigi Marco Bassani

professore associato di storia delle dottrine politiche, idoneo a prima fascia

Università degli Studi, Milano