Il vincolo di mandato – A. Ferrari Nasi

  • PDF

cameradeputatiPochi giorni fa il Corriere della Sera, riprendendo un'analisi dell'Associazione Openpolis, titolava come, al terzo anno di legislatura, già un parlamentare su quattro avesse cambiato gruppo politico, escludendo dal compute il passaggio formale al Gruppo Misto. Per la precisione 121 a Montecitorio e 105 a Palazzo Madama, con alcuni che hanno cambiato casacca più volte, tornando allo stesso partito da cui erano partiti o scegliendone un terzo, o anche un quarto ed un quinto.

Questa pratica è sempre stata molto utilizzata dai nostri politici, non è una novità degli ultimi tempi, a dispetto di qualunque legge elettorale fosse in vigore. Col Mattarellum, per fare un esempio, un sistema maggioritario e disegnava chiare maggioranze, ci furono un "ribaltone" da destra a sinistra (con Dini nel '95) e quattro governi diversi di centrosinistra nella stessa legislatura (1996-2001). Più che la legge elettorale, oggi alcuni suggeriscono di modificare strutturalmente i regolamenti delle camere: gli unici gruppi possibili sarebbero quelli che si formano al momento dell'insediamento, oltre ad un unico gruppo misto in cui confluirebbero coloro che vengono a trovarsi in disaccordo o fossero stati espulsi dal proprio gruppo e non intendano dimettersi.

tabellagiustaQuesti sarebbero gli unici gruppi ammessi a ricevere i rimborsi, con il divieto assoluto di formare gruppi diversi nel corso della legislatura. O forse il punto chiave è il non-vincolo di mandato del parlamentare garantito in Costituzione. C'era una logica quando è stato pensato. Tutto il nostro impianto statuale era stato impostato per la massima suddivisione dei poteri, in risposta ai venti anni di dittatura, ed i governi si formavano solo successivamente all'esito delle elezioni, che erano proporzionali pure e che consentivano la rappresentanza di tutti gli elettori.

vincolomandato2

Da molti anni i cittadini ragionano in senso bipolare, ovvero chi vince governa e gli altri stanno fuori, solo che la legge è impiantata sulla Costituzione ed è sempre quella di quasi settant'anni fa: i singoli parlamentari, una volta eletti, possono in qualsiasi momento cambiare partito. Ma con senso pratico il 79% dei cittadini italiani ci suggerisce che “prima delle elezioni si dichiarano i candidati alla Presidenza del Consiglio di ogni schieramento; quello che vince poi governa, ma se dovesse cadere per qualsiasi motivo, si dovrebbero rifare nuove elezioni”. Mentre una quota ancor maggiore, l'84%, ci dice che "se un parlamentare non è più d'accordo col partito che lo ha eletto, non deve cambiare partito in parlamento o formare un nuovo gruppo, si deve dimettere o deve stare dove è". Lasciamo ai tecnici il modo, ma è questo l'obiettivo da perseguire.

ferrarinasiArnaldo Ferrari Nasi

sociologo e analista politico

professore a contratto di analisi della pubblica opinione

membro della Società Italiana di Scienza Politica