Ricostruire il Paese attraverso le tecnologie – M. Melica

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informaticaSono vent’anni che viene annunciata la rivoluzione digitale nella Pubblica Amministrazione, sono vent’anni che puntualmente ogni promessa viene disattesa. Se un tempo l’informatizzazione e la digitalizzazione della macchina dello Stato poteva incontrare degli ostacoli nelle tecnologie ancora ad un livello pioneristico, in quanto ancora non stabili, oggi le moderne tecnologie della comunicazione sono in grado di garantire efficienza e sicurezza. Allora perché siamo ancora al terzultimo posto in Europa in termini di digitalizzazione della Pubblica Amministrazione?

Il DESI - Digital Economy and Society Index - classifica tutti i 28 Stati membri dell’UE in base al loro rendimento digitale, sulla base di 30 indicatori, legati ai settori del lavoro, della sanità, della giustizia, della pubblica amministrazione, ecc., calcolando il parametro “prestazione digitale del Paese”. L’Italia conferma l’indicatore 2015, allineata a quello dei precedenti anni, risultando solo al 25° posto in Europa, seguita solo da: Grecia, Bulgaria e Romania. I dati tuttavia stridono con il numero degli utenti italiani connessi in Rete e che usufruiscono regolarmente di servizi digitali come: i social network, i sistemi di e-commerce, i servizi finanziari.

Se gli italiani per utilità, per moda o per passione sono inclini all’uso delle tecnologie, se la cartolarizzazione dei titoli di credito ha completamente sostituito il modello cartaceo, se i social network aggregano milioni di persone, se il sistema bancario offre prodotti che si basano esclusivamente sul digitale, come mai la Pubblica Amministrazione viaggia ancora su istanze cartacee, marche da bollo e timbri? Il problema è l’inerzia al cambiamento del Paese: nonostante una serie di norme consolidate come il Codice dell’Amministrazione digitale, le stesse restano disattese perché incidono sugli strumenti tecnologici - regolamentandone l’utilizzo – ma non sui procedimenti amministrativi evolvendoli da una struttura organizzativa analogica ad una digitale.

Prendiamo ad esempio il caso di scuola rappresentato dal Processo Civile Telematico. Il PCT ha cercato prima di informatizzare la macchina della giustizia per poi digitalizzare le informazioni trattate nei processi civili: questo è stato un errore perché alla base di ogni moderno processo organizzativo occorre “pensare digitale”, abbandonando del tutto il modello analogico precedente. Non è difficile, occorre solo coraggio. Occorreva dunque il coraggio di attuare una drastica riforma normativa delle procedure civili, per poi porre alla base di esse la comunicazione digitale che le avrebbe consolidate in termini di efficienza, economia e trasparenza. Ma l’esempio del processo civile è solo uno dei tanti casi in cui la gestione documentale e i procedimenti amministrativi sono nati per gestire il cartaceo, quindi con i limiti dell’analogico in termini di archiviazione, spedizione e consultazione: tutto ciò ha fatto perdere “l’opportunità digitale” di sviluppare nuovi modelli organizzativi nella macchina dello Stato.

Se la tecnologia oggi è orizzontale, resta verticistica la competenza sull’applicazione della stessa

Nel cammino verso l’Agenda digitale europea 2020, siamo da anni fanalino di coda con le drammatiche conseguenze in termini di produzione interna, esportazione dei prodotti, attrazione degli investimenti, competizione economica nel mercato globale. Non servono i continui annunci di un Governo che negli ultimi due anni ha lanciato 27 nuovi portali informativi, quasi tutti abbandonati: servono serie riforme che vadano a ricostruire l’obsoleta macchina amministrativa dello Stato, anche attraverso l’applicazione di best practice consolidate a livello regionale.

Sino a quando il rapporto tra cittadino, le imprese e lo Stato sarà basato su una visione analogica, sarà impossibile non solo modernizzare il Paese quanto ottenere efficienza, economia e soprattutto rispetto delle regole che andrebbero ad estinguere – o fortemente limitare - quei fenomeni corruttivi che impoveriscono non solo la fiducia dei cittadini quanto i bilanci dello Stato. Ma sarà forse il pericolo rappresentato dal rispetto delle regole che limita la crescita del digitale in Italia?


melicaMassimo Melica

avvocato

esperto di diritto applicato alle tecnologie della comunicazione