Le tasse sulle seconde case ingiuste e dannose per l’economia degli enti locali – S. Sfrecola

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secondacasaLe imposte sulle prime case sono state da sempre odiose in un Paese nel quale la maggioranza della popolazione è proprietaria di una abitazione o aspira ad acquistarla per sé o per i propri figli sottoponendosi spesso a gravi sacrifici. Adesso, opportunamente, sono state abolite ma continuano a gravare, ancor più pesantemente, sulle seconde case che evidentemente il legislatore considera “indice di ricchezza” o, quanto meno, “di benessere”. Ne approfittano gli enti locali alla ricerca di facili compensazioni a fronte dei minori trasferimenti statali. In proposito vorrei proporre ai lettori di Logos alcune considerazioni.

In primo luogo credo sia necessario definire un fenomeno che si vorrebbe considerare, come appena detto, indice di ricchezza e pertanto da assoggettare senza remore ad imposta. Senonché il più delle volte si tratta di abitazioni, spesso modeste anche quando pomposamente definite “villette”, ereditate dai nonni o dai padri, originari di quelle località, marine collinari e montane. Case mantenute, dunque, soprattutto per motivi affettivi, per brevi vacanze estive o invernali o nei fine settimana. Inoltre, proprio per essere poco utilizzati, e comunque in ragione del clima delle località nelle quali sono collocati, questi immobili abbisognano di continue e spesso costose manutenzioni le quali assicurano lavoro ad una pluralità di artigiani, prevalentemente locali, dai muratori agli idraulici, ai falegnami, ai giardinieri, per i quali questi “lavoretti” saltuari spesso costituiscono le uniche occasioni di guadagno, costretti come sono ad “arrangiarsi” in assenza di migliori opportunità di lavoro.

Inoltre queste case favoriscono una diffusa aggregazione sociale (quanti hanno acquistato un immobile per stare vicino ad amici e conoscenti?), con effetti positivi su altre attività locali, dai ristoranti agli alberghi agli agriturismo, per non dire degli esercizi commerciali che offrono i prodotti tipici dell’agricoltura, della pastorizia, dell’artigianato i quali costituiscono una tradizione quasi sempre risalente nei secoli, un richiamo importante per il turismo interno ed internazionale.

Gli enti locali percepiscono il valore positivo di queste presenze, tanto che, per richiamare ulteriore attenzione sulle tradizioni locali, organizzano mercatini e sagre o rievocazioni storiche, collegate a fatti culturali e d’arme od a giochi in costume (pensiamo alla partita a scacchi di Marostica), come attraverso le varie “giostre”, dalla Quintana di Ascoli a quella di Foligno, per citare solamente le più note. Anche attività dirette alla valorizzazione dei beni culturali, in specie di quelli del patrimonio storico artistico e archeologico, trovano ampio spazio nei programmi dei comuni e delle pro-loco. Ovunque in Italia, infatti, c’è qualche bene che richiama l’attenzione, segnalato dalle varie pubblicazioni delle associazioni culturali e ambientalistiche, in particolare del Touring Club Italiano.

Questo significa che gli enti comprendono il valore di attività locali, fonte di sostentamento per le comunità e per i loro abitanti, ma non sono conseguenti. Perché non percepiscono che la tassazione pesante appare, nelle condizioni attuali, una scelta miope e che quel patrimonio, stimato globalmente da Nomisma in 1.500 miliardi di euro rischia di essere progressivamente abbandonato ad un degrado destinato ad impoverire le comunità locali, ad allontanare i “vacanzieri”, spesso la più importante occasione di sollecitazione per attività che sostengono le condizioni economiche di quelle comunità.

Oggi la tassazione scoraggia la disponibilità di una seconda casa. Il mercato è fermo, come attestano le agenzie immobiliari. Per cui il dato rilevato da Nomisma è teorico. Infatti quelle case non si vendono, per cui spesso sono abbandonate, con effetti negativi anche sull’economia degli enti locali interessati i quali avrebbero, invece, da un’espansione di questi immobili i notevoli incentivi di cui ho detto. E già se ne vedono gli effetti in giro per l’Italia dove, in località bellissime, specie collinari, borghi abbandonati parlano con gli occhi attoniti di finestre vuote, muri diruti, tetti sfondati. La mentalità predatoria del fisco italiano a tutti i livelli va abbandonata, dovendosi invece ritenere che tassare o detassare è strumento di politica economica prezioso, che disincentiva o incentiva attività, come tradizionalmente ritenuto dagli economisti e dai politici più avveduti, quelli che guardano lontano e apprezzano gli effetti delle politiche pubbliche nel tempo.

Detassare le seconde case, dunque, si può e si deve. Ma è dubbio che questa classe politica estremamente modesta comprenda la necessità di stimolare un settore dell’economia che, specialmente nell’hinterland delle grandi città, si basa molto su immobili destinati al riposo, allo svago e all’attivazione di relazioni che arricchiscono quelle località ed i loro abitanti. E gli stessi enti locali, i quali da presenze non continue e pertanto non destinate a gravare su molti servizi locali, possono ritrarre maggiori entrate e il vantaggio di una ridotta necessità di aiutare persone in difficoltà per le scarse possibilità di lavoro. Specialmente in questo periodo. L’economia di una comunità, infatti, va vista nella sua globalità e nelle reali possibilità di sviluppo che è sbagliato comprimere cedendo a posizioni all’evidenza ideologiche, stantie avulse da una visione globale e moderna dell’economia del territorio.


sfrecolaSalvatore Sfrecola

presidente di sezione della Corte dei Conti

già presidente dell’Unione Nazionale Magistrati Contabili