La legge di stabilità (Legge 28 dicembre 2015, n. 208) e il canone RAI – F. Felis

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televisionePer affrontare il discorso relativo al pagamento del canone Rai vediamo cosa dice il sito dell'azienda, perché è utile per vedere come si possano fare affermazioni corrette ma al tempo stesso un po’ omissive, almeno perché non permettono di capire l'importanza di certe modifiche legislative che sembrano limitate alle semplici modalità di pagamento. Dice il sito Rai per il pagamento del relativo canone per l'anno 2016, in seguito all'approvazione della legge di stabilità avvenuta in Italia nel 2015 (LEGGE 28 dicembre 2015, n. 208 ): "Per il 2016 il canone annuo ordinario è stato ridotto a 100 euro. E’ confermato che il canone ordinario è dovuto da chiunque detenga un apparecchio atto o adattabile alla ricezione delle trasmissioni televisive. La detenzione dell’apparecchio si presume nel caso in cui esista una utenza per la fornitura di energia elettrica nel luogo in cui un soggetto ha la sua residenza anagrafica. Il pagamento del canone avviene mediante addebito nella fattura per i titolari di utenza di fornitura di energia elettrica. In ogni fattura sono addebitate le rate mensili scadute. Al fine del calcolo delle somme da addebitare, l’importo annuo del canone è suddiviso in dieci rate mensili. La dichiarazione di non detenere apparecchi deve essere tassativamente resa nelle forme previste dalla legge, ha validità per l’anno in cui è presentata ed espone a responsabilità penale in caso di mendacio. Le modalità di presentazione della dichiarazione di non detenzione del tv saranno definite con provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate. Il canone è dovuto una sola volta per tutti gli apparecchi detenuti nei luoghi adibiti a propria residenza o dimora dallo stesso soggetto e dai soggetti appartenenti alla stessa famiglia anagrafica."

Ritengo che, con le novità della legge di stabilità, il canone Rai non sia più solo un semplice canone ma un'imposta a tutti gli effetti. Vediamo perché.

1-Il canone RAI sarebbe un’imposta sulla detenzione di «uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle trasmissioni radiotelevisive indipendentemente dalla qualità o dalla quantità del relativo utilizzo».

2- Il canone ordinario deve essere pagato «da chiunque detenga un apparecchio atto o adattabile alla ricezione delle trasmissioni televisive». Perciò se si usa la tv solo come monitor per il computer o per vedere dei dvd si deve comunque pagare. Se si ha un apparecchio ma non si guarda mai la RAI o si ha un contratto per la visione di trasmissioni tramite satellite o via cavo, si deve ugualmente pagare: questa potrebbe essere la prima anomalia legge perché un'imposta, un canone o tributo a favore di un soggetto della Rai si deve pagare anche se si guarda una TV via cavo o trasmissioni satellitari cioè non Rai, danneggiando imprese concorrenti Rai, imprese anche comunitarie appartenenti ad altri Stati della Comunità.

3-La legge di stabilità ha, inoltre, introdotto un nuovo principio, quello della "presunzione" del possesso degli apparecchi tv. Dal primo gennaio del 2016 la detenzione di un apparecchio si presume nel caso in cui esista un’utenza per la fornitura di energia elettrica nel luogo in cui un soggetto ha la residenza anagrafica. Questa presunzione mette anche in forse che si tratti di un'imposta o comunque tributo collegata alla detenzione di apparecchi televisivi. A mio parere, con questa presunzione siamo in presenza di un'imposta, di fatto, generale con alcune esenzioni. Infatti la presunzione di detenzione dell’apparecchio televisivo non si applica alle utenze elettriche non domestiche. Si applica cioè solo alle utenze per la fornitura di energia elettrica nel luogo in cui un soggetto ha la residenza anagrafica. Si deve pagare una sola volta per tutti gli apparecchi che si trovano nella propria casa di residenza. Se si ha una seconda casa e una tv, non si deve pagare due volte. Se si vive in un appartamento ammobiliato in cui è presente un apparecchio che è del proprietario della casa, il pagamento del canone spetta al proprietario dell’apparecchio e dunque della casa. Anche qui il collegamento alla detenzione dell'apparecchio televisivo è piuttosto evanescente, più un'imposta sulla proprietà. In molti casi non vi è collegamento con la detenzione di un apparecchio televisivo, ma solo con l'uso dell'elettricità nella propria residenza (non si applica alle utenze non domestiche...). Ma così vi può essere una violazione di diverse norme U.E. del Trattato. Precisamente gli articoli 110 e 34 del Trattato.

L'art. 34 vieta restrizioni quantitative all'importazione di merci e qualsiasi misura di effetto equivalente. Per merce si intende in modo generico qualsiasi prodotto pecuniariamente valutabile e atto a costituire oggetto di negozi commerciali. In questo ambito, una nota sentenza (sentenza Dassonville del 1974) fa divieto a ogni normativa commerciale degli Stati che possa ostacolare, direttamente o indirettamente, gli scambi intracomunitari e ogni normativa del genere può essere considerata "misura di effetto equivalente a restrizioni quantitative". Senza scendere nei dettagli, si è discusso se le normative che vietavano le aperture domenicali dei negozi lo potessero essere o, addirittura, una norma che impone di usare la lingua del paese del mercato (l'italiano in Italia o il tedesco in Germania). Vedremo più oltre alcune sentenze particolari.

L'art. 110 vieta imposizioni interne più onerose, superiori a quelle applicate direttamente o indirettamente ai prodotti nazionali similari e vieta, seconda fattispecie, imposizioni interne intese a proteggere indirettamente altre produzioni. Sono due ipotesi diverse. La prima riguarda uno Stato che impone oneri fiscali apparentemente neutrali ma che, all'atto pratico, risultano più gravosi per i prodotti importati. La neutralità sembra assicurata dal fatto che i prodotti dello stesso tipo, "similari", sono tassati in egual misura, ma le aliquote sono stabilite in modo da colpire le merci prodotte esclusivamente o quasi all'estero in maniera più forte di quelle nazionali. Nella seconda ipotesi si fa riferimento a prodotti anche non similari ma che possono trovarsi "in concorrenza tra loro": vieta tasse apparentemente identiche ma finalizzate alla protezione di prodotti nazionali anche se non similari, basta che siano in concorrenza.

Esposti brevemente alcuni principi comunitari,rilevato che essendo divenuto il canone Rai un'imposta generale, più che un canone, e perciò difficilmente può trovare applicazione la nota sentenza Altmark che fa salve alcune ipotesi di canoni o compensazioni date ad aziende per l'esecuzione di obblighi di servizio pubblico, veniamo alla Rai e alla nuova normativa.

Per il diritto comunitario non si può prevedere un'imposizione interna intesa a:

a) proteggere indirettamente altre produzioni in genere

b) non si può prevedere imposizioni interne, per prodotti o servizi di altri Stati della Comunità, che anche indirettamente siano più onerose rispetto ai prodotti o servizi nazionali similari (art.110 TFUE).

- Cioè se una normativa fiscale impone un'imposta che va a favore della Rai , si protegge la Rai e il suo servizio nei confronti di una possibile televisione straniera-comunitaria che voglia entrare (punto a): sarebbe vietato!

- Siamo in presenza di un'imposizione interna di fatto più onerosa per la possibile televisione comunitaria rispetto al similare prodotto nazionale (punto b).

L'art. 34 del Trattato impedisce misure equivalenti alle restrizioni quantitative e riguarda ogni provvedimento che possa avere per oggetto o per effetto di restringere le correnti di esportazione o di costituire una interferenza nel trattamento del commercio interno di uno Stato membro e del suo commercio di esportazione, così da assicurare un vantaggio particolare alla produzione nazionale o al mercato interno dello Stato. Allora prevedere una tale imposta crea un ostacolo all'esportazione da una parte di imprese di uno Stato comunitario, non italiano, e all'investimento nel settore dei servizi radiotelevisivi in Italia. A parte la possibile violazione dell'art. 110 del Trattato, c'è una violazione dell'articolo 34 dello stesso Trattato. Circa il divieto di proteggere anche indirettamente altre produzioni italiane, anche non similari, verso produzioni comunitarie, basta che i due prodotti o servizi siano in concorrenza. Infatti la Corte di Giustizia sanzionò la Francia perché trattava diversamente, sotto il profilo fiscale, il cognac rispetto al gin e al whisky. E sanzionò l'Inghilterra per il diverso trattamento tra vino e birra.

felisFrancesco Felis

notaio in Genova