Il sistema bancario italiano: un errore lungo vent'anni - A. Siri

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bankeuroIl crack delle quattro note banche (Etruria, Marche, Chieti e Ferrara) ha fatto emergere tutte le contraddizioni di una trasformazione del sistema creditizio italiano che portava con sé, già dal suo esordio, il tarlo della speculazione e dell'abuso. Il 2016 si è aperto con l'entrata in vigore del bail-in, una norma europea che accolla l'eventuale difficoltà finanziaria degli istituti di credito ai singoli azionisti, obbligazionisti e correntisti che abbiano depositi sopra i 100.000 euro. Una norma che porta a compimento, secondo una logica malsana, quel processo di profondo cambiamento del sistema bancario italiano iniziato alla metà degli anni ’90, con la progressiva privatizzazione di un settore che fino ad allora era per la maggior parte di proprietà pubblica. 

Romano Prodi concluse quel che già i governi precedenti (Amato, Dini e Ciampi) avevano iniziato, ossia la cessione al mercato, sotto la regia di Mediobanca, Lehman Brothers e Goldman Sachs, delle quote che lo Stato deteneva nelle principali banche italiane, dalla COMIT al Credito Italiano, passando per la BNL, poi Cariplo, Banco di Roma e così via. C'è chi all'epoca parlò di cessione per definire quanto agli occhi dei più disincantati sembrò invece una "grande svendita" delle principali banche del Paese, finite per pochi danari nelle mani di gruppi privati che hanno fatto guadagnare oltre 2.200 miliardi di vecchie lire di consulenza agli intermediari, soprattutto stranieri, che diressero le operazioni. Tutto ciò fu possibile perché il controllo pubblico nelle banche era diventato sinonimo di inefficienza, mala gestione e interessi politici, contrariamente al settore privato che assicurava sviluppo, efficienza e trasparenza. Un patrimonio nazionale è stato così liquidato e demolito a discapito dei primi veri azionisti, i cittadini, con inevitabili e profonde mutazioni dell'intero settore industriale italiano.

A ciò si aggiunse una pressante e ossessiva campagna di discredito verso i titoli di Stato italiani che di fatto provocò lo spostamento dei risparmi verso il mercato azionario e i certificati di deposito delle banche, diventati poi azioni e obbligazioni degli stessi Istituti. Non fu pertanto ipotizzabile investire tale liquidità per realizzare infrastrutture o sostenere l'occupazione (ciò che faceva lo Stato con il debito pubblico), bensì per finanziare spericolate operazioni di mercato che hanno poi portato allo storico fallimento proprio di Lehman Brothers con contraccolpi enormi in tutto il settore del credito mondiale. Ecco i risultati. Coloro che hanno avuto paura di investire nei titoli di Stato si sono impoveriti a causa del fallimento di quei gruppi finanziari mondiali che promettevano invece solidità e ricchezza senza rischi. E in Italia, se non fosse stato per i Tremonti e Monti Bond (prestiti pubblici) e per la rivalutazione delle quote di partecipazione (pubbliche) in Banca d’Italia, probabilmente la lista degli Istituti di Credito sull'orlo del dissesto sarebbe oggi molto lunga

Il provvidenziale, ma non più possibile, intervento dello Stato ha messo in sicurezza i principali Istituti di credito italiani, anche se i dati ufficiali parlano chiaro: sono le banche del nostro territorio ad essere le più sane, più di quelle grandi e soprattutto più di quelle internazionali. Lo spauracchio dei c.d. bad loans (crediti deteriorati) delle nostre banche popolari è in realtà tutelato da uno dei più alti tassi di copertura e da uno stock di garanzie reali molto consistenti ed è numericamente di molto inferiore ai dati diffusi che hanno solo favorito l'ennesima speculazione finanziaria a danno dell'intero paese.

Il vero problema è invece insito nel sistema creditizio mondiale che ha utilizzato i risparmi dei cittadini per la mera attività speculatoria ad alto rischio, senza limiti di sorta. La stessa strategia di delegittimazione usata in passato per i titoli di Stato sta mettendo a dura prova le piccole Banche Popolari e del Territorio, con l'unico fine di poter aggredire patrimoni interessanti e spostarli verso i grandi gruppi internazionali, sempre alla ricerca di nuove risorse finanziarie su cui mettere le mani per evitare l'implosione. Un'aberrazione sistemica dell'intera economia mondiale che non si può più tollerare perché inadatta a sostenere l'economia reale

Ma fatte le dovute distinzioni, se le banche sono società private e se affidare i propri soldi ad esse in talune circostanze può essere rischioso, viene da chiedersi perché il cittadino è obbligato dallo Stato ad avere un conto corrente per le proprie transazioni economiche? Questo è il nocciolo politico di tutta la questione che non può essere ignorato, pena la complicità dello Stato e di chi ha responsabilità di Governo in eventuali nuovi fallimenti. Lo Stato guarda con sospetto il cittadino che effettua operazioni in contanti, lo obbliga a veicolare i propri emolumenti e pagamenti tramite conto corrente e gli impone di fatto di affidare le proprie somme agli Istituiti di credito dovendo pagare per questo servizio costi sempre più elevati e senza avere più nemmeno la soddisfazione di ricevere gli interessi. Non solo, ogni cittadino rischia l'accusa di riciclaggio se malauguratamente l'Agenzia delle Entrare dovesse scoprire un gruzzolo custodito sotto il suo materasso. Il cortocircuito è di tutta evidenza. Se lo Stato ci obbliga a mettere i soldi in banca, ha il dovere di tutelarci. Dunque nei fatti manca un Istituto di credito pubblico che abbia l'obbligo di salvaguardare i risparmi, così come previsto dalla nostra Costituzione e che si impegni a raccogliere il risparmio indirizzando gli impieghi a scopi pubblici (acquisto titoli di Stato) e di sostegno all'economia reale e non alla speculazione finanziaria. Se sono stati fatti alcuni errori in passato con la gestione pubblica delle banche, questo non deve significare che non si possa restituire onorabilità ed etica a quel tipo di gestione del risparmio.

 

siriArmando Siri

giornalista e scrittore

responsabile economico Noi con Salvini