Obbligatorietà dell’azione penale, autonomia e indipendenza della magistratura – G. Marciante

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giustiziamartelloLe recenti polemiche, sempre più aspre, sui temi della Giustizia toccano, per evidenti motivi, la Magistratura. Sul tema, molto delicato, è certamente micidiale la perdita di equilibrio, serenità e compostezza, che sono doti e presidi irrinunciabili della vera Giustizia. E se la “politica” – che è anche arte del “possibile” e “scelta di parte” – può essere portata, in qualche misura, anche non modesta, ad eccessi retorici o passionali, non altrettanto dovrebbe accadere per chi – come i giudici – deve avere quali insopprimibili guide proprio serenità, equilibrio e compostezza. Oltre, ovviamente, all’obbedienza alla Legge; e “solo” alla Legge. Questo, nella “forma”. E capacità di trattare tutti in maniera “uguale” nella sostanza. Il che non vuole affatto significare divieto di esprimere o rinuncia alle proprie opinioni. Ma atteggiamenti che possono far trasparire qualche sorta di “sindrome da assedio” non giovano alla “causa”. E non perché – in ipotesi – non è possibile che siano in corso eventi politici in qualche modo passibili di esserlo o, più realisticamente, di essere “interpretati come tali”. Ma perché chi esercita la delicatissima, particolare ed “unica” funzione di amministrare giustizia, non può essere, e nemmeno apparire, suscettibile di passioni; e quindi di vera o possibile parzialità. Che, anzi, quanto più smodato, scomposto e sgradevole possa essere l’attacco, tanto più distaccata, serena e persino “garbata” deve essere la “reazione”. Anzi, non dovrebbe parlarsi nemmeno di “reazione” perché essa stessa è una passione non approvabile in chi deve essere viceversa “sereno”. Per se stesso e per gli altri.

Si potrà dire che si tratta di “difesa” anzi di “legittima difesa”, ma le Istituzioni di un Paese civile, nel loro complesso e complessivo integrarsi e bilanciarsi, sono perfettamente in grado di difendere un Potere dello Stato qualora fosse aggredito. La Magistratura, poi, non è un “potere”, almeno nella Costituzione. Singolare e stravagante che un Potere affermi di doversi difendere per essere aggredito da un altro Potere ed eserciti una specie di “difesa privata”, non consentita nemmeno ai singoli. Né tutto questo imprescindibile patrimonio di correttezza e di immagine può essere legato esclusivamente ai singoli e sostanzialmente aggirato facendo parlare un Ente impersonale, la Magistratura, che tuttavia i singoli componenti rappresenta e comprende. E che, poi, per forza di cose, parla attraverso “singoli” più o meno qualificati.

Serenità vorrebbe che si affrontasse il problema - serio - della obbligatorietà dell’azione penale con argomenti non bellici ma giuridici. E poco mediatici; con dignitosa compostezza. Perché una cosa è l’obbligatorietà dell’azione penale, indubbio presidio di civiltà, altra cosa è la “gestione” dell’azione penale, che è invece cosa illegittima, forse persino illecita, e fonte di gravissimi effetti sulla stessa “immagine” della Giustizia. Per parlarsi chiaro, non si può prescindere da un dato di fatto tanto notorio quanto ineluttabile; e quindi fatalmente “innegabile”, ossia che – per ragioni parimenti notorie e persistenti anche nel più lontano orizzonte – una parte dei procedimenti penali sarà fatalmente estinto per prescrizione. Con buona pace “sostanziale” della giusta e minacciosa “obbligatorietà”, ma anche con possibili, notevoli e irreparabili danni per cittadini incolpati e persone offese, “toccati” gli uni, “illusi” gli altri da una “azione penale obbligatoria” che inizierà colpendo e illudendo per poi defungere, non ripagando l’incolpato con una “assoluzione” finalmente lenitiva, ma relegandolo fra i “prescritti” (ancora un po’ delinquenti) e spezzando le ultime illusioni dell’offeso. 

Dunque, il vero problema non è se rendere o mantenere obbligatoria l’azione penale (che appare sempre più una esaltante ma comoda finzione) ma stabilire con serena e necessaria severità “chi” debba  stabilire “chi” possa sopravvivere e chi debba essere pietosamente avviato alla “fossa”. E con quale “giusto criterio”. Appare già quanto mai stravagante che “chi” deve decidere nel merito, con tutti i presidi già esposti, possa avere “anche” il privilegio di stabilire “chi” deve sopravvivere e chi “morire”. E poi – altrettanto serenamente e con non minore imparzialità - stabilire la sorte dei “sopravvissuti”, si fa per dire. Se, quindi, è inevitabile che dalla scelta e dai criteri discenda la fine di alcuni e non di altri, tale scelta è di fatto una scelta “di merito”, in questo senso pare non praticabile una sorta di competenza del Consiglio Superiore della Magistratura che “tutto può fare”, ma certamente non “decidere nel merito” né di fatto né di diritto. Perché di questo si tratta. Sia pure con provvedimenti quali “circolari”, che restano pur sempre atti amministrativi e non giudiziari – né potrebbero esserlo – ancorché generali ed astratti. Una cosa è stabilire i criteri di assegnazione, ben altra sarebbe stabilire “di fatto” quel che dovrà cercare di sopravvivere e quel che sarà molto probabilmente spento. Così, decidendo “nel merito”, senza decidere. Una sorta di “amnistia”, certamente impropria non solo tecnicamente ma anche soggettivamente. A non dire delle possibili, e nemmeno tanto fantasiose, sensazioni di “privilegium odiosum” legate fatalmente alle scelte di priorità attuate “nel concreto”, ossia dal singolo magistrato. Perché soltanto il Popolo Sovrano attraverso i Suoi legittimi e “specifici” rappresentanti potrebbe, e può, decidere chi eventualmente “perdonare” sia pure di fatto e chi no. Quindi, con criteri che non siano soggettivi (quali finiscono fatalmente per essere le “circolari” interne e gli ordini di servizio ancorché autorevoli e pregevoli) e siano invece tanto oggettivi da essere rispondenti al volere sovrano del Popolo. In nome del quale, non lo si dimentichi mai, si amministra la Giustizia. E che certamente “vorrebbe” – fantasticando – che si potesse fare tutto, in fretta e magari anche “bene”. Raro avviene, si diceva. Ma più realisticamente, che si trattassero con inevitabile “priorità” i casi più “gravi”. Il problema è “quali”, con quali criteri identificati e con quali priorità.

Certamente il Popolo, che attraverso una Altissima Rappresentanza, volle “l’eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge” e massima alla Giustizia, non potrebbe tollerare criteri di scelta personali o personalistici, che urterebbero insanabilmente col Sacro Principio come dire – al limite - che una modestissima “contravvenzione stradale” dovrebbe avere la precedenza perché commessa da un “padrino”. Il criterio “oggettivo” allora dovrebbe basarsi – solo – sulla “qualità” dei reati, nel senso che non si può rinunciare a perseguire i più gravi, e si deve accettare il rischio sempre in progressione percentuale, che finiscano nella “fossa” i meno gravi, fino ai modesti e molto modesti. Il fatto è che si tratta di stabilire “quali sono i più gravi”. Non certo attraverso delle inesistenti finzioni e definizioni soggettive ed improbabili quali l’”allarme sociale” o formule equivalenti, tanto soggettive quanto inevitabilmente “teoriche”.

Vi è un dato, preciso e insuperabile, tuttavia, che pare essere stato dimenticato, eppure è grosso e corposo, come il Codice Penale. In esso il Popolo Sovrano ha espresso con i dovuti criteri di anticipazione, astrattezza e generalità quali sono i reati più gravi e quali, man mano, quelli meno gravi, fino ai “bagatellari”, con il criterio più chiaro e logico, ossia con la quantificazione della pena, perché essa ha anche una natura “retributiva”, quindi eloquente sotto questi profili. A fatti più gravi, e perciò più allarmanti, pene più gravi e priorità nelle scelte “operative”. Non sarebbe, quindi, necessaria una legge a dire quali sono (non siano) i criteri, perché “la Legge” lo dice già. Certo, una – ulteriore – “legge” che si dovesse occupare della delicatissima questione sarebbe più aderente ai Principi, piuttosto che “circolari” dirigenziali, pur autorevoli, o peggio  l’assoluta discrezionalità soggettiva del singolo magistrato, che non solo sceglie quale processo salvare dal macero (fatalmente “anticipando” un “giudizio”)  e poi, a vario titolo, vi partecipa per deciderne le sorti.

marcianteGiuseppe Marciante

magistrato di Cassazione

già Consigliere della sezione penale della Corte d'Appello di Torino