Depenalizzazione ed abrogazione dei reati: una scelta opportuna? – F. Fuso

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DANNEGGIAMENTOEntrano in vigore il 6 febbraio prossimo i Decreti Legislativi 15 gennaio 2016 n. 7 e n. 8 che prevedono, il primo l’abrogazione di alcuni reati previsti dal codice penale e, il secondo, la depenalizzazione di oltre quaranta reati, tra i quali (a parte alcune eccezioni) tutti quelli puniti con la sola pena dell’ammenda o della multa (articolo 1). Potrebbe sorprendere una posizione censoria sulla scelta operata dal legislatore dopo che, dalla stessa penna, è uscito un articolo favorevole proprio alla depenalizzazione dei reati minori (si veda, al riguardo, “Proposte in materia di sicurezza e giustizia penale” su questa Rivista, ottobre 2015). Ma diversi erano lo spirito, la ragione e la portata di quella proposta, affatto contraddittoria rispetto alle considerazioni che verranno qui esposte: risponde, infatti, ad una logica di politica criminale, adeguata e coerente con il mutare dei tempi e/o con il ridotto disvalore sociale di talune condotte sanzionate penalmente, la depenalizzazione di tutti quei reati puniti con la sola pena dell’ammenda o dell’arresto, cioè quei reati che, tecnicamente, vengono definiti reati contravvenzionali per distinguerli da comportamenti più gravi chiamati delitti. Anzi, per la precisione, nell’ambito delle fattispecie sanzionatorie si era operata una distinzione, auspicando che per quelle più gravi venisse aggravata la pena che avrebbe dovuto rispondere ai requisiti dell’effettività e della certezza.

Dunque, per essere ancora più chiari, la critica ai due recenti provvedimenti legislativi non verte tanto sulla depenalizzazione, stabilita all’articolo 1 del D. Lgs. n. 8/2016, di tutti i reati puniti con la sola ammenda o multa ma, piuttosto, sull’estensione della depenalizzazione a taluni delitti che, invece di arginare il fenomeno dilagante del malcostume, della mancanza di senso civico e del rispetto per gli altri, finisce per favorirlo introducendo, al posto della sanzione penale, quella amministrativa. E’ come dire che gli atti osceni in luogo pubblico o il rifiuto di prestare la propria opera in occasione di un tumulto ovvero nella flagranza di un reato siano quasi equivalenti al comportamento di colui che lascia la propria auto in sosta vietata! Non dimentichiamo che la sanzione stabilita per i primi di questi comportamenti, non più costituenti reato, sia più elevata rispetto al secondo ma la natura della sanzione e la qualificazione della condotta sono gli stessi: sono stati trasformati in semplici illeciti amministrativi che verranno contestati con un verbale dell’autorità amministrativa, che prevedono anche un pagamento in misura ridotta e che, perciò, non avranno alcuna efficacia deterrente. Non vi sarà più un processo penale con la pronuncia di una sentenza che, seppure ad uso dell’autorità giudiziaria, riporterà la condanna subita e che, da sola, avrebbe potuto rappresentare un deterrente. Certo verrà alleggerito il carico delle Procure ma questo andrà di pari passo con l’aumento dei fascicoli dell’autorità amministrativa. Insomma, si svuoterà una botte per riempirne un’altra! Chi vìola la legge continuerà a farlo e nessun effetto sortirà l’applicazione della sanzione amministrativa che, ovviamente, non verrà pagata proprio da coloro che vivono ai margini o fuori della società civile.

Un solo esempio credo che possa rappresentare efficacemente la favorita tendenza all’abbassamento del livello di civiltà e di senso civico: il reato previsto dall’articolo 652 del codice penale, ora depenalizzato, puniva il rifiuto, senza giusto motivo, di prestare il proprio aiuto in occasione di un tumulto, di un pubblico infortunio, di un comune pericolo o nella flagranza di un reato e quello di dare le informazioni o le indicazioni richieste da un pubblico ufficiale ed anche le mendaci informazioni o indicazioni. Praticamente svuotati di contenuto tali obblighi, dettati anche da un principio di solidarietà, invece che sollecitare un aumento del senso civico, incrementeranno il crescente disinteresse e l’apatia di fronte ad eventi che richiederebbero l’ausilio ed il contributo del maggior numero di persone possibile. A completare l’elenco delle fattispecie criminose depenalizzate vi sono gli atti osceni in luogo pubblico (qualora non si tratti di luogo frequentato da minori: articolo 527 codice penale); le pubblicazioni e gli spettacoli osceni (articolo 528 codice penale); l’abuso di credulità popolare (articolo 661 codice penale); le rappresentazioni teatrali e cinematografiche abusive (articolo 668 codice penale); gli atti contrari alla pubblica decenza (articolo 726 codice penale). Seguono, poi, altri reati previsti da leggi speciali, tra i quali, ad esempio, la guida senza patente, alcune ipotesi di contrabbando nel movimento di merci e l’omessa identificazione e/o registrazione in materia di riciclaggio. Quest’ultima fattispecie era stata introdotta, pochi anni orsono, dal D. Lgs. 231/2007 per contrastare il fenomeno del reimpiego, in attività lecite, di denaro o utilità provento di reato (quali, ad esempio, le attività finanziate con denaro proveniente da associazioni di stampo mafioso). Ma il decreto più problematico è il n. 7 che ha abrogato alcuni delitti previsti dal codice penale, tra i quali il falso in scrittura privata, le falsità in foglio firmato in bianco, la sottrazione di cose comuni, l’ingiuria ed il danneggiamento non aggravato da violenza o minaccia, riducendoli a semplici illeciti civili, ai quali consegue una semplice pena pecuniaria, che verrà applicata dal giudice civile nella stessa causa di risarcimento danni che il danneggiato dovrà instaurare. Si tratta di delitti, i primi, che spesso vengono commessi da truffatori abituali o, comunque, da profittatori che poi usano l’atto falso per procurarsi un ingiusto profitto ai danni dei malcapitati. E’ evidente che, ad esempio, la falsificazione di una firma su un contratto da parte di un soggetto insolvibile, perché privo di beni aggredibili, può provocare anche un danno ingente alla persona offesa ed il colpevole facilmente potrà sottrarsi alla sanzione civile pecuniaria, così come al risarcimento dei danni.

L’esperienza di questi anni di crisi economica insegna già che molte sentenze di condanna al risarcimento dei danni restano sulla carta perché i debitori sfuggono volontariamente alla loro esecuzione liberandosi, in precedenza, di beni aggredibili. A maggior ragione, la stessa sorte subiranno quelle sentenze emesse nei confronti di chi ha tenuto una condotta che attesta una marcata capacità e una tendenza all’illecito che si è compendiato nel grave comportamento di falsificazione, di sottrazione, soppressione e distruzione di atti veri (articolo 490 codice penale), di falsificazione di documenti informatici (articolo 491 bis codice penale), di danneggiamento di informazioni, dati e programmi informatici (articolo 635 codice penale) anche se utilizzati dallo Stato (articolo 635 ter codice penale), di sistemi telematici e informatici, anche di pubblica utilità, se non compiuti con violenza o minaccia. Oltretutto, la gravità di queste condotte - anche se tenute senza violenza o minaccia - può provocare un danno immenso perché si riflette sui rapporti economici, sia che riguardino, ad esempio, un falso contratto, sia comunicazioni, informazioni o sistemi informatici in un’epoca nella quale la tecnologia ha ormai sostituito la vecchia corrispondenza cartacea e tutti i dati e le scritture riguardanti un’azienda e qualunque soggetto economico. Non sono da sottovalutare, poi, le difficoltà che tali illeciti comportano in ordine alla prova ed alla individuazione del loro autore. Qualificati come reati, l’obbligo della ricerca e dell’acquisizione delle prove del reato sarebbe rimasta in capo al pubblico ministero che, potendosi avvalere di personale tecnicamente qualificato e della polizia giudiziaria, avrebbe avuto mezzi e strumenti efficaci per individuare il colpevole quali, ad esempio, in caso di reati informatici il sequestro probatorio del materiale informatico e la possibilità di compiere tutti gli accertamenti, le analisi e le verifiche tecniche necessari.

Tutte queste attività sono, per lo più, precluse ad un soggetto privato che sia stato danneggiato da quelle condotte che, prima, integravano reati e, quindi, sarà estremamente difficile, se non impossibile, assolvere all’onere probatorio che, in una causa civile, incombe sull’attore e cioè su colui che si rivolge al giudice per ottenere il ristoro dei danni subiti. Nella maggioranza dei casi, dunque, il colpevole non subirà neppure l’inflizione della pena pecuniaria prevista con la mutazione in illeciti civili di condotte prima integranti ipotesi di reato e le ragioni della persona danneggiata rimarranno completamente prive di tutela. 

Ma anche l’abrogazione del reato di ingiuria e di quello di danneggiamento semplice (non aggravato da violenza o minaccia), spesso commesso da taluni per mero insano divertimento, comporterà conseguenze irreparabili perché, per il secondo, potrebbero presentarsi le stesse problematiche in ordine alla prova ed all’identificazione dell’autore dell’illecito. In relazione ad entrambi, sarà molto probabile che la persona offesa rinunci a rivolgersi al giudice civile quando la somma astrattamente conseguibile a titolo di risarcimento del danno si riduca a qualche centinaio di euro. Gli oneri ed i costi da sopportare per instaurare una causa civile porteranno ad un’inevitabile desistenza della persona offesa e, conseguentemente, all’impunità del colpevole.

Si è, così, inferto un altro duro colpo all’ordinamento penale che, già di fatto, aveva subìto pesanti e continui scossoni in sede applicativa. Mi riferisco al disapplicato principio secondo il quale competente a conoscere ed a quantificare i danni derivanti da un reato sarebbe la magistratura penale. Rarissime, però, sono le decisioni che, accertato un reato, abbiano condannato il reo a rifondere una determinata somma, a titolo di risarcimento, alla persona offesa costituitasi parte civile. La stragrande maggioranza delle sentenze, infatti, si limita alla condanna generica al risarcimento del danno, costringendo la vittima ad instaurare il giudizio civile per la quantificazione del danno patito, sebbene il giudice penale abbia sempre, già a sua disposizione, tutti gli elementi per stabilire l’entità del danno. Questa indiscutibile distorsione, inevitabilmente, ha sempre riversato un altro carico di lavoro al giudice civile, al quale si sommerà quello conseguente alla trasformazione dei reati in illeciti civili operata dal D. Lgs. 7/2016.

Se l’intento del legislatore è stato quello di affossare definitivamente la giustizia civile, ebbene ci riuscirà sicuramente. E se l’altro scopo è stato quello di indurre le vittime delle fattispecie di reato ora abrogate a rinunciare ad ottenere soddisfazione ed un congruo risarcimento per gli illeciti commessi nei loro confronti, anche questo risultato verrà ottenuto in moltissimi casi. E’, comunque, facilmente prevedibile che un grande numero di illeciti resterà del tutto impunito. Risibile è affermare che le fattispecie delittuose ora abrogate prevedono reati minori perché è stato dimostrato che anche questi sono idonei a creare una progressione criminosa inarrestabile.

La “teoria delle finestre rotte”, sviluppata dagli studiosi americani Kelling e Wilson (si veda l’articolo “Broken Windows Theory”: politiche della “Tolleranza Zero e senso civico” su questa Rivista, luglio 2015) si fonda su una prima considerazione: “se un contesto urbano presenta segni di disordine, degrado e trascuratezza di cui nessuno si prende cura, i trasgressori non hanno sanzioni da temere e dunque potranno perdurare nelle proprie azioni devianti”. A maggior ragione ciò avverrà perché talune di queste azioni devianti sono state eliminate dall’ordinamento penale per essere considerate dei semplici illeciti civili, come vuole il D.Lgs. n. 7/2016. Per brevità, “a detta dei due studiosi, la criminalità violenta non è che l’estremizzazione di un percorso di disattenzione generale nei confronti di variabili forme di trasgressione alle norme sociali ed al vivere in comunità, ivi compresa non solo la relazionalità con altre persone, ma anche l’impegno di ognuno nel curare il proprio ambiente urbano” perché, laddove “sembra essere consentito violare le regole, esse saranno violate”. Vi è, perciò, “una stretta correlazione tra disordine sociale, criminalità e paura del crimine” giacché “all’incremento del primo segue, in misura direttamente proporzionale, l’incremento del secondo, successivamente del terzo, in una sorta di circolo vizioso”. E se non vi è alcun dubbio che viviamo in un periodo di progressivo accrescimento del disordine sociale, di aumento della criminalità e di maggior paura del crimine, è conseguenziale pensare che escludere dall’ordinamento penale comportamenti che denunciano disordine sociale (il danneggiamento, l’ingiuria, quale comportamento ormai abituale da parte anche di persone di elevata cultura e/o di indiscussa osservanza, sotto altri profili, dei precetti della legge, il falso, ecc.) impedirà il controllo sociale di tali fatti e una loro maggiore diffusione, fino alla degenerazione in comportamenti molto più gravi.

In conclusione la sanzione civile non può definirsi un efficace deterrente perché, come già osservato, ha poche probabilità di essere applicata. Pochi, comunque, si rivolgeranno ad un giudice civile per lamentare un danneggiamento di modesta entità o un falso produttivo di un danno non rilevante: di fronte ai costi ed alle lungaggini della giustizia civile spesso il cittadino si determina a rinunciare a chiedere giustizia e, molte altre volte, non riesce a ottenere soddisfazione effettiva delle sue pretese, nella defatigante prospettiva di attendere per anni una sentenza e, poi, di notificare il precetto (contenente l’ordine di pagare dato dal giudice) innumerevoli volte (perché chi dovrebbe notificarlo ha impiegato più tempo di quello consentito dalle norme) per poi scoprire che il soggetto esecutato è privo di beni pignorabili oppure che il pignoramento e la vendita di beni pignorati durano un decennio, moltiplicando le spese. Alla rinuncia corrisponde perciò l’impunità dell’autore dell’illecito che non pagherà neppure la sanzione pecuniaria ora prevista dal D.Lgs. n. 8 in luogo della pena detentiva che, anche se sospesa condizionalmente, avrebbe lasciato una traccia indelebile sul casellario giudiziale.

Persino il dichiarato obiettivo dei due decreti legislativi e cioè l’alleggerimento della macchina giudiziaria penale dai fatti di non rilevante gravità non verrà raggiunto. Come è già avvenuto in passato con i vari provvedimenti di amnistia e di indulto (anche in materia fiscale) ed altre depenalizzazioni, la giustizia penale continuerà ad essere sofferente e non basterà certo l’abrogazione di alcune fattispecie di reato perché essa non può esplicare effetti marcati di riduzione del carico della giustizia penale.

Dunque, se può condividersi la depenalizzazione della maggior parte dei reati previsti dall’articolo 1 del D. Lgs. 8/2016 e solo nell’ottica di evitare processi penali per fatti che hanno un minimo disvalore, a diversa considerazione deve giungersi per tutti gli altri reati che hanno subìto la depenalizzazione o l’abrogazione. Diversi sono i mezzi per ridare efficienza al settore penale e non passano certo dall’eliminazione di talune figure di reato ma dall’impegno quotidiano a lavorare bene ed a rendere giustizia nel vero senso della parola, evitando, ad esempio, l’enorme massa di processi ogni giorno rinviati per notifiche irregolari. D’altra parte, se le persone offese da quelli che ora sono divenuti illeciti civili decideranno tutti o molti di adire il giudice civile, il carico di processi si riverserà sulla giustizia civile ingolfandola più di quanto oggi non sia.

fusoFrancesca Fuso

avvocato in Milano