Manipolazioni di mercato senza colpevoli – M. Sarno

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numeriborsaVuole una leggenda che Nelson Rockefeller, recandosi al lavoro nella sua sede di Wall Street, un giorno si sia fermato per la rituale lucidatura delle calzature da un lustrascarpe e che quest’ultimo abbia avviato con il magnate una conversazione sull’andamento dei titoli in Borsa, chiedendo un parere sulla bontà dei propri investimenti e rilasciando anche qualche personale opinione in merito. Ripreso il cammino, Rockefeller considerò il fatto che, se pure un umile artigiano da strada aveva investito denaro nel mercato mobiliare, quest’ultimo dovesse essere necessariamente gonfiato e non rispecchiasse i reali valori delle aziende quotate; raggiunto il suo ufficio, come prima cosa, diede ordine di vendere tutte le partecipazioni azionarie possedute le quali – comunque – avevano già realizzato guadagni consistenti, mantenendo poi ferma la liquidità generata. Pochi giorni dopo iniziò il crollo della Borsa, culminato nel martedì nero del 29 ottobre 1929 e Rockefeller si salvò, grazie ad un’intuizione, dallo scoppio della bolla speculativa.

I tempi sono cambiati, sono lontani anche quelli in cui si vedevano assembramenti di persone dinanzi ai monitor che le banche posizionavano con visibilità all’esterno per consentire ai più di seguire l’andamento delle contrattazioni e dei prezzi. E sono lontani anche i tempi nei quali, un po’ lamentandosi dell’inflazione a due cifre, gli investitori – soprattutto quelli non professionali – trovavano rifugio nei titoli dello Stato che garantivano ottime rendite: oggi il rischio è che, se si comprano dei BOT, ci si possa ritrovare con un rendimento addirittura negativo e le emissioni migliori poliennali offrono interessi miserrimi.

I risparmiatori, a questo punto, (i “risparmiatori”, che sono cosa ben diversa dagli investitori e finanzieri) per cercare di garantirsi un rendimento accettabile sono indotti a rivolgersi verso forme di impiego che, per un verso, allettano con la prospettiva di una consistente crescita del patrimonio, dall’altro espongono a rischi decisamente più elevati, sino alla perdita dell’intero capitale. Gli strumenti finanziari, tra l’altro, sono sempre più numerosi e sofisticati e non è facile orientarsi all’interno di un catalogo molto ricco, fermo restando l’obbligo degli intermediari di tracciare un profilo dell’investitore tarato sulla sua propensione al rischio e non offrire – di conseguenza – prodotti che non siano omogenei.

Tutto ciò non impedisce che, sempre con maggiore frequenza, si assista ad improvvise ed impreviste oscillazioni – anche di lungo periodo – dei corsi dei titoli azionari ed anche delle obbligazioni che, pur, dovrebbero essere meno volatili: è assodato che, in molti casi, ciò sia conseguenza degli enormi volumi di denaro che vengono riversati sul mercato (o disinvestiti) dai c.d. fondi sovrani, cioè a dire i veicoli di investimento pubblici che fanno capo direttamente ai governi delle relative Nazioni e che sono nati e si sono diffusi, principalmente, nei Paesi produttori di petrolio (non solo EAU, ma anche Norvegia) e a Singapore. La Cina detiene, invece, la maggior parte del debito pubblico degli Stati Uniti.

Non stupisce come un siffatto arsenale economico abbia il potenziale di alterare significativamente il pricing delle azioni e che ciò autorizzi un fondato retropensiero circa manovre idonee a garantire enormi guadagni – sia operando al rialzo che al ribasso – mediante interventi che costituiscono vere e proprie manipolazioni di un mercato che già sconta gli effetti della globalizzazione: nel nostro ordinamento, ma non solo, integrano un reato dalla commissione del quale possono restare vittime soprattutto quei piccoli risparmiatori, meno informati e vigili, che hanno tentato di assicurarsi una redditività maggiore dalle proprie risorse. Non bastasse il rischio, assai frequente, di finire nelle mani di promotori finanziari disonesti o di istituti di credito pronti a disfarsi dei titoli “tossici” che hanno in portafoglio con le conseguenze ben note.

La gestione di tali ingentissime risorse può dunque rivelarsi – almeno in taluni casi – illecita e criminalizzata? Una risposta positiva è possibile ma è vero che una attività investigativa volta alla verifica e le conseguenti reazioni sul piano del contrasto e della repressione non sono agevoli.

Vi è, innanzi tutto, da registrare la mancanza di tassatività dello statuto penale previsto dall’art. 185 del Testo Unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria che sanziona, tra gli altri, “gli artifizi concretamente idonei a provocare una sensibile alterazione del prezzo di strumenti finanziari”, che rende difficile – se non in via interpretativa – la puntuale individuazione delle condotte punibili. Il parziale vuoto normativo potrebbe, peraltro, colmarsi con una disciplina integrativa; quest’ultima, tuttavia, per essere efficace e deterrente dovrebbe essere ampiamente condivisa ed uniforme tra Paesi legati anche da trattati di assistenza giudiziaria. Diversamente, al potenziale manipolatore basterebbe scegliersi il mercato ove operare per eludere ricadute sul piano giudiziario e ciò sebbene la ricordata globalizzazione dei mercati determini, in dipendenza di significative alterazioni dei corsi, il cosiddetto “effetto domino”.

I problemi, peraltro, non terminerebbero qui: soccorre in prima battuta quello della intensità della vigilanza sui mercati per individuare le operazioni sospette; vi è – poi - l’esigenza di svolgere i primi accertamenti con un’attività investigativa (la CONSOB, per esempio, è meno attrezzata su questo piano della SEC) e, successivamente, quello della attribuzione della competenza ad un’Autorità Giudiziaria: che è forse il più critico di tutti.

Immaginiamo di avere una norma penale (che oggi non abbiamo) e persegua determinati illeciti sul mercato mobiliare del tipo indicato e di avere anche delle Autorità di Vigilanza con poteri di law enforcement (attualmente, anch’esse, indisponibili) e infine un Ufficio del Pubblico Ministero fortemente specializzato: ma la competenza e la giurisdizione come si individuano? Nel luogo da cui è stato dato un ordine di acquisto o di vendita o dove è stato realizzato…e dell’autore reale o presunto del reato, che ha schiacciato un tasto su un computer in un Paese lontano, probabilmente non collaborante (stiamo parlando, tra l’altro, di Fondi Sovrani) e delle indagini che proprio colà dovrebbero almeno in parte svolgersi che ne sarà mai? E’ triste a dirsi, ma la tutela penale con il suo potere dissuasivo in questo settore e nell’ampio ed impattante perimetro descritto è ancora lontana. Forse un’utopia.

sarnoManuel Sarno

avvocato in Milano

già membro della Commissione Nordio

per la riforma del codice penale