L'immigrazione in Europa: i confini tra diritti e sicurezza – L. Galantini

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migrantimareaDall’ultimo decennio del secolo scorso l’accelerazione del processo economico della globalizzazione ha determinato un aumento ininterrotto di flussi migratori verso l’Europa. Il drammatico fallimento della illusioni democratiche contenute nella stagione delle “primavere arabe” ha incrementato l’escalation dei conflitti armati, guerre civili e guerre asimmetriche che devastano l’intera cornice africana e mediorientale del Mediterraneo: ciò ovviamente ha influito sulla crescita esponenziale dei numeri del flusso di masse disperate di persone che guardano all’Europa come potenziale ancora di salvezza.

Purtroppo si palesa ad oggi l’assenza di una vincente strategia istituzionale, giuridica e pure culturale della UE di fronte a questa massa dolente di emigranti e profughi  in fuga da Stati falliti politicamente e culturalmente prima ancora che economicamente. E’ di evidenza certificata come il pilastro di sabbia della politica estera, sicurezza e difesa della UE non sappia garantire certezza del diritto, inclusione e sicurezza: le visioni incoerenti delle politiche migratorie estere dei singoli Paesi europei riconoscono la sostanziale inesistenza di una volontà politica UE che miri a tessere un’impostazione organica di cooperazione internazionale, con il risultato di costringere gli Stati a ripiegare sovente su politiche negoziali su scala bilaterale per gestire i molteplici problemi giuridici, politici, militari derivanti dal problematico fenomeno delle migrazioni.

Se questa è la cornice preoccupante del fenomeno migratorio in Europa, appare sempre più evidente che il processo di immigrazione nel Vecchio Continente, dando luogo - de facto - alla cosidetta società multietnica e, di riflesso alla società multiculturale, debba essere interpretato ed affrontato in proiezione internazionale, come un problema di politica estera dell’intera Europa, e non già un mero affare interno dei singoli Stati1. L’immigrazione è infatti “un problema” politico-istituzionale che richiama altri “problemi”, come sottolinea il sociologo Ilvo Diamanti2: problemi di convivenza o frattura religiosa, di integrazione o conflittualità culturale, di ordine pubblico e sicurezza sociale, di identità nazionale, di concorrenza sul mercato del lavoro, con evidenti connessioni sul piano degli orientamenti politici: ecco perché anche la questione della concessione della cittadinanza agli stranieri, in primis extra-comunitari, che nascono o risiedono in Italia come in Germania o Francia diviene altrettanto necessaria nell’analisi delle politiche di gestione dell’immigrazione e del fenomeno del multiculturalismo all’interno della UE.

Va da sé che il principale ostacolo al processo di integrazione sociale in Europa sorga dall’articolato blocco culturale religioso e politico di matrice islamica – a cui appartiene una enorme quota della popolazione extracomunitaria in Europa – blocco che è assai difficile assimilare a quello europeo volendosi riferire ai pilastri fondamentali giuridici-costituzionali internazionali, che riguardano i rapporti fra stato di diritto e religione, modello politico democratico e autoritarismi, religione e violenza, maggioranze e minoranze etniche e linguistiche, tutela dei diritti civili della persona senza discriminazioni di sesso e all’interno del nucleo familiare.

Appare capzioso negare l’esistenza di un oggettivo conflitto tra questi due modelli culturali ed istituzionali, in cui l’Islam si contraddistingue per un anacronistico ripiegamento su istituzioni politiche che rifiutano il confronto con la modernità, come annota uno dei più noti studiosi del mondo mediorientale, Bernard Lewis3. Ancora, appare poco lungimirante affermare l’indifferenza del fattore religioso nei processi di integrazione politica e culturale, in quanto la religione è un potentissimo fattore sociale di aggregazione, e la contrapposizione di fedi religiose è altresì sovente un preoccupante potenziale fattore di dis-integrazione sociale. La globalizzazione ha offerto alla cultura islamica una opportunità per amplificare la propria visione della società civile, ed al contempo un’occasione per “attaccare” la società occidentale, rifiutando di condividere il modello dello stato di diritto, che è fondato sulla centralità delle libertà della persona umana in nome della purezza delle proprie tradizioni in cui Stato, società civile e fede religiosa sono unificati dalla legge coranica.

Alla luce di queste premesse possiamo individuare tre questioni nodali da affrontare per gestire il tema dell’immigrazione in Europa: l’azione di controllo e proiezione internazionale per prevenire e contenere l’immigrazione, l’azione di inserimento nel mondo economico-sociale delle persone immigrate ed infine gli effetti sulla stabilità, l’identità valoriale, religiosa, culturale e politica europea determinati dal cocktail etnico confessionale del fenomeno migratorio.

La prevenzione e la repressione dei flussi migratori incontrollati – specificamente qualificati dalla normativa UE come illegali – è stata per decenni la priorità delle politiche migratorie dell’Unione europea. Tale azione ha risposto per lungo tempo esclusivamente alle necessità strategiche prioritarie di prevenire l’ingresso del migrante illegale, al fine di limitare al massimo le tensioni sociali derivanti dalla presenza di persone prive di adeguati mezzi di inserimento nella società civile, garantire nella misura più ampia possibile l’ordine e la sicurezza pubblica, eliminare i costi e le pesanti complicazioni delle procedure di allontanamento delle persone immigrate clandestinamente. Questo tipo di approccio, gestito attraverso l’Agenzia europea per la gestione delle frontiere esterne degli Stati membri della UE – Frontex – ispirato prevalentemente ad esigenze di sicurezza interna, ha però nel tempo mostrato evidenti limiti strutturali, in quanto non in grado di sviluppare politiche di cooperazione e prevenzione coinvolgendo direttamente i Paesi terzi, rivieraschi del Mediterraneo, da cui provengono ad oggi in prevalenza le masse di cittadini migranti4.

Alla necessità di arginare e selezionare i flussi migratori per ovvie ragioni di armonioso sviluppo economico, sociale e di sicurezza interna, si è aggiunta la consapevolezza della necessità di procedure politiche di cooperazione integrando differenti livelli di governance interna da parte dei singoli Stati europei, al fine di responsabilizzare le autorità istituzionali dei Paesi extra-UE di provenienza del fenomeno migratorio, e di programmare con equilibrio le potenzialità di assorbimento di massicci esodi di popolazioni all’interno delle frontiere di Schengen. Questa considerazione sulla necessità di affrontare a monte – nei Paesi di origine – l’esodo migratorio non deve apparire capziosamente strumentale o peggio frutto di ingenuo candore.

In Italia recentemente differenti autorevoli opinion-makers hanno non casualmente manifestato il loro convincimento in tal senso: il politologo liberal Galli Della Loggia ha recentemente riconosciuto che la nostra cultura e classe politica ha una visione utopica – frutto di un inadeguato retaggio veteroilluminista - della comunità civile, in quanto ignora i fattori identitari culturali che distinguono ogni esperienza politica. Non è possibile pensare – sostiene Galli Della Loggia – che possano convivere sotto il medesimo tetto di una comune società politica persone e popoli portatori di contrastanti se non conflittuali ideali e valori culturali. La conseguenza è che sia necessario saper porre con strategica lungimiranza dei precisi limiti al fenomeno migratorio: non è sufficiente cancellare con un tratto di penna le frontiere per eliminare secoli di storia.

Questa ragionevolissima finalità strategica di cooperazione e sviluppo in loco, nei Paesi stessi ove sorge il problema migratorio, era già descritta con chiarezza nella Enciclica sociale “Caritas in veritate” di Benedetto XVI, laddove si raccomanda all’attenzione dei governanti i doveri delle società di partenza degli emigrati, la necessità di non svuotare di risorse e di energie che sarebbero utili e necessarie nel Paese di origine evitando drammatici esodi e sradicamenti culturali. Va sempre posta attenzione al «miglioramento delle situazioni di vita delle persone concrete di una certa regione, affinché possano assolvere a quei doveri che attualmente l’indigenza non consente loro di onorare: anzitutto dove sono nate, e senza essere costrette o indotte all’emigrazione” (n. 47 Caritas in Veritat, ndr). In occasione del viaggio del 2008 negli Stati Uniti Benedetto XVI aveva precisato: «La soluzione fondamentale è che non ci sia più bisogno di emigrare, perché ci sono in Patria posti di lavoro sufficienti, un tessuto sociale sufficiente, così che nessuno abbia più bisogno di emigrare. Quindi, dobbiamo lavorare tutti per questo obiettivo, per uno sviluppo sociale che consenta di offrire ai cittadini lavoro ed un futuro nella terra d’origine» (Intervista concessa dal Santo Padre ai giornalisti durante il volo diretto negli Stati Uniti d’America, 15 aprile 2008).

Questo passaggio alla concertazione negoziale ed a trattati bilaterali – mirata a coinvolgere in sede istituzionale diplomatica il più ampio numero di Paesi “serbatoi” della immigrazione illegale - ha di fatto avviato la “proiezione internazionale” della politica migratoria comune della UE, inducendo gli studiosi a parlare – troppo ottimisticamente – di politica estera migratoria dell’Unione europea. Purtroppo l’avvio della politica estera migratoria della UE ha evidenziato da subito la potenziale inaffidabilità degli accordi pattizi a causa del grave gap democratico dei poteri sovrani e dei governi degli Stati terzi coinvolti. L’intera fascia dell’Africa del nord e del Medio Oriente è de facto costituita da Stati in cui la religione islamica è fonte di diritto primaria o comunque tra le fonti primarie del diritto pubblico e civile dei medesimi, che informa dunque le principali manifestazioni della vita sociale delle comunità nazionali, ed in cui la forma giuridica statuale prevalente non è tanto la democrazia quanto piuttosto un’articolato ventaglio di autocrazie, regimi autoritari violenti e dittature che, secondo l’analisi di Schulze5, denotano la patologica incapacità delle élite arabe ed africane di gestire il processo di apertura culturale alla globalizzazione armonizzando la promozione e integrazione sociale dei propri cittadini.

Il secondo punto della ricostruzione storica delle politiche migratorie adottate dal Continente europeo, ovvero l’azione di inserimento nella realtà politico-istituzionale ed economico-sociale dei singoli Paesi della UE, presenta un quadro altrettanto disomogeneo, a tessere di mosaico, in cui si riflette ulteriormente la priorità decisiva dei fattori economici, demografici, culturali nazionali rispetto ad una concertazione normativa armoniosa nella disciplina del fenomenoVi è il blocco dei Paesi mediterranei, Italia, Spagna, Grecia, che, ad oggi, non ha ancora elaborato un piano organico di lungo periodo per la regolamentazione dei meccanismi di ingresso legale, e per questo motivo sconta il frequente ricorso a regolarizzazioni di massa, che certamente non favoriscono un approccio serio al problema, in grado di garantire la consapevole assunzione di obblighi e vincoli per le controparti.

Le famigerate “sanatorie” adottate dai governi italiani fino a pochissimo tempo fa sono state la causa della stabilizzazione sul territorio nazionale di milioni di stranieri non in grado di garantirsi stabilità lavorativa ed economica di medio-lungo periodo, e dunque facilmente inclini a ripiegare sulle attività criminali con un conseguente aumento del tasso di conflittualità nel tessuto sociale cagionato dalla mancanza dei presupposti per una armonica integrazione. I dati del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria presso il Ministero di Giustizia italiano indicano in una percentuale abnorme il numero dei cittadini extracomunitari detenuti o sottoposti a misure restrittive della libertà nella carceri nazionali. Circa il 38% della popolazione carceraria è costituita da extracomunitari, a fronte di una popolazione straniera legittimamente residente sul territorio nazionale pari all’8 %.6 E’ evidente la grave sproporzione tra autori di condotte illecite di provenienza extracomunitaria rispetto al numero dei residenti stranieri in Italia: ciò è un dato empirico che dimostra inequivocabilmente come ogni politica di gestione dell’immigrazione che non sappia imporre un attento dosaggio e filtro, quantitativo e qualitativo, dei flussi migratori sia destinata inequivocabilmente ad incrementare la conflittualità sociale interna dello Stato.

Vi è poi il blocco anglosassone, in cui la formula del cosidetto melting-pot, caratterizzato da una sperimentazione vivace del modello multiculturale - pensato negli anni ’60 per garantire ampia autonomia organizzativa ai gruppi etnici e linguistici appartenenti ai Dominions britannici e poi ai Paesi del Commonwealth nella cornice della legge inglese, la Common Law – e trasferito oggi alle rivendicazioni in tema di libertà religiosa e giuridica della numerosa comunità islamica, ha creato una pericolosa breccia nella certezza della Rule of Law britannica. La parola “multiculturalismo” nasce per la precisione in Canada negli anni ‘60 come evoluzione di “biculturalismo”, istituto giuridico creato per garantire alla comunità francofona della Provincia del Quebec di mantenere la sua lingua e le sue tradizioni in seno ad un Paese membro del sistema politico-istituzionale britannico del Commonwealth. Tale esperimento di integrazione tra differenti culture, quella britannica e quella francese ha avuto positivo riscontro dall’Ottocento ad oggi perché ai canadesi divisi dalla lingua è stata offerta quella che il sociologo Introvigne definisce una «narrativa comune», un patrimonio comune o piattaforma di valori culturali, giuridici, di simboli e di riferimenti che sottendono ai valori costituzionali di ogni Stato inteso come ordinamento giuridico per eccellenza, costituito cioè e comunque in primis da un solo popolo, da un unico territorio e da un potere sovrano centrale condiviso e riconosciuto.

In Gran Bretagna il modello del multiculturalismo si è sviluppato dopo il 1968 e si è tradotto in politiche amministrative assistenziali con concessione di sussidi e ampia autonomia amministrativa per i vari gruppi etnici nigeriani, caraibici, indiani, pakistani. I problemi sono divampati quando le rivendicazione di autonomia amministrativa organizzativa a livello locale sono state avanzata dalle numerose comunità musulmane provenienti dalle ex colonie dell’Impero britannico, che, indipendentemente dalla distinta origine etnica, territoriale, linguistica, culturale si identificano nel legame in un’unica comunità religiosa, di popolo e di Stato che è la Umma, modello per un’autentica vita islamica di società solidale secondo gli Statuti proclamati da Maometto nel 623 alla Medina7 Infatti le comunità islamiche - che identificano sostanzialmente la legge religiosa, la shari’a, con quella civile - hanno sovente avanzato la pretesa di disapplicare la legge britannica a favore della shari’a, con la conseguenza dell’apertura istituzionale a gravissime forme di discriminazione in materia di diritti fondamentali della persona.

La Gran Bretagna infatti riconosce ufficialmente la legge islamica dal 2008: i giudizi degli arbitrati disciplinati dalla shari’a sono già oggi validi e recepiti dalla magistratura del Regno Unito. A permettere l’introduzione della legge islamica in Gran Bretagna è una norma inglese del 1996, il British Arbitration Act, che regolamenta i cosiddetti tribunali d'arbitrato, quelli in cui le parti, di comune accordo, decidono di affidare la soluzione di una controversia giudiziaria a un terzo, il cosiddetto arbitro. La sentenza arbitrale fa stato avanti i tribunali di Contea e l’Alta Corte, in materia di diritti civili, dalle separazioni alla violenza domestica, alla disciplina delle locazioni e dei rapporti di lavoro, alle successioni patrimoniali.

Un terzo blocco di Stati infine, assai più conservatore di quanto possa apparire è dato dal motore franco-tedesco dell’Europa. In Francia la legislazione repubblicana laicista mira a garantire un’assoluta indifferenza dello Stato nei confronti del fattore religioso, ed in realtà ha determinato nel tempo una forma di integralismo secolarista – la cosidetta “repubblicanizzazione dei valori” – che, negando ogni valenza sociale alla dimensione religiosa, etnica e culturale di provenienza non ha assolutamente garantito l’integrazione della più grande comunità islamica d’Europa. Prova ne sia che i cittadini francesi di fede islamica, oramai giunti alla terza generazione in quanto provenienti dalle ex-colonie maghrebine siano stati comunque “contagiati” profondamente da fenomeni conflittuali di matrice culturale religiosa come il radicalismo islamico che è alla radice delle periodiche rivolte nelle banlieues francesi come delle più criminali operazioni di terrorismo su vasta scala perpetrate a Parigi.

Da questo affresco complesso sorge la riflessione sull’ultimo quadro del problema dell’immigrazione e della società multiculturale: quali effetti può produrre sull’assetto politico-costituzionale dei Paesi dell’Europa – dato dal patrimonio comune identitario di valori giuridici, convinzioni morali, norme di condotta – la prospettiva di un melting-pot generato da una incontrollata caotica ondata migratoria? Va da sé che la ricchezza del’Europa consiste nella varietà delle sue identità e nella molteplicità delle sue lingue e delle sue culture8, ma sul presupposto plurisecolare di un ubi consistam; nel riconoscimento reciproco ed identitario in una narrativa comune data dalla piattaforma valoriale dello stato di diritto e del modello politico democratico. Annota il Premio Nobel Douglas North che il sistema regolatore della vita quotidiana è in gran parte costituito da codici morali, norme di comportamento, e convenzioni che sostengono, giustificano e sopravanzano le regole formali delle scelte dei rapporti sociali. Tali vincoli, afferma North, derivano da quella eredità comune formata in una condivisa memoria storica che si chiama cultura9.

Il momento topico del fenomeno dell’immigrazione in Europa diverrà sempre più la questione della cittadinanza, in quanto istituto che sancisce normativamente, la piena integrazione sociale, giuridica, politica del soggetto straniero nello Stato ospite. Questo punto apre un'altra imponente finestra, in quanto introduce il concetto di popolo, che è politico prima che giuridico, a base identitaria, linguistica, culturale, etnica e religiosa. I diritti sono sempre riconducibili ad un popolo, e questo ad un territorio, e dunque ogni ipotesi di ridefinizione della cittadinanza nell’ottica di un allargamento della società europea a migranti di differente cultura, fede e tradizioni non si risolve semplicisticamente con l’abbreviazione del periodo di permanenza sul territorio del cittadino extracomunitario, ma richiede una congegnata riflessione costituzionale e proposta culturale che sappia considerare adeguatamente i valori comuni identitari di nazione, popolo, lingua e religione su cui riposa l’armoniosa convivenza civile. Le scelte politiche e culturali a favore dell’accorciamento dei tempi per l’acquisizione della cittadinanza a favore dei cittadini extracomunitari non sono in sé sufficienti ad eliminare i fattori di conflittualità sociale, anzi, possono ottenere effetti contrari.

E’ stato opportunamente evidenziato che non si tratta più di gruppi di fuggiaschi isolati, ma del riversarsi di due subcontinenti poverissimi sull’Europa. I paesi europei si sono fatti trovare politicamente impreparati e, soprattutto, in nome del principio di accoglienza gratuita e pacifica, non hanno saputo neanche per un istante imporre una guida, un freno o un orientamento al fluviale fenomeno. La generosità, sommata alla cattiva coscienza, ha prodotto come risultato un’ospitalità indifferenziata e disordinata a questa inondazione: assorbirla nel mercato europeo del lavoro sarà un’impresa difficilissima, aggravata dal fatto che i cittadini europei temono di perdere il lavoro, già scarso, a vantaggio dei nuovi arrivati10. Si creeranno quindi vaste sacche di persone che dovranno vivere del sostegno offerto dal denaro pubblico. È ragionevole che nasca in Europa un nuovo vasto proletariato incolto e aggressivo, come quello delle banlieues parigine.

La osservazione non è peregrina né provocatoria: infatti alcuni tra i principali studiosi di relazioni internazionali e delle istituzioni politiche, da R. Robertson a Susan Strange, sostenitori della teoria del declino della sovranità degli Stati nazionali successivamente al crollo del totalitarismo comunista e della formazione di una “società globale”, transanzionale ed immune da connotazioni territoriali si sono ricreduti in quest’avvio di millennio, riconoscendo la profonda valenza delle identità culturali e territoriali come fattori di stabilità ed inclusione sociale.

Una considerazione s’impone. La realizzazione di società multiculturali è sempre un fenomeno estremamente complicato che impone la necessità di predisporre una piattaforma giuridica-legislativa di definizione rigorosa e condivisa di quali siano i diritti fondamentali della persona. Ciò perché in differenti contesti culturali non vi è ad oggi omogeneo riconoscimento degli stessi: lo stesso Premio Nobel Amartya Sen si è espresso in tal senso, paventando i tremendi rischi di una società “liquida” priva di riferimenti identitari ed in balia della conflittualità permanente.

galantiniLuca Galantini

professore aggregato di storia del diritto medievale e moderno

Università Europea di Roma

docente di regimi internazionali

Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali - Milano


BIBLIOGRAFIA

1 P.Rosa, Sociologia politica delle scelte internazionali, Laterza, Bari, 2006, pag.5

2 I.Diamanti-F.Bordignon, Immigrazione e cittadinanza in Europa,in Quaderni FNE, 2005, N.21,pag.2

3 B.Lewis, La crisi dell’Islam, Mondadori, Milano,2004,pag.103 segg.

4 Commissione Europea, Toward a Common Immigration Policy, Bruxelles, 5.12.2007, pag.3

5 R.Schulze, Il mondo islamico nel XX secolo, Feltrinelli, Milano, 2004,pag.339 segg.

6 Istituto italiano di Statistica-ISTAT,sito www.demo.istat.it, sezioni “popolazione residente” e “cittadini stranieri”

7 A.T.Khoury, I fondamenti dell’Islam, op.cit., pag.27

8 R.de Mattei, La sovranità necessaria, Il Minotauro, Roma, 2001, pagg.164 segg.

9 D.North, Istituzioni, cambiamento istituzionale,cambiamento dell’economia, Il Mulino, Bologna, 1994, pagg.63 segg.

10 R. Simone, La Terza Ondata. L'immigrazione può dissolvere l'Europa? In http://eutopiamagazine.eu/it/node/977