Milano, capitale della cultura dei servizi - S. Cordero di Montezemolo

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personebusinessNella realtà contemporanea, tutte le attività – private e pubbliche, con finalità di mercato e con finalità sociali – devono soddisfare il principio di competitività in un contesto in cui la competizione si esprime e si misura a livello globale ma si realizza e si organizza in ambiti macroterritoriali la cui capacità competitiva dipende dalla qualità e dal grado di collaborazione e di integrazione delle risorse, delle competenze e delle funzioni che li formano.

In questi termini, si deve ribadire che per competere nel contesto internazionale, Milano deve essere in grado di affermare un posizionamento competitivo che sia in grado di valorizzare e sviluppare la qualità, quantità e distintività delle sue conoscenze e competenze che possono dare al suo territorio una condizione di superiorità rispetto ad altri contesti territoriali con cui intende misurarsi. D’altra parte, il posizionamento competitivo risponde al riconoscimento del fatto, ormai ineludibile, che le risorse sono scarse e devono essere allocate nelle attività dove si è capaci di creare il maggiore valore nel rispetto degli obiettivi perseguiti. Questo è ancora più fondato quando ci si confronta con la tematica dei servizi che richiedono, per la loro natura, un approccio più razionale e funzionale.

La frontiera di sviluppo per Milano è certamente quella di essere leader e avanguardia nella fornitura dei servizi pubblici moderni e aderenti alle mutate istanze dei cittadini, nell’incentivazione e crescita dei servizi privati di mercato per come si stanno affermando nelle aree economiche più avanzate e innovative. Per questo, Milano deve proporsi come missione istituzionale (per la parte pubblica) e sociale (per la parte civica e privata) di essere la capitale della cultura del servizio, intesa come la capacità di tutti i soggetti produttori di attività di avere una costante e sistematica attenzione e rispondenza ai bisogni, alle necessità, alle istanze dei clienti, degli utenti e dei committenti. La cultura del servizio deve essere uno dei tratti distintivi di una positiva e costruttiva azione di governo cittadino per essere coerente con i fondamenti della cultura ambrosiana che ha sempre posto al centro il valore dell’altruismo che ha consentito a Milano, nei secoli, di coniugare la modernità, la competitività, la crescita e l’innovazione con l’integrazione coesiva, la solidarietà attiva, la cooperazione civica e la sostenibilità produttiva.

D’altra parte, la capacità di servizio è diventata nel corso del tempo la funzione strategica delle stesse attività imprenditoriali. La capacità e la qualità di servizio è quella che contribuisce in via primaria alla determinazione del valore economico e del vantaggio competitivo delle attività di mercato. In effetti, la qualità l’utilità e la funzionalità del servizio richiedono competenze e conoscenze organizzative e cognitive distintive che sono meno imitabili e replicabili di quelle legate alle componenti tecniche e materiali della produzione.

Pertanto, la cultura e la logica di servizio devono diventare il paradigma dell’azione legislativa e amministrativa delle istituzioni pubbliche affinché queste possano contribuire positivamente alla competitività dei sistemi socioeconomici che governano. Inoltre, la cultura e la logica del servizio sono le condizioni necessarie per superare la crisi epocale e strutturale di fiducia tra i cittadini e le istituzioni pubbliche. E’ la cultura e la logica del servizio che potranno ricostruire una relazione positiva e costruttiva in cui i cittadini potranno sentire che istituzioni pubbliche, al di là delle differenze di impostazione ideale e programmatica sono orientare a rispondere alle loro istanze e necessità. La grande sfida è fare in modo che la funzione pubblica non sia un ostacolo ma sia, da un lato un supporto per ciò che i singoli non possono fare individualmente e, dall’altro lato, sia un vincolo che stimoli e determini una crescita di qualità ma dentro a un contesto e uno schema di competitività.

La cultura e la logica del servizio richiede un’elevata conoscenza e competenza e per questo bisogna investire su processi di formazione continua e bisogna uscire dal qualunquismo della critica agli stipendi elevati ed entrare invece in quello della qualità, della capacità, della professionalità. Nel pubblico i costi sono alti perché ci sono troppe persone che lavorano poco e male. Anche in questo ambito bisogna selezionare e concentrare per creare strutture qualificate, motivate, remunerate e valutate per la qualità e la quantità delle attività prodotte.

Sul primo punto, la formazione continua trova in Milano la sua naturale sede per l’esistenza di 8 centri accademici che fanno di questa città un’eccellenza internazionale per qualità e varietà del patrimonio di conoscenze e di attività di ricerca anche se, nel rispetto delle istanze di globalità e complessità della realtà contemporanea, sarebbe fondamentale favorire nuove modalità di conoscenza più interdisciplinare, soprattutto nei percorsi formativi post-laurea/ specialistici/professionalizzanti. Questo, ovviamente, comporta una trasformazione dei modelli di organizzazione, remunerazione e incentivazione dei dirigenti e dipendenti della pubblica amministrazione per collegarli a parametri di effettiva produttività che possono superare la condizione attuale per cui, come dimostrato da numerose ricerche, i dipendenti pubblici del Nord Italia hanno una remunerazione reale e disponibile largamente inferiore di quella dei loro colleghi del Sud Italia.

A questa premessa culturale e ideale è necessario aggiungere alcune indicazioni di ordine generale in merito agli obiettivi politici che tengono conto dello stato dell’arte e delle logiche di governo che sanno coniugare i valori fondanti di libertà, qualità, capacità, competitività, responsabilità, identità e altruità che devono guidare l’azione di governo di una moderna formazione di centrodestra nel rispetto delle moderne sfide di cambiamento e dei tratti culturali proprie e distintivi di Milano e del suo territorio metropolitano.

Alcuni studi comparativi indicano in modo sistematico che il nostro paese è caratterizzato da una scarsa coerenza tra entrate fiscali, spesa pubblica e qualità dei servizi pubblici, con effetti negativi sulla competitività delle imprese e sui processi di crescita economica. Tra i 28 paesi dell’Unione europea l’Italia è al 7° posto per spesa pubblica corrente primaria sul Pil, sul fronte della pressione fiscale persiste – nonostante il recente miglioramento – uno spread con l’Eurozona di 1,6 punti di Pil mentre il nostro Paese precipita al 25° posto per la qualità percepita dei servizi pubblici, davanti solo a Grecia, Cipro e Repubblica ceca. 
Secondo l’ultima rilevazione Eurobarometro standard, il 47% degli italiani ha una percezione negativa dei servizi pubblici, quasi venti punti superiore al 28% della media Ue a 28, ed è di gran lunga lontana da quella dei cittadini dei maggiori Paesi dell’Unione europea. 
In Francia la spesa pubblica primaria corrente è pari al 50,2% del Pil (42,4% in Italia) ma la percezione negativa dell’offerta di servizi pubblici è del 27%. In Germania la spesa pubblica in Germania scende al 39,8% del Pil e la percezione negativa dell’offerta dei servizi pubblici è del 23%. Nel Regno Unito la spesa scende al 36,3% del Pil e la quota di giudizi negativi sui servizi pubblici è del 23%. In Spagna, dove la spesa corrente primaria è del 36,5% le valutazioni negative scendono al 16%.

Il mix di alta spesa pubblica e bassa qualità dell’offerta dei servizi pubblici richiede una focalizzazione sulle politiche di revisione della spesa finalizzandole ad una riqualificazione, con la riduzione degli sprechi ed aumento degli standard di efficienza sia a livello dell’Amministrazione pubblica centrali che di quella locale. Questi dati indicano, altresì, che la via per superare la disfunzionalità dei servizi pubblici è quella di esternalizzare alcune delle funzioni che lo Stato pretende di fare in prima persona e di trasferire le attività a soggetti esterni più efficaci e efficienti che hanno le competenze e i modelli organizzativi adeguati per corrispondere i servizi in linea con le attese dei cittadini.

Di conseguenza, è fondamentale avviare un’azione che, da un lato, realizzi una revisione strutturale del sistema di servizi per valutare la loro qualità, funzionalità e produttività e, dall’altro lato, analizzi, promuova e registri il sistema di attività del “terzo settore” per coinvolgerlo sempre più nel sistema di erogazione dei servizi pubblici in forma sostitutiva o integrativa. Milano deve essere capace di creare un’ “industria del terzo settore” secondo una visione della sussidiarietà che deve essere propria di una proposta politica di centro destra liberale e tradizionale che ponga al centro il valore della persona e della capacità auto-organizzativa della società.
La cultura produttiva, responsabile e filantropica dei milanesi può essere l’humus ideale per creare un contesto utile alla formazione di entità qualificate e strutturate nelle attività del terzo settore. Milano può dare vita a un progetto di “venture capital” dedicato ad attività no profit che producono servizi qualificati e avanzati nei settori dove tradizionalmente opera la pubblica amministrazione.

Inoltre, Milano deve essere anche capace di creare un contesto favorevole allo sviluppo dei servizi prodotti dalle nuove professionalità secondo i dettami della legge 4/2013 che ha definito un sistema duale delle professioni: ordinistiche e associative. Queste professioni riguardano un mondo formato da circa 3 milioni di soggetti che svolgono attività innovative e fondamentali per la qualità e la modernità della nostra società.

Milano e la Lombardia rappresentano la parte meridionale dell’area macroregionale europea più ricca e avanzata che comprende in modo organico e unitario, a nord i laender tedeschi dell’Assia, della Baviera e del Baden-Wuttenberg, a est la Repubblica ceca e il Titolo italiano e austriaco, a ovest la Svizzera. E questa condizione è determinata dal fatto che Milano e la Lombardia sono il fulcro di un complessivo sistema economico che unisce tutta la parte settentrionale dell’Italia che rappresenta uno degli esempi più avanzati di aree produttive integrate. In questa area produttiva integrata Milano si è conquistata la posizione di “hub” del sistema di servizi funzionali alle attività di gestione ordinaria e straordinaria delle attività produttive di tutto il Nord Italia.

Tuttavia, in un contesto sempre più globale e allargato, Milano – per mantenere la sua leadership economica e per riconquistare un ruolo istituzionale più forte dopo gli ultimi due decenni – deve investire ulteriormente per consolidare, innovare e sviluppare questa posizione di leadership e, se possibile, allargare il suo raggio di azione e di attrazione su un contesto geografico e culturale più ampio di quello attuale. Milano – anche dopo il recente Expo e per fare in modo che i suoi effetti positivi possano andare oltre i modesti e negativi risultati economici per come si potrà verificare - può candidarsi a diventare un riferimento per la produzione di servizi funzionali allo sviluppo dei paesi emergenti dell’Africa, dell’Asia e anche del Sud America con cui l’Italia e la sua parte più avanzata possono costruire una posizione altamente competitiva in differenziazione con altri paesi che hanno avuto in passato ruoli colonizzatori (Francia e Gran Bretagna) o che si propongono di averne al tempo attuale e futuro (Stati e Uniti e Cina).

L’Italia, per la sua cultura e i suoi tratti umanistici e missionari affermati in secoli di presenza in quei territori, è percepita da questi paesi con un passato di dominazione straniera prima e poi di disgregazione e contrapposizione sociale come un partner potenziale non invasivo ma più collaborativo. E, tuttavia, l’Italia – nella sua dimensione di governo nazionale e “romana” – ha perso nel tempo capacità di relazioni internazionali e non è riuscita a conquistare una propria posizione di leadership in contesti economici emergenti e che hanno avuto maggiore interscambio culturale e sociale con il mondo occidentale e cristiano. L’Italia, al di fuori delle relazioni atlantiche e europee, ha quasi solo cercato di avere rapporti internazionali nell’ambito mediterraneo e medio orientale anche con le conseguenze critiche che stiamo percependo e vivendo al tempo presente.

In questo senso, le due grandi amministrazioni pubbliche del territorio – il Comune di Milano e la Regione Lombardia – possono sviluppare una strategia di posizionamento che favorisca lo sviluppo di attività di servizio in questi ambiti internazionali con logiche di partenariato che non siano più semplici processi di interscambio, spesso tattici e contingenti, ma bensì siano fondati su iniziative strutturali, continuative e pervasive che rispondano anche a una visione ideale dei rapporti che il mondo avanzato vuole avere con queste aree territoriali, invertendo il processo di mera immigrazione che rischia di destabilizzare il nostro mondo e non aiutare il loro mondo.

Accanto a questo, Milano deve proporsi – anche utilizzando e valorizzando gli spazi di Expo o altri esistenti nel centro della città – di essere un centro internazionale di studio e di confronto sulle “best practice” della pubblica amministrazione che possono essere diffuse e utilizzate nel nostro contesto e in altre realtà a vantaggio della complessivo sviluppo e del migliore funzionamento delle istituzioni e strutture pubbliche.

Così come la Fiera di Milano, oltre alle attività espositive in cui deve affermare una leadership anche in competizione con tutte le realtà locali inadeguate alla competizione internazionale, deve diventare un polo di servizi per le PMI che devono competere sui mercati globali. Questo può consentire di creare una positiva sinergia tra le attività fieristiche tradizionali e quelle più innovative legate alle funzioni gestionali che le singole imprese non riescono a realizzare e incorporare.

Ultimo ma non per ultimo di queste considerazioni e indicazioni generali riguarda un fenomeno ancora in larga parte sottovalutato dall’analisi politica e economica: la sistematica innovazione e evoluzione della digitalizzazione sta determinando una trasformazione radicale nelle logiche di produzione di alcune tipologie di servizi, tra cui quelli che riguardano i rapporti tra i cittadini e le amministrazioni pubbliche. Queste nuove modalità comportano maggiori gradi di autonomia nella fruizione e, in alcuni casi, ci si confronta con fenomeni di autoproduzione che permette una maggiore rispondenza alle specifiche esigenze dell’utenza, di minore dipendenza dalle strutture pubbliche e di maggiore produttività e tempestività. Inoltre, la tecnologia può e deve favorire la “vera” semplificazione. Milano deve diventare il motore di una rivoluzione che parte dal basso e che è capace di abbattere tutti i “lacci e lacciuoli” della burontocrazia che rendono difficile fare impresa e attività economiche. Milano deve sviluppare iniziative di liberalizzazione che attraggano le imprese, i professionisti e gli operatori economici perché sentono che Milano è in grado di sostenerli e facilitarli.

Questa condizione può e deve migliorare il rapporto tra cittadini e istituzioni e, pertanto, è necessario investire fortemente nelle funzioni, nelle strutture e nelle risorse tecnologiche che sono capaci di determinare la crescita delle condizioni di libertà, di utilità, di funzionalità e di produttività nella erogazione dei servizi pubblici e nella soddisfazione dei cittadini.

D’altra parte, e questo deve essere un “must” di un programma che sia veramente finalizzato a sostenere le opportunità e possibilità di sviluppo, le soluzioni tecnologiche funzionali a migliorare e/o ristrutturare le logiche di servizio tra amministrazioni pubbliche e cittadini devono essere orientate verso iniziative imprenditoriali domestiche in modo da contribuire al rinnovamento e alla crescita imprenditoriale locale e nazionale. In altri termini, la digitalizzazione, innovazione e qualificazione dei servizi pubblici deve essere anche una grande opportunità di sviluppo imprenditoriale con cui far nascere nuove imprese o far crescere imprese con elevate competenze ma con minori dotazioni organizzative e finanziarie rispetto a concorrenti esteri. 

corderoStefano Cordero di Montezemolo

economista d'impresa

presidente comitato scientifico Colap