Milano, il comune al servizio dello sviluppo - L. Antonini

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comuneserviziSocietà partecipate: una soluzione per ridurle davvero

Il Governo Renzi ha prodotto un diluvio di norme sulle società partecipate e da ultimo se ne occupa anche la legge Madia di riforma della P.A. Sono tutte norme inefficaci e di bandiera, inutili a combattere il fenomeno della proliferazione di queste società che, come dimostrano i dati, si mantiene imperterrito in vita.

Si propone invece, per il Comune di Milano di mettere in campo l’unica arma efficace: un’arma tedesca perché è costruita sul modello delle norme presenti nei vari Länder che garantiscono le condizioni della c.d. “sussidiarietà rinforzata”: per mantenere o costituire una società partecipata occorrerà dimostrare che questa possa svolgere il servizio in condizioni di maggior efficacia, economicità, efficienza, rispetto al privato. E’ una novità radicale, che mette fine ai “poltronifici” e alla concorrenza sleale che in tanti settori le società partecipate, finanziate con fondi pubblici, realizzano vero le imprese private.

In questa impostazione, in cui pubblico e privato tendono alla complementarietà, più che essere antagonisti, la gestione di un servizio da parte del Comune potrà giustificarsi solo se si dimostra che il mercato e le regole della libera concorrenza non sono idonee a fornire una determinata prestazione con le caratteristiche richieste dall’Amministrazione.

Più precisamente, il Comune potrà mantenere una partecipata solo nel caso in cui lo svolgimento del servizio in regime di concorrenza non sia in grado di assicurare la regolarità, la continuità, l’accessibilità, l’economicità e la qualità dell’erogazione del servizio.

Ad esempio, siamo sicuri che abbiano senso la Società per l'impianto e l'esercizio dei Mercati Azionari all'ingrosso (So.Ge.Mi.) S.p.A? o la Milano Sport S.p.A.? O Milano Ristorazione S.p.A.?

Dirigenti e dipendenti comunali: facciamoli valutare dai cittadini utenti

Il Governo Renzi ha approvato la delega per riforma della PA. In questa legge fatta di centinaia di articoli e commi, nulla si dice riguardo alla valutazione dei dipendenti pubblici sulla base del giudizio degli utenti dei servizi.

E’ la solita retorica: gattopardescamente si fa finta di cambiare tutto, per poi non cambiare niente. Alla fine conteranno le valutazioni dei dirigenti, dei politici, ma mai quelle degli utenti dei servizi, così i premi di fine anno verranno sempre e solamente assegnati a pioggia, se non addirittura sulla base di una auto valutazione.

In questo settore ci vuole una svolta seria. Ha sempre contato la voce dei sindacati o quella della politica, mai quella degli utenti del servizio. Bisogna dare peso a questa voce. L’erogazione della retribuzione accessoria deve subordinata a risultati oggettivamente misurabili e misurati e in particolare al gradimento espresso dagli utenti dei servizi, rilevato attraverso specifiche indagini. Proviamo ad immaginare un dirigente o un dipendente comunale che viene valutato in base a quanto esprime, compilando un apposito questionario da depositare all’uscita dell’ufficio comunale, l’utente del servizio.

Ci sono dirigenti e dipendenti comunali che bloccano sistematicamente ogni iniziativa; o che le rallentano con tempi biblici. Come cambierebbe l’amministrazione comunale se si desse voce al giudizio degli utenti dei servizi? Non si attuerebbe uno stile di funzionamento e di rapporto con l’utenza improntato a prontezza, chiarezza e soddisfazione dell’utente?

Fiscalità locale: tornare a un fisco amico delle imprese

Oggi il Comune di Milano applica le aliquote massime per le imposte locali. L’addizionale Irpef è all’aliquota massima dello 0,8%, con una esenzione per i redditi fino a € 21.000,00. Sulle seconde case e sugli immobili a uso produttivo applica l’aliquota massima dell’1,06% e solo per le imprese costituite dopo il 1° gennaio 2013 quella ridotta dello 0,76%. Ma c’è un fatto. L’Imu per cui esercita una impresa o una professione ormai è di un importo quasi pari a quello dell’affitto.

Non era questo lo scopo per cui era nata con il d. lgs. n. 23/2011, dove si prevedeva che i Comuni potessero dimezzarla per incrementare la produttività dei loro territori. E’ solo con la furia fiscale impazzata dal Governo Monti in poi che si è diventati tanto ciechi da non accorgersi che in questo modo si ostacolano l’attività produttiva e la possibilità di agganciare la fragile ripresa che si sta affacciando in Europa. Ci sono imprese che hanno ordini e potrebbero espandersi ma non lo fanno perché il peso dell’Imu è troppo altro.

Bisogna uscire da questa cecità: l’Imu sugli immobili in proprietà o in uso a artigiani, commercianti, i e, più in generale, dei titolari delle cosiddette piccole imprese, anche di servizi, verrà, per tutti ridotta allo 0,76%.

E’ una misura che sostanzialmente si paga da sola, perché se cresce il PIL comunale crescono anche le entrate del Comune. E’ miope non capirlo. 


antoniniLuca Antonini

professore ordinario di diritto costituzionale

Università di Padova