Il riassetto della nuova Milano - C. Fazzini

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castellosforzescoDue aspetti che sono noti e in larga misura condivisi da tutti, ma che spesso sono visti disgiuntamente  e comunque non producono poi azioni conseguenti:

 

Il primo riguarda la consapevolezza che oggi la sfida economica si gioca sul ruolo delle grandi città; tramontata (in parte) la produzione di beni come componente principale del PIL, molto contano gli aspetti attrattivi delle città: cultura - università - borsa - moda. Manfredi Catella è riuscito a "piazzare" l'intervento delle Varesine per questi motivi, e così avere i fondi per altre operazioni e transazioni che portano ricchezza.

 

Il secondo, che  per essere attrattive e competitive  le città devono anche essere sostenibili,  secondo  i concetti declinati dalla dichiarazione di Toledo del 2010: ambiente, rigenerazione, risparmio di suolo, energie rinnovabili, ecc.; cose che conosciamo tutti, ma non sempre consideriamo nelle ricadute pratiche. Domanda: Milano è oggi sostenibile?  No.

 

Questo  vuol dire che un riallineamento sugli standards delle città leader mondiali per quanto riguarda questo aspetto è assolutamente necessario altrimenti al decremento della qualità di vita si accompagnerà presto un decremento del rilancio economico. E' importante che ci ricordiamo che di tutti i parametri che fanno di una città una città sostenibile quello che conta, che è percepito e si ricorda, è la dimensione e qualità del paesaggio urbano e dei parchi urbani e sappiamo che Milano è proprio carente su questo! Non dobbiamo nemmeno pensare che si tratti di un aspetto che riguarda genericamente  il nostro Paese; non è vero, il gap riguarda proprio Milano (le altre città lombarde stanno tutte benissimo per ragioni diverse) , ed ha radici  storiche , che si ritrovano nel non essere stata Milano città capitale e nell'esser stata pianificata in piccola dimensione (l'errore di Beruto e poi ripetuto in peggio dal Piano del 1934). Eppure è un problema che si dimentica troppo facilmente, riproponendo un cliché già visto e perverso, del costruire senza ampiezza di vedute, metaforicamente e realisticamente, cioè riempiendo tutti i vuoti senza lasciare spazi aperti:  pensiamo, ad esempio, al dibattito sugli scali ferroviari di queste settimane.

 

Dobbiamo tornare indietro al 1995 , Assessore era Elisabetta Serri, Sindaco Marco Formentini , con il progetto "Nove Parchi per Milano", per una visione  volta al recupero di spazi residuali come nuovi parchi per la città una visione in cui  tema prevalente era lo spazio aperto e la qualità  generata da questo nei confronti di tutta la città esistente, anche se accompagnata da  sviluppo edilizio; qualcosa si è realizzato di quel disegno: l'ampliamento del Parco Ravizza con il PRU Leoni; il Parco FS Vittoria dove doveva trovar posto la BEIC, purtroppo ancora allo stato nascente.

 

Sono passati vent'anni, ma il problema è rimasto, e l'Amministrazione uscente non ha saputo vederlo, commettendo a mio avviso due errori fondamentali su questo passaggio strategico: mancanza di coerenza nelle politiche per la rigenerazione, mancanza di strategia per le grandi aree come gli scali ferroviari. La mancanza di coerenza consiste nel non aver sviluppato norme urbanistiche che consentano realmente la rigenerazione urbana; le aree dismesse, grandi e piccole, sono oggi unanimemente considerate un potenziale per il rilancio urbano, in grado di ri-generare la città senza ulteriore consumo di suolo.

 

Ma se io poi  obbligo l'operatore a cedere il 50% dell'area dove il Comune realizzerà (quando e come vorrà)  edilizia in concorrenza , e all'operatore resta solo l'altra metà dove deve trovar posto per tutto, senza sapere cosa succederà, se quando l'area supera 15.000 mq. (150 metri per 100, non un'enormità) sono obbligato a fare un Piano Attuativo (tempo medio otto anni nel settore urbanistica, poi c'è l'edilizia....) , è evidente che non ne faccio nulla; e  non va meglio nelle aree piccole , dove le procedure per l'approvazione dei piani di bonifica durano anni; così il potenziale di rigenerazione è quasi azzerato, e allora cosa succede: che gli operatori si concentrano sulle aree libere rimaste, già azzonate dal PGT, e riempiono tutti i vuoti.

 

La grande occasione degli scali ferroviari (che non possiamo perdere) è quella di consentire una strategia  (per dimensione e localizzazione), grazie alla quale  le realizzazioni oggi giunte a maturazione  (Porta Nuova - Portello - Adriano - CityLife - Certosa- Sieroterapico) unitamente ai progetti ancora  in corso (Merlata - Bovisa - Santa Giulia - Adriano - Innocenti – ecc.)  vengano posti coerentemente a sistema, con una visione che produca una nuova forma della città.

 

I grandi ambiti di trasformazione descritti rappresentano l’unica occasione che ci resta per recuperare il gap con le grandi città europee in tema di qualità urbana , per attuare  un disegno urbano di qualità, che integra i parchi urbani con le nuove centralità.  Proviamo a immaginare:  Porta Genova e la direttrice dei Navigli nel Parco Sud; lo Scalo Farini come collegamento tra Porta Nuova e Bovisa (e la gran traversata urbana da Città Studi a Porta Nuova; Portello, Cascina Merlata ed area Expo come direttrice metropolitana nord; scalo Romana con le nuove attività direzionali, il parco OM e lo IEO ; Bicocca e la direttrice della Città della Salute, verso Villa Reale e il Parco di Monza; Città Studi con le aree ex-Innocenti/Maserati, Lambrate e il parco Adriano fino ai Parchi Lambro, Forlanini e Idroscalo e più oltre sulla direttrice Martesana-Adda. Solo la connessione e il disegno degli spazi aperti può generare realmente la Città Metropolitana e fare di Milano un vera città mondiale.

 

Un discorso a parte merita il tema del post Expo: qui non dobbiamo commettere l'errore (che invece stanno commettendo il Comune, CdP e il Governo centrale) di depauperare di funzioni alte Città Studi per implementare un'area esterna; non ce n'è bisogno! È necessaria una strategia diversa , in grado di generare valore in Città Studi  grazie alla riorganizzazione di funzioni che oggi soffrono spazi inadeguati, ma che devono restare lì; e di implementare la ricerca alta nel Polo Expo come nuovo valore aggiunto, non come trasloco. Con il gruppo di ricerca del Politecnico, che coordino, abbiamo messo a punto una proposta alternativa che verrà illustrata in una mostra-convegno ad aprile dove illustreremo una nuova forma di Milano. 


fazziniClaudio Fazzini

professore associato di progettazione urbana

Politecnico di Milano