Roma 846: l'Islam a San Pietro - M. Nese

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saccodiromaUn capitolo storico dimenticato, ma cruciale perché si rischiò la caduta della capitale del Cristianesimo in mano ai maomettani.

Il gesuita Bergoglio, Papa Francesco, apre le braccia ai fedeli di Maometto. Dimentica che un suo predecessore, terrorizzato dagli islamici Saraceni, ci rimase secco. Correva l’anno 846 quando, in agosto, Roma corse seriamente il grave pericolo di cadere in mano ai maomettani. Un cronista dell’epoca, Prudenzio di Troyes, racconta che “i Saraceni e i Mauri investirono Roma devastando la basilica del beato Pietro principe degli Apostoli, asportando insieme all’altare che sovrastava la sua tomba tutti gli ornamenti e i tesori. Alcuni duchi dell’imperatore Lotario furono empiamente tagliati a pezzi”.

Il grande viaggiatore arabo Harun ibn Yahya ci informa su quale fosse la loro provenienza: venivano dalla Spagna. Le notizie relative a quell’evento drammatico sono completate dal Liber pontificalis dal quale apprendiamo come fosse composta la flotta e quanti erano gli armati. Arrivò ad Ostia un gruppo di ben 63 navi, che risalirono il Tevere fino all’altezza di Porta Portese. Ne scesero cinquecento cavalieri e altrettanti fanti. Ad essi si unirono anche gruppi di islamici provenienti dalla Sicilia. I Romani cercarono di respingerli, ma furono sovrastati.

A quel tempo la basilica di San Pietro, dal punto di vista architettonico, era molto più modesta di quella attuale. Ma custodiva ingenti tesori perché “da Costantino in poi – ci informa Gregorovius - i principi e gli imperatori d'Occidente, i Carolingi e gli stessi Pontefici avevano offerto alla Chiesa tali e tanti doni votivi, che essa poteva essere considerata il museo più ricco d'Europa, almeno per quanto concerneva le opere d'arte prodotte nell'arco degli ultimi cinque secoli”. I Saraceni portarono via quasi tutto. Si impadronirono perfino di un pezzo della tomba di Pietro.

Il Papa, che a quell’epoca risiedeva nel Palazzo del Laterano, rispondeva al nome di Sergio II. Salito al trono due anni e mezzo prima, la sua vita di capo del cattolicesimo era stata tribolata fin dal primo momento. Il clero e la nobiltà romana lo avevano acclamato Pontefice in tutta fretta, per impedire che una fazione del popolo eleggesse l’arcidiacono Giovanni. Al fine di sventare la minaccia, Sergio fu subito consacrato senza attendere, come allora era necessario, il consenso dell’imperatore Lotario, il quale si offese a morte e mandò il figlio Ludovico a marciare su Roma. Papa Sergio riuscì ad ammansire il principe Ludovico, ma niente poté contro i Saraceni che si avventarono anche sulla basilica di San Paolo fuori le Mura e spadroneggiavano in tutta la città. La stessa cosa che minacciano di voler fare adesso i miliziani dell’Isis. Il Papa non resse al colpo e morì di crepacuore.

All’unanimità fu scelto come successore un monaco benedettino di origine longobarda che adottò il nome di Leone IV. Anche lui fu consacrato senza il placet dell’imperatore, ma stavolta Lotario rimase silenzioso, aveva la coscienza sporca per aver lasciato Roma in balia dei Saraceni senza muovere un dito. Papa Leone concentrò le sue energie sulla necessità di neutralizzare le incursioni musulmane. Fece ricostruire non solo gli edifici distrutti di Roma, ma riedificò città come Civitavecchia, Orte, Tarquinia, tutti quei centri urbani lungo la costa tirrenica di cui i Saraceni avevano fatto scempio. Poi convocò i duchi di Amalfi, Napoli e Gaeta e li convinse a formare una Lega navale per battere i maomettani che riapparvero con una flotta ancora più numerosa.

Mentre la Lega navale affrontava il nuovo pericolo, il Papa si inginocchiò in preghiera: “O Dio, tu che hai salvato Pietro dalle acque mentre camminava sulle onde, tu che hai tolto dal mare profondo Paolo dopo il terzo naufragio, ascoltaci benigno e concedi, per i loro meriti, vigore alle braccia di questi fedeli che lottano contro i nemici della tua chiesa, affinché la conquistata vittoria torni a lode del tuo nome fra tutte le genti”. E vittoria fu. Tra Ostia e Civitavecchia la flotta saracena fu sbaragliata.

Per evitare future incursioni dei pirati Saraceni, il Pontefice decise che era necessario ergere a protezione del colle Vaticano e della basilica di San Pietro una cinta muraria invalicabile. E così nel periodo compreso fra l’848 e l’852 fu costruito un bastione alto e robusto per la difesa del corpo più sacro di Roma. Sono le mura cosiddette leonine, dal nome del Papa che ne finanziò la costruzione. Una barriera di 3 chilometri con mura larghe 4 metri punteggiate da 44 torri alte 14 metri. Nel corso dei secoli le mura leonine hanno subito varie modifiche e oggi rimane ben poco della cinta originaria. Rimane però il nome del Papa che combatté e sconfisse gli invasori musulmani.

neseMarco Nese

giornalista