Referendum abrogativo e quorum: come perde la democrazia - S. Sfrecola

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referendumIl dibattito che, in vista del referendum abrogativo del 17 aprile sulla proroga delle concessioni di estrazione di petrolio e gas nelle 12 miglia dalle nostre coste, ha riguardato le regole del suo svolgimento, in particolare il quorum che ne condiziona l’esito, mi ha indotto ad alcune riflessioni che sottopongo all’attenzione dei lettori di Logos. Al di là delle dichiarazioni dei sostenitori del sì o del no che, com’è consuetudine all’indomani di ogni consultazione elettorale, si proclamano tutti vincitori o, comunque, “non perdenti”, assumendo che, in vario modo, l’esito abbia dato ragione alla indicazione fornita al corpo elettorale, c’è un sicuro perdente: la democrazia, in quanto il risultato del voto è stato determinato dall’astensione degli elettori. E perde la politica se quell’astensione è stata l’effetto della insufficiente o distorta informazione intorno al quesito e alle conseguenze che la sua approvazione o meno avrebbe determinato.

Non entro, dunque, nel merito del controverso quesito referendario, sul quale, peraltro, si sono sentite non solamente tesi diverse, com’è normale che sia, ma anche autentiche bugie, evidenti alle orecchie del più modesto degli osservatori, ciò che dimostra come la democrazia in questo nostro Paese sia ancora incompiuta. Come attesta la polemica sull’astensione, certamente consentita sulla base della norma costituzionale la quale (art. 75, comma 4) prevede che “la proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi”. Escluse, dunque, le schede bianche o nulle. Questo limite fu oggetto di accesa discussione in Assemblea Costituente. Fu proposto (Paolo Rossi) di elevare il quorum ai due quinti. Poi passò la formula dell’on. Perassi. E fu la maggioranza degli aventi diritto. La preoccupazione era quella di evitare che una legge, magari approvata a larghissima maggioranza dal Parlamento, potesse essere abrogata anche solamente dal quindici per cento degli elettori.

La preoccupazione della classe politica gelosa delle proprie prerogative, che si risente e non poco anche quando la Corte costituzionale rileva il contrasto di una legge con la Carta fondamentale, si comprende ma non convince. Il referendum è istituto cosiddetto di democrazia diretta, attraverso il quale si intende verificare la rispondenza della volontà degli eletti ai sentimenti degli elettori. Una verifica che presuppone “l’impiego quanto più ricco di mezzi di espressione e di informazione” perché “la vita politica di una nazione, divenga quanto più salda, bene articolata e armonicamente collegata con l’opinione pubblica del paese”, come ha scritto Mortati. Una verifica, quella referendaria, che è espressione autentica di democrazia, per cui il limite imposto dal quorum a mio avviso non ha senso se, in vista del voto, le associazioni ed i comitati schierati sul sì o sul no, i parlamentari ed i partiti sono capaci di assumere l'impegno di sollecitare l’elettorato a votare in favore delle rispettive posizioni. Fidare sull’assenteismo, indotto da disinteresse per la partecipazione alle scelte della comunità o, peggio, da insufficiente o distorta informazione non è degno di una democrazia matura come noi crediamo sia quella italiana. O come vorremmo che fosse.

Sulla base di questo mio modo di intendere la partecipazione dei cittadini alle decisioni che investono scelte della comunità dissento dalla tesi di Alessandro Campi, docente di Storia del pensiero politico all’Università di Perugia, esposta il 18 aprile su Il Messaggero, secondo la quale “in democrazia non votare è comunque un modo per esprimere la propria opinione”. Ed aggiunge: “l’idea che solo recarsi alla urne rappresenti una prova di maturità civile o un esercizio virtuoso di cittadinanza nasconde un’idea pedagogica della politica e una visione della democrazia che sacrifica la mobilitazione di massa alla libertà individuale”. Dissento perché è difficile immaginare nella diserzione delle urne una scelta politica rispetto ad una decisione legislativa, come in questo caso, od all’indirizzo politico presentato dai partiti in una competizione elettorale. E, poi, da quale partito o da quale programma, considerata la varietà delle proposte in campo sulle politiche pubbliche, dovrebbe intendersi realizzato il dissenso del non voto? Neppure l’ipotesi che il cittadino non vada a votare perché disgustato, come taluno afferma non senza qualche fondamento, dalla politica e dagli scandali che da anni la caratterizzano, può identificare una “scelta” politica, sia pure implicita in una “non scelta”.

Diamo alle cose il senso loro proprio o solamente il più verosimile. Il popolo italiano non è stato educato alla partecipazione elettorale. Non lo è stato nei primi anni del Regno, quando votavano solamente i possidenti e coloro che sapevano leggere e scrivere, non lo è stato ai tempi del Fascismo, quando la “religione della libertà”, per dirla con Benedetto Croce, è stata sistematicamente compressa. Non lo è stato neppure nei primi anni della Repubblica, nata sotto la minaccia del “caos” se non avesse prevalso sulla Monarchia. Ha avuto una parvenza di dignità essenzialmente negli anni della contrapposizione Democrazia Cristiana-Partito Comunista quando, come nel 1948, fu netta la contrapposizione nelle piazze d’Italia tra libertà e comunismo filosovietico, negatore dei principi liberali e dei diritti civili. Presto il compromesso storico e la esaltazione della fine delle ideologie, hanno decretato, in realtà, anche la fine delle idee che distinguevano destra e sinistra. Sicché, come ha scritto Galli della Loggia sul Corriere della Sera di domenica 17 aprile, si è realizzata quella “erosione di identità che omologa la politica” ed attua, attraverso la fine dei partiti storici, il superamento del confronto, per cui il cittadino non è stimolato a riflettere, anche nel modo più semplice o semplicistico, per identificare il partito o l’uomo politico del quale condividere e sostenere i programmi. In tutto questo non ha aiutato una legge elettorale che fa del Parlamento un’assemblea di nominati dai partiti e non di soggetti eletti dai cittadini e radicati sul territorio. Anzi, si è fatto di tutto per allontanare gli eletti dagli elettori trasferendo i candidati da una regione all’altra, spesso a distanza di molte centinaia di chilometri. In queste condizioni appare estremamente arduo considerare il non voto una scelta “politica”.


sfrecolaSalvatore Sfrecola

presidente di sezione della Corte dei Conti

già presidente dell’Unione Nazionale Magistrati Contabili