Quoi? L’éternité. Perché il latino nella scuola secondaria di primo grado: identità e diversità – E. Andreoni Fontecedro

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latinoVorrei cominciare ex abrupto, seguendo l’emozione : “Quoi ? L’étérnité“. Sì, è il  titolo del bel romanzo incompiuto  di Marguerite Yourcenar ma soprattutto è un verso di Rimbaud che ricollochiamo nel suo contesto: Elle est retrouvée / Quoi ? – L ‘ Éternité / C’est la mer allée/ avec le soleil. Conoscere il latino, la cultura delle nostre terre andando indietro per millenni nel tempo, è proprio ciò che ci permette di sentire l’eternità, il soffuso moto delle acque ‘mescolate’ del mare  come vuole  Rimbaud  (melée è proprio una variante di allée nel testo ), andate via con il sole.

Non devo inoltrarmi in questo testo di poesia  per farlo rivivere nella sua formulazione ma l’espressione   poetica possiede quel lampo che afferra una totalità di pensieri che cerco ora di comunicare. Conoscere il passato fatto di secoli e secoli della nostra storia nella testimonianza  della scrittura approdata alle nostre rive ci immerge nell’eternità. Diceva il celebre glottologo russo Vladislav Illič Svityč  riferendosi alla lingua   (immagine che ampliamo qui a ogni alta registrazione  della lingua scritta ): ”la lingua è un guado attraverso il fiume del tempo./ Essa ci conduce alla dimora dei nostri antenati./ Ma coloro che hanno paura delle acque profonde/ non potranno mai raggiungerla“. Con il latino noi risaliamo il fiume del tempo. Certo tanto più se lo affianchiamo all’esperienza insostituibile del greco. Non mi riferisco infatti solo ai secoli moderni dell’Europa, dell’Occidente ma proprio alla comprensione a partire dai nostri lontani antenati la cui memoria brilla nelle parole, nei testi letterari, filosofici, di ogni arte e scienza. La comprensione del Sé, la consapevolezza di una identità che ci permette ad un tempo l’apertura al diverso (l’altro nel tempo, l’altro nello spazio territoriale), perché tocca i principi dell’universo-uomo.

Incominciamo a ‘conoscere’ guardando dentro le nostre parole con lo strumento della cultura latina e focalizziamo il principio stesso di verità e essere secondo Agostino (ma già così Socrate e poi con variazione Cartesio): dubito, ergo sum. Approfondiamo proprio la parola ‘dubbio’, e subito si spalancherà di per sé  qualche granello di ‘sapere’, perché vi riconosciamo la persona che si divide in due (due anime, due pensieri alla pari)  prima di scegliere: du = due  + bi =  radice del radicale di ‘essere’ cfr. inglese to be, tedesco ich been, slavo bit’, latino du-bi-to, (spieghiamo gli esiti fonetici: - bi - in sede interna ma in sede iniziale conserva l’aspirata dell’ i.e. bh, cfr. skr. ábhut, e in latino spirantizzatasi diviene nel perfetto fui e nel  presente fio, stesso radicale  del greco physis, dell’italiano fisica: essere). Ogni parola, aprendosi foneticamente, ci narra della sua formazione e dell’acquisizione varia dei campi semantici, raccoglie le vite vissute di epoche  e latitudini lontane, le immagini create nel tempo. Nel contempo – lo abbiamo visto -questo ampliamento di visuale ci lega a tutta la ‘mentalità’ occidentale. La ‘fata’, ad esempio,  dell’immaginario infantile europeo (fr.fée, sp. hada, ing. fairy, russo feia), non è altro che il latino fatum, il destino, ciò che ‘è stabilito’ ‘ è stato detto’ ( verbo di dire for, farisfatus sum, fari)E Rosaspina, Dornröschen  si punge  per volere di una ‘fata ‘su un fuso e muore (nella favola è morte che vale a simbolo un secolo), perché esso altro non è se non il fuso  della greca Ananke (la Necessità), versione ancestrale del Fato: fato che tutto coinvolge e annienta ogni destino di vivente.

Dalla parola al mito che essa contiene. Incrostazioni di pensieri si aggrappano al cuore delle parole: chi è Giove, cioè latino Iuppiter? Riconosciamo - piter con l’esito in sillaba interna in ‘i’ dello schwa dell’indoeuropeo, corrispondente a pater e Iu, che altro non è se non l’esito fonetico di Diu , dieus = Zeus, radicale della luce, del giorno luminoso dies, che è anche di Diana, l’astro luminoso della notte. Antica fede indoeuropea della divinità della luce, che squarcia le tenebre e dona la vita. E questi dèi espressioni di lontanissime fedi cantileniamo ancora  nel nome dei giorni della settimana, con equivalenti immagini, dal Nord al Sud  d’ Europa: es. Thorn, quindi Thursday o Donnerstag, con voce onomatopeica è dio del tuono come Giove che nomina il corrispettivo giovedì. Gli dei aprono il nome e rivelano la loro natura umana: Moon (corrisponde alla nostra Luna che si forma su un radicale della ‘luce’), Montag, Monday, cfr. greco mene  hanno la stessa radice di latino mensis, cioè di me-tior, misurare: l’astro che misura il tempo: i mesi appunto erano lunari. Le ardite speranze dell’uomo amano nascondersi nel cuore delle parole, in questa nostra anima (sp.alma, fr.âme ) che il radicale ci svela comune  semplicemente con il vento. cfr. greco ánemos, con il respiro, skr. ániti.

La riflessione linguistica, che coinvolge ogni aspetto della lingua a partire dall’approfondimento etimologico, dovrebbe essere insegnata all’intera popolazione scolastica : non un dono per pochi, perché è crescita dello spirito, della mente.

Va insegnato il piacere della lingua, la ricchezza di pensiero che essa contiene, la magia della parola, del suono che ti mette in relazione con il mondo: l’ auxilium del latino è imprescindibile. E insegna a distinguere facilmente da subito - a noi italiani e a tutti i parlanti lingue romanze o l’inglese - le lingue analitiche dalle lingue sintetiche che si basano sulla declinazione del nome, ancora viva nel tedesco e nel russo (ma anche nell’uso dei nostri pronomi personali), spiegando che il nome stesso di ‘declinazione’  si configurò per il popolo antico – di qui il nome - sull’ago della meridiana che scende con l’ombra del sole lungo il quadrante: cfr. lat. casus,gr. ptosis. Caso cioè ‘caduta’. Dal casus rectus (una contraddictio in termini già notata e superata), cioè quello del nome nella sua funzione di soggetto il Nominativo, ai casi obliqui, come il cadere del raggio.

Le parole sono valige, diceva Armand Abecassis. E così stiamo procedendo, secondo un metodo di grande motivazione e interesse anche per i più giovani studenti. Ma già i segni della nostra scrittura – che provenendo dal fenicio ci confrontano con le popolazioni più a Oriente, allontanandoci  da un postulato diverso - sono affascinanti da indagare. Prima che si imponesse infatti il principio acrofonico che avrebbe determinato la scrittura fonetica, c’era l’immagine nel segno: facciamo solo qualche esempio con l’alfabeto greco che è  più trasparente: beta ( = B), ‘cioè beth , la casa, la tenda  (l’immagine del segno minuscolo β va coricata orizzontale), cfr. Betlemme; gamma, ‘Gh’(pensiamo la lettera greca maiuscola Γ), cioè gamàl, il cammello;  mim, ‘ m’, il mare in fenicio , ondine visibili meglio nella ‘mi’ greca minuscola μ; aleph, il ‘toro’ per cui alfa (α minuscola che va guardata di lato, o rigirata)  e la nostra ’ a’, fu ideogramma aggiunto dai Greci quando presero in prestito ai Fenici un segno in disuso, nel momento in cui furono scritte anche le vocali.

Che meravigliosa scoperta quella di possedere il passato: ricostruisce la famiglia, che non è solo quella indoeuropea che si sarebbe sviluppata storicamente più unitariamente, ma una ‘dimora’ anche più ampia, così come voleva Illič Svitič che sulla base di quanto sto dicendo ricostruiva con il Petersen  il ‘nostratico’ (calco su Mare nostrum) o lingua delle origini ricca di tutti quegli elementi comuni alla macrofamiglia degli indoeuropei, semiti, camiti e ancora altri popoli, e in cui fu poi scritto quel testo che all’inizio ho riportato in traduzione.

E poi c’è la folata dei miti  che va insegnata e che dalle gesta epiche, salgono sui palcoscenici, scivolano nella lirica, accompagnano i colori della nostra mente, i segni del cuore, che continua a ripeterli. Giulietta e Romeo che giungono a Shakespeare attraverso i novellieri italiani (Masuccio Salernitano, Luigi da Porto, Matteo Bandello) ripetono anche nelle forme il mito dell’amore contrastato di Piramo e Tisbe che nella poesia di Ovidio si trasfigurava nella metamorfosi e che a Oriente si faceva dopo storia di Layla e Maynun: il poeta pazzo di lei (ma Maynun è soprannome del pastore- poeta, e la base linguistica indoeuropea  ritrova  il greco maìnomai, essere pazzo !). Tra Piramo e Tisbe e Laila e Maynun  (nelle varianti arabe e persiane) c’è sempre una parete a dividerli, sempre una fessura che fa scivolare le parole d’amore, amori infelici, contrastati dalle famiglie e  rapiti comunque da morte. E come dimenticare che la storia di  Piramo e Tisbe stessi già Ovidio la conosce avvenuta a Babilonia? Uno studio della letteratura comparata verticalmente (per personaggi, per simboli e novelle) già nella secondaria di primo grado  illuminerebbe il percorso di studi.

C’è nelle contrade di lingua tedesca – come ricordava il Norden e come posso testimoniare ancor oggi avendo nipoti che  sono nati in terra elvetica di lingua tedesca -  un  ritornello infantile che si ripete a scuola: ”Schlaf, Kindchen schlaf, der Vater hüt die Schaf, die Mutter schüttelt’s  Bäumlein, da fällt herab ein Träumlein”. Ebbene si può senz’altro suggerire - come faceva appunto il Norden - che questo albero dei sogni del Lied  vada confrontato (non si trovano altre testimonianze coeve al poeta)  con quello che  Virgilio (il poeta proviene dall’area celtica) pone all’ingresso dell’Ade: l’albero dei Sogni (altro era il popolo dei Sogni che abitava l’Ade omerico nell’Odissea, posto  tra le porte del Sole e il prato di asfodeli, Od.24, 12). Virgilio, sul limitare degli Inferi, non può che dare ai sogni l’inconsistenza dei somnia vana, sogni che sono collocati sotto a ciascuna foglia per  assumerne  il simbolo, quello della  caducità, immagine in  tanta poesia antica e moderna dell’effimera vita umana. (Omero ,Mimnermo, su, su fino all’imitazione di Leopardi di Arnault, ma anche tra gli altri Ungaretti, Tjutčev). Virgilio sembra anche conservare altra volta traccia proprio dell’ancestrale culto degli alberi. Si tratta del vischio, pianta magica particolarmente cara a tutta l’area celtica  come pure al Nord dell’Europa  dove  con i rami di   vischio viene  ucciso, sì,  il norvegese dio luminoso Baldr (Bældæg, dæg cioè dies) ma contemporaneamente essa ne trattiene lo spirito divino, ne possiede il cuore vitale,  e continua  tuttora nel rito, memoria di sacrificio e resurrezione, a bruciare nelle feste di mezza estate. Ebbene il ramo d’oro con cui Enea può aver  accesso agli Inferi è la stessa pianta  che  cresce con le sue bacche dorate senza svelare le sue  radici, pianta cioè  magica, simbolo di immortalità. Plinio il vecchio (anche lui proveniente dall’area celtica) racconta che  presso  i Galli il sacerdote nel sesto giorno della Luna, l’astro che misura il tempo – come abbiamo già ricordato -  tagliava con un falcetto d’oro il vischio (viscum e nulla importano le specie del vischio) dall’albero che lo sostiene. Seguiva un sacrificio di animali cui si dava da bere il succo della pianta per la fecondità e contro i veleni. “Essi chiamano questa pianta  quello che guarisce tutto omnia sanantem “, n.h. 16, 249, cioè proprio ‘vischio’, da confrontare con l’irlandese  moderno ‘uileiceadh‘ e il gallese ‘oll-iach’. La festa avveniva certamente nel mese di novembre, all’inizio dell’anno celtico. Così come noi ripetiamo il gesto augurale  del dono del vischio all’inizio dell’Anno Nuovo, dopo aver gettato  la sera prima cocci e roba vecchia dalle finestre, anche qui ripetendo il gesto antico di cacciare  un vecchio dal paese  inseguito da carabattole lanciategli dietro, che impersonava  l’anno vecchio, il vecchio Mamurio (Mamurio con ripetizione popolare qui approssimativa della prima sillaba ), cioè il dio Marte, dio italico dei campi e dei confini (per cui diviene anche dio belligerante)  che  chiudeva un ciclo  e insieme dava inizio all’Anno Nuovo con l’avvento nelle nostre contrade della primavera. Da Marte, il nostro mese di marzo: Mars, March, März, russo Mart, il mese che nel calendario che precedette la riforma di Giulio Cesare era il primo dell’anno.

Su ogni mito, ricordo, rito possiamo indagare, vederne i tanti volti, seguirli per ogni contrada che vi lascia sopra il suo segno perché i miti, i riti s’insinuano nelle parole e nei gesti che non conoscono i limiti del tempo. E essi stessi riapparendo in più luoghi, lungo i secoli e i millenni dànno la fede nell’eterno ritorno, anch’esso un  mito  che  nasce nella ripetizione  dei gesti e  ed è proprio  il rito – come voleva Mircea Eliade - che serve  a conforto dell’esistenza umana. Miti, riti, tradizioni, proverbi che leggiamo testimoniati dai nostri latini: un ponte di passaggio obbligato per accedere al passato e vedere in prospettiva i secoli moderni. Apprendimenti preliminari.

Poi, più tardi passeggeremo per le vie d’Europa scolpite dai testi che si rincorrono e si rispecchiano e scopriremo che Macbeth ripete la sua preghiera al Sonno: ”balm of hurt minds” (atto II ,sc.II v.38) sull’eco del  coro dell’Hercules furens di Seneca (requies animi, v.1067), anch’esso ricco della suggestione del coro del Filottete di Sofocle: ”Sogno ignaro dei dolori, ἴθι, ἴθι μοι παιών,“ , v.828  e della splendida Casa del Sonno che Ovidio descrive nelle MetamorfosiSomne, quies rerum, placidissime Somne, (11, 623). Questa preghiera al Sonno invaderà la letteratura italiana almeno da Boccaccio, fino a tutto il ‘700 e si riverbererà nell’iconografia. Ritroveremo quindi  l’allegoria della rosa e della vergine, ben prima del Roman de la Rose e suggerita da quell’atmosfera profumata del de rosis nascentibus e dai versi di Annio Floro e altri ancora, significato raccolto fra gli altri da Poliziano e da Ronsard.

Troveremo Eloisa, dentro il convento, che ricorda l’eros vissuto con Abelardo con le parole che Ovidio fa tracciare alla sua Saffo che scrive a Faone (her.15). Mentre  qualche decennio prima il significato soffocato ma  infiammato dell’amore al femminile pure traluceva dalla lettera di un’altra monaca:  Costanza d’ Angers (sembra da scartare l’ipotesi  che fosse proprio il destinatario il poeta Baudri, abate di Bourgueil a scriversi la risposta ai suoi cenni di amor spiritualis a lei inviati: siamo alla fine dell’XI secolo). Costanza si ispirava laicamente all’insuperato Cantico dei Cantici, divulgatosi nella traduzione latina di S .Girolamo. Il testo privo delle sovrastrutture allegoriche ebraiche e cristiane è stato confrontato con gli antichi canti di nozze dei  Beduini.

Poi vedremo come Pope per Newton e Thomas Gray per Locke ripetano l’elogio grande che Lucrezio scriveva per Epicuro, quello stesso che con altrettanto afflato e esplicita memoria  entra nei versi della Ginestra di Leopardi. Troveremo messo ad esergo degli Opera omnia di Goethe quell’Inno alla Natura sottratto all’amico Tobler che lo aveva riscritto dopo aver tradotto l’inno orfico Alla Natura, pervaso di affascinato slancio stoico per la rerum natura, incanto che brilla di luce propria nell’epistola 41 di Seneca. E ascolteremo Prigogine dialogare con Aristotele sul tempo, come già Heidegger che ad Aristotele dedicava i suoi corsi  universitari sull’essenza del tempo. O Bergson lettore di Agostino che trasmette a Proust e  a Ungaretti quel sentimento del tempo che conosce  solo nella coscienza la sua realtà.

A questo meraviglioso immergerci nei dialoghi tra secoli giungeremo solo quando avremo il bagaglio delle  precedenti conoscenze  e avremo avvertito  la consapevolezza con cui Platone significava la vita: la vita trascorre come una fiaccola da padre in figlio durante una lampadoforia (o staffetta con le lampade) e, traduceva piuttosto Lucrezio (senza far morire per questo la bellezza della vita che è  sempre  un  venire in luminis oras), in un perenne rinnovarsi di aggregazioni di atomi. Allora capiremo che cosa ha significato l’iniziazione da giovanissimi alla cultura dai suoi primi gradini e apprezzeremo l’eredità  di pensieri e emozioni  che nel naufragio dei millenni ci è rimasta, confortandoci di eterno.

andreoniEmanuela Andreoni Fontecedro

professore ordinario di letteratura latina

Università Roma Tre

 

  • Questo lavoro comparirà in un inserto dedicato all’apprendimento del latino  della nota rivista della scuola  Nuova Secondaria ( 2016 n.2) .