Alcuni aspetti critici delle banche italiane oggi - G. Bracchi

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maialesoldi1) Il sistema bancario italiano è oggi molto diversificato e le prospettive delle diverse aziende sono molto differenti. Permangono in molte banche seri problemi di qualità del credito, di efficienza, di redditività, di governance. In realtà, il sistema si era dimostrato stabile, prima della crisi e anche nella prima fase della crisi, dal 2008 al 2011: questo sistema fatto di poche grandi banche, alcune medie banche, e molte piccole banche, ben si accoppia alla struttura del sistema economico italiano, fatto di pochgrandi aziende, un paio di migliaia di medie aziende, e decine di migliaia di piccole imprese ed attività artigiane. Il credito alle imprese è cresciuto fino alla fine del 2011, mentre si riducevano gli investimenti delle imprese. Gli azionisti sono intervenuti negli aumenti di capitale, senza intervento dello Stato, a differenze degli altri Paesi europei.

La crescita dei prestiti si è verificata soprattutto nelle piccole banche di comunità, che prestano sulla base della conoscenza informale dell’impresa, e non solo sulla base dell’informazione analitica dei bilanci. Le banche di comunità hanno fatto da ammortizzatore della crisi, finanziando non solo gli investimenti, ma anche carenze di liquidità delle imprese e nei primi anni pure le loro perdite, ed assorbendo anche i titoli di stato di cui gli investitori esteri si stavano liberando. Molte piccole banche, popolari o cooperative, hanno tuttora buona redditività, efficienza, qualità del credito e servizio alla comunità di riferimento: è sbagliato forzarle (e produce rischio di allontanamento dal territorio di riferimento) ad entrare in raggruppamenti, o a cambiare la loro formula societaria.

2) La situazione delle banche italiane è radicalmente cambiata nella seconda fase della crisi, dal 2012 ad oggi: crisi di molte imprese che operano sul mercato interno, crisi del debito sovrano, ed inoltre, sotto la spinta della BCE, troppo rigorosa classificazione dei crediti e stringenti ed ossessivi requisiti di capitale, con difficoltà delle banche a rifinanziarsi sul mercato dei capitali. Per le banche finite in dissesto o in crisi non è questione di dimensione, di formula societaria (SpA, popolare, BCC), di territorio di azione, di presenza di fondazioni, perché le banche entrate in crisi appartengono a tutte le categorie: MPS e Carige sono grandi SpA, Etruria, Vicenza e Veneto Banca sono popolari, Ferrara, Marche e Tercas sono casse di risparmio. Sono emersi in questi casi critici i difetti del capitalismo di relazione (credito agli amici e agli amici degli amici), la sclerotizzazione del gruppo dirigente ed anche di un certo provincialismo, con scelte strategiche avventate, imitando maldestramente i grandi gruppi, con prestiti ed acquisizioni al di fuori del proprio territorio, snaturando la caratteristica di banca commerciale di comunità.

3) La crisi è stata alleviata dai generosi e non convenzionali schemi di rifinanziamento della BCE, che hanno restituito liquidità e ricavi grazie alla rivalutazione dei titoli di stato in portafoglio, erosi però dagli accantonamenti per crediti problematici e con necessità di aumenti di capitale nel nuovo rigido quadro regolamentare europeo. Il nuovo contesto della vigilanza europea non è, però, assolutamente tarato sulle caratteristiche delle banche e dell’economia italiana, è differente dallo stile della precedente vigilanza nazionale, è spesso poco comprensibile nella rigidità burocratica, con l’effetto di approfondire, e non di alleviare, la negatività del ciclo economico. Sono oggi aperti diversi problemi di rilievo, sui quali è necessaria l’attenzione della politica, perché Governo e Banca d’Italia si sono mostrati troppo timidi e disattenti di fronte all’Europa, e non hanno difeso l’interesse delle nostre banche e della nostra economia.

4) Crediti in sofferenza o deteriorati (201 miliardi per sofferenze lorde, di cui 83 miliardi sofferenze nette dopo gli accantonamenti già effettuati, e in più 145 miliardi per crediti incagliati, ristrutturati e scaduti): all’interno di essi sta il destino di molte aziende italiane debitrici, che hanno bisogno non di soluzioni liquidatorie, ma di risanamento industriale e quindi di tempo e gradualità. Occorre resistere alla pressione dei falchi BCE per cedere in tempi brevi a operatori finanziari - spesso esteri e speculativi - i crediti con basso valore di realizzo ( meno del 20% del valore nominale, contro il 42% a cui li hanno mediamente in carico le banche), con l’effetto sia di abbattere ulteriormente il capitale delle banche, a causa delle perdite di valore da imputare a bilancio, sia di condannare le aziende debitrici coinvolte, che sarebbero oggetto di procedure liquidatorie da parte degli operatori speculativi. I crediti deteriorati vanno invece smaltiti con calma nel corso degli anni, nell’interesse dell’intero sistema economico.

E’ opportuno sviluppare invece formule mirate con veicoli a cui le banche conferiscano (al valore di libro e senza ulteriori svalutazioni) i crediti che coinvolgono imprese meritevoli in temporanea difficoltà, con l’iniezione di ulteriori capitali per il rilancio delle imprese da parte di investitori finanziari e con l’intervento anche di operatori specializzati di Private Equity, che parteciperanno al risultato insieme alle banche conferenti.

5) La normativa sul bail-in, che comporta il coinvolgimento degli obbligazionisti, ed eventualmente anche dei depositanti sopra i 100.000 euro, nelle situazioni di dissesto bancario, deve essere sospesa, perché sta provocando enormi guasti:

  • Ha minato la fiducia dei depositanti nelle banche, che erano sempre state considerate come una realtà sicura e garantita dallo Stato, e le ha assimilate a normali aziende private, mentre le banche custodiscono il risparmio dei cittadini, rendendo così anche più difficile per le banche la raccolta di depositi e di capitale.
  • Presenta numerosi profili di incostituzionalità (vedi rilievi sollevati da Giuseppe Valditara). 
  • E’ stata applicata anche ai prestiti obbligazionari emessi prima dell’entrata in vigore della normativa, tradendo la fiducia di obbligazionisti che non potevano essere a conoscenza del rischio. 
  • Ha grandemente penalizzato sul mercato le banche che, a fronte di requisiti di capitale più elevati richiesti dalle autorità di regolazione, si sono affidate all’emissione di obbligazioni (360 miliardi nel complesso). 
  • Ha complessivamente accresciuto, invece di ridurre, il rischio sistemico.

6) Il governo tedesco propone di anticipare in Europa gli accordi, che sono solamente allo studio nell’ambito di Basilea, per stabilire di norma che i titoli di stato in portafoglio delle banche debbano essere limitati in quantità e valutati come attivi a rischio - che comportano, quindi, ulteriori requisiti di capitale per essere detenuti: questo danneggerebbe non solo le banche italiane, che hanno nei propri portafogli 400 miliardi di titoli di stato italiani, ma anche e gravemente il mercato dei titoli di stato, perché le banche sarebbero costrette a scaricare i titoli sul mercato e a non sottoscriverne di nuovi.

7) In generale la vigilanza unica europea (Single Supervisory Mechanism), guidata da Danièle Nouy e condizionata dai rappresentanti nordeuropei, sta tenendo un atteggiamento di burocratica rigidità e difficilmente comprensibile, come si è visto ad esempio nelle molte difficoltà ed eccessi regolamentari frapposti alla fusione progettata fra BPM e Banco Popolare.

La stessa incomprensibile e dannosa rigidità si era verificata da parte della UE nei mesi scorsi, sia con l’intervento in Tercas (Cassa di Teramo), sia con quello successivo nelle altre quattro banche dissestate del Centro Italia (con in testa Banca Etruria): nonostante ci fossero le risorse già disponibili e sufficienti nel Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (che è obbligatoriamente finanziato dal sistema bancario), l’intervento di tale fondo non è stato autorizzato perché inspiegabilmente ritenuto aiuto di stato, e le banche hanno dovuto volontariamente mettere pro-quota (e spesare a bilancio) risorse addizionali largamente superiori al miliardo, per evitare un dissesto che avrebbe definitivamente minato la fiducia dei depositanti nelle nostre banche. Inoltre, il focus eccessivo ed ossessivo della Vigilanza europea sul capitale delle banche italiane, anche di quelle che hanno superato gli stress test, ha acceso il sospetto del mercato sugli istituti più fragili, come MPS, Carige o Popolare di Vicenza e Veneto Banca, che si apprestano a una ricapitalizzazione, rendendola più difficile ed esponendosi a incursioni speculative.

Il nostro governo, ed anche la Banca d’Italia, sono stati nei mesi scorsi troppo deboli nei confronti dei falchi della vigilanza BCE, ed hanno accettato, per disattenzione, debolezza e impreparazione, accordi che si stanno rivelando iniqui e dannosi per la nostra economia e per le nostre banche. I vigilanti UE, asserragliati nel loro bunker, sembrano in definitiva inconsapevoli e disinteressati delle conseguenze delle loro decisioni sul mercato, aumentano l’instabilità invece di favorire la stabilità, e favoriscono (inconsciamente?) la speculazione e i profitti dei grandi operatori internazionali.

La situazione di bilancio delle banche italiane, a parte i casi critici, è oggi in leggero miglioramento; evitiamo che burocrazia, miopia e rigidità oscurino di nuovo l’orizzonte: bisogna fermare i falchi BCE, perché di rigore si può morire.


bracchiGiampio Bracchi

presidente emerito Fondazione del Politecnico di Milano