La Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip) - D. Bracchi

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ttipLo scenario, l’oggetto e le negoziazioni

Dal luglio 2013 sono in corso negoziati tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti d’America per raggiungere un accordo sulla “Transatlantic Trade and Investment Partnership” (Ttip), il Trattato transatlantico su commercio e investimenti che punta a creare una zona di libero scambio commerciale tra UE e USA, la quale diverrebbe così la più estesa al mondo. Il Ttip è quindi un accordo di libero scambio denominato in inglese “free trade agreement” o FTA, che può essere bilaterale, regionale o plurilaterale. Un FTA permette ai firmatari di fare circolare i beni all’interno dell’area geografica interessata dall’accordo sotto il regime doganale di “trattamento preferenziale”, derogando così legittimamente al seguente principio cardine fondante dell'”Organizzazione mondiale del commercio”, meglio conosciuta - anche in Italia - con il nome inglese di “World Trade Organization” (WTO): il principio di “non discriminazione” tra le varie nazioni / unioni doganali partecipanti al WTO nell’accesso dei propri prodotti e servizi ai singoli mercati. Già oggi si scambiano tra UE e USA circa EUR 450 miliardi di beni e circa EUR 300 miliardi di servizi all’anno; gli investimenti esteri diretti sono ancora più elevati con EUR 3,2 trilioni in entrambe le direzioni. L’economia transatlantica sostiene circa 15 milioni di posti di lavoro. 

In date 22-26 febbraio 2016 si è svolto a Bruxelles il dodicesimo round di negoziazioni tra le parti, i.e. i rappresentanti per il commercio della Commissione Europea e i rappresentanti per il commercio dell’apposito ufficio esecutivo del Presidente degli USA. Nelle previsioni iniziali, il Ttip avrebbe dovuto essere già stato concluso entro il 2014; tuttavia, nel corso delle negoziazioni sono emerse - da parte sia della UE che degli USA - numerose critiche e un’aspra opposizione dell’associazionismo della società civile, in particolare in Germania, Francia e Austria (a tale proposito va rimarcato sin d’ora che in Italia i media, a differenza di quello che è avvenuto in altri Paesi UE, non si sono ad oggi sufficientemente occupati dell’argomento ed anche l’attivismo della società civile è risultato assai limitato). Pertanto, le negoziazioni hanno subito un forte rallentamento, complici forse anche la questione dello spionaggio in Europa apparentemente effettuato da parte dell’agenzia governativa statunitense NSA, nonché altre urgenti congiunture internazionali che stanno attanagliando soprattutto la UE, come la crisi dei migranti e il terrorismo. In ogni caso, dalle ultime informazioni ad oggi disponibili, su entrambi i lati dell’Atlantico si confida di giungere ad un testo condiviso del trattato entro la fine del 2016. In quel momento, dopo essere stato negoziato per anni da burocrati non eletti della Commissione UE, il Ttip avrebbe quindi finalmente un’investitura per così dire “politica” in Europa, in quanto il trattato dovrà essere approvato dal Parlamento Europeo e ratificato dalle assemblee nazionali dei vari Stati UE. A tale proposito, si noti però che in accordo al Trattato di Lisbona del 2009, il quale prevede che i trattati di libero scambio siano negoziati dalla Commissione UE, il Parlamento Europeo non può apportare sostanziali modifiche ai trattati stessi, bensì solamente accettarli o rigettarli.Una buona notizia per la “democrazia” consiste certamente nel fatto che il mandato negoziale della Commissione in tema di Ttip, i.e. il contenuto delle linee guida delle negoziazioni, è oggi – anche a seguito delle proteste verificatesi – in parte desecretato, differentemente da quello che avviene di regola nei negoziati commerciali internazionali, e sono anche state lanciate una serie di consultazioni pubbliche.  

Qualora venisse effettivamente concluso, il Ttip porterebbe innanzitutto all’abolizione dei dazi doganali (attualmente questi sono già bassi ammontando in media al 3.5% negli USA e al 5.2% nella UE) e alla forte riduzione dell’amplissima sfera d’influenza delle cosiddette barriere “non-tariffarie”; ulteriori materie oggetto del trattato consisterebbero poi, secondo le informazioni ad oggi disponibili, in regolamentazione, appalti e commesse pubbliche, proprietà intellettuale, sviluppo sostenibile, sussidi e esportazioni in regime di dumping, legislazione antitrust; resterebbe invece esclusa dalla trattativa l’editoria audiovisiva e potrebbe essere “limitata” la materia agricola (che è un settore deficitario per l’Italia), i brevetti, le licenze e royalties, e quindi indirettamente anche la chimica farmaceutica, tutti settori nei quali l’Italia risulta importatore netto dagli USA. Tra i delicati temi ancora in discussione tra le parti vi sarebbero, tra gli altri, la liberalizzazione della fornitura di servizi, sulla quale permarrebbero resistenze europee, mentre sulla sponda statunitense vi sarebbero tutt’ora dubbi in merito all’opportunità per gli USA di concedere la liberalizzazione del loro public procurement e del mercato dell’energia. 

 

La Speranza, ma soprattutto le Paure 

Per quanto concerne la “Grande Domanda” se il Ttip - ammesso che il trattato verrà effettivamente siglato, cosa allo stato dell’arte non ancora certa - sia “Bene” (o meno) in particolare per l’Italia, ma anche per la UE nel suo complesso, fornire una singola risposta in tema è sicuramente alquanto arduo, innanzitutto perché sarebbe ovviamente molto semplicistico considerare l’Italia - e a maggior ragione l’Europa - come un blocco unitario, mosso sempre e comunque dai medesimi univoci interessi e prospettive. In questa sede si analizzeranno quindi, cercando di evitare pregiudizi, alcuni spunti presenti nel dibattito pubblico in corso in Europa ed anche in Italia, nonché le informazioni tecniche attualmente disponibili.

 

Perché si potrebbe dire sì al Ttip (il “ponte Marshall”) 

Un “villaggio globale: A grandi linee, in un mondo sempre più globale, per lo meno per quanto riguarda il commercio e l’industria, che sta vedendo una ridefinizione degli equilibri commerciali, ed in un periodo storico contraddistinto - per l’Europa e per l’Italia - da un calo strutturale dei consumi interni, le difficoltà si potrebbero alleviare costruendo accordi e facilitando meccanismi di scambio tra macro-aree del pianeta (l’export europeo vale oltre il 45% del PIL). Secondo la Commissione UE - l’obiettivo del Ttip sarebbe quindi quello di abbattere i costi del commercio transatlantico, e non quello di abbassare gli standards di qualità (“cutting costs, not corners”); a parere dei sostenitori del trattato, ciò verrebbe a vantaggio in particolare di un’economia come quella italiana che vive sempre più di esportazioni ed alla quale con il Ttip si potrebbero aprire ulteriormente le porte di un vastissimo mercato di potenziali consumatori. Il modo migliore per “proteggere” le nostre aziende sarebbe proprio quello di “accompagnarle” verso nuovi redditizi mercati. 

La speranza di un ipotetico “futuro migliore”: Secondo le stime effettuate dai suoi incensatori - qualora venissero raggiunti gli obiettivi del Tiip quando il trattato sarà a “pieno regime” (si parla del 2027) - potrebbero essere stati creati poco meno di un milione di posti di lavoro in Europa e le esportazioni UE oltreoceano aumenterebbero del 28%, con incremento delle vendite di beni e servizi negli USA per EUR 187 miliardi, guadagni all’economia UE di EUR 119 miliardi annui, incremento del PIL europeo di circa lo 0,5%, e conseguente aumento del reddito familiare medio in Europa di EUR 545 all’anno.

Le PMI italiane “lanciate” verso la “conquista” del mercato USA?: A parere dei fans peninsulari, il Ttip potrebbe rappresentare un’ottima opportunità specialmente per le piccole-medie imprese (PMI), sostenendo le produzioni e le esportazioni italiane, le quali stanno rappresentando sempre più negli ultimi anni un punto di forza - soprattutto nei settori merceologici del tessile-moda, design, meccatronica, automotive, alimentare - del nostro “sistema Paese”, il quale versa purtroppo in difficoltà sul mercato interno. Grazie al Ttip infatti, oltre ai dazi doganali che sono attualmente già particolarmente bassi tra UE e USA, saranno infatti rimossi anche gli ostacoli tecnici e regolamentari, i.e. le cosiddette “non-tariff barriers to trade”, che sono attualmente presenti sotto diverse forme ed in numerosi comparti (specialmente nell’agroalimentare, ma anche nell’automotive, etc.) nei quali l’Italia risulta essere esportatrice. In merito alle tariffe doganali, i sostenitori del Ttip sottolineano che se il dazio medio sulle importazioni risulta sovente basso, il dazio effettivo, ovvero quello sulla tipologia di prodotti importati ponderata per i volumi, è spesso molto più elevato; i prodotti italiani esportati verso gli Stati Uniti ricadrebbero frequentemente in questa descrizione.

L’abbattimento delle “barriere commerciali” non-tariffarie potrebbe quindi avvantaggiare le nostre PMI, in quanto siffatte barriere tendono a gravare su di loro in modo sproporzionato: le differenze di norme e regolamenti sui due lati dell’Atlantico costringono oggi le aziende a compiere passaggi aggiuntivi per realizzare un medesimo prodotto in due tipologie differenti per ciascuno dei due rispettivi mercati UE e USA, o a rispettare due diverse procedure; ciò avrebbe effetti positivi per nostri settori storicamente forti e nello specifico in crescita nel commercio con l’importante mercato statunitense: meccatronica, tessile-moda di lusso, design, alimentare (in parziale sofferenza per l’embargo imposto da Mosca in risposta alle sanzioni europee) e industria vinicola. In sostanza, in ragione dell’elevata incidenza delle voci export italiane nei settori in cui si concentrano i dazi doganali e le barriere non-tariffarie statunitensi, l’apertura dei mercati americani avrebbe per l’Italia maggiori benefici di quelli che potrebbe portare ad altri Paesi UE. 

Le supposte “marce in più” sui concorrenti stranieri: I benefici del Ttip per le imprese europee discenderebbero inoltre da una barriera protezionistica “differenziale”, data dalla intervenuta maggiore competitività dei prodotti UE negli Stati Uniti, e dall’altro lato americani nell’Unione Europea come conseguenza dell’eliminazione di dazi e barriere non-tariffarie al commercio. Tale barriera equivarrebbe ad un dazio (o misura di effetto equivalente) appunto “differenziale” sulle merci degli esportatori dei Paesi terzi esclusi dall’accordo Ttip; siffatta barriera protezionistica differenziale risulterebbe relativamente più efficace per l’Italia in ragione della minore competitività, sotto determinati aspetti, delle aziende italiane rispetto - ad esempio - ai produttori asiatici.

Pertanto, in considerazione dell’elevato peso relativo sull’export verso gli USA dell’industria meccatronica, moda, alimentari e bevande, con produzioni sensibili al prezzo ed esposte alla concorrenza asiatica, il “dazio differenziale” aiuterebbe quindi i prodotti italiani più di quanto favorirebbe quelli di un Paese con produzione a maggiore valore aggiunto o che esporta beni a domanda più rigida come è ad esempio la Germania; inoltre, l’elevata incidenza dell’effetto protezionistico degli standard tecnici e della regolamentazione americana sui settori caratterizzanti l’export italiano, porterebbe a maggiori benefici differenziali per l’Italia rispetto ad altri Paesi. 

Una “spirale virtuosa”?: Su scala comunitaria, l’abbattimento di dazi e barriere commerciali non-tariffarie porterebbe ad un minor prezzo del singolo prodotto scambiato dai firmatari del Ttip e ad un probabile acquisto di maggiori quantità dello stesso; come ulteriore effetto si avrebbe così un più elevato livello di produzione, di acquisto di beni strumentali, ed anche più investimenti per sopperire alla maggiore domanda. 

Please invest in Italy buddies, we are at your disposal: L’Italia, che è attualmente già meta più prediletta di investimenti esteri rispetto a qualche anno fa, potrebbe così mirare a diventare una delle primissime destinazioni UE di nuovi flussi d’investimento provenienti dall’altra sponda dell’Atlantico. 

Una Europa più “rule-maker” nell’arena del WTO: In tema di rilevanza strategica della UE all’interno del WTO, si consideri quanto segue: le annose difficoltà a raggiungere accordi su queste materie a livello globale-multilaterale (si pensi alle continue fasi di stallo nelle quali incorre a tutt’oggi la negoziazione collettiva WTO denominata “Doha Round Agenda”) sembrano volgere alla presa d’atto che l’approccio multilaterale è forse - per svariate ragioni - troppo difficile da percorrere. Tale constatazione finirebbe per danneggiare la stessa credibilità “politica” del WTO, organismo che resterebbe così “ridimensionato” quale semplice ente regolatore e risolutore di controversie, vedendosi però lentamente erosa la propria iniziale funzione negoziale - così come era stata pensata e stabilita nel secondo dopoguerra del ‘900.

Tali difficoltà di negoziazioni all’interno del WTO stanno di conseguenza spingendo i vari Stati del pianeta, ed anche l’Unione Europea, a concentrarsi sempre più su accordi bilaterali, regionali o plurilaterali. Gli USA, tra l’altro, hanno recentemente firmato (4 febbraio 2016) l’assai rilevante “Partenariato Trans-Pacifico” (in inglese “Trans-Pacific-Partnership”, o TPP) - il quale è un trattato di regolamentazione e di investimenti regionali tra numerosi Paesi dell'area pacifica e asiatica, ma che vede esclusa la Cina. La conclusione del Ttip darebbe alla UE, in considerazione anche del fatto che le economie UE e USA rappresentano insieme quasi la metà del PIL mondiale ed i rispettivi scambi commerciali costituiscono il flusso più importante del pianeta, la possibilità di divenire un primario “rule-maker” all’interno del WTO, condizionando così il contenuto anche di altri trattati commerciali, indipendentemente dalla circostanza che la UE prenda effettivamente parte o meno a tali accordi. Di tal guisa, la UE non correrebbe il pericolo che gli standard commerciali negoziati nel TPP ripieghino indirettamente i propri effetti sulla UE stessa (che sarebbe in tal caso costretta ad assumere - suo malgrado - un ruolo di “rule-taker”), ipotesi che invece si potrebbe verosimilmente verificare qualora il Ttip non dovesse essere siglato. Pertanto, un fallimento del negoziato Ttip “taglierebbe fuori” l’Europa dall’attuale processo di ridisegno delle relazioni commerciali in corso a livello internazionale. 

Il “Disegno” dell’Occidente nello “scacchiere” geopolitico mondiale: Sempre a livello “macro”, secondo alcuni il Ttip rappresenterebbe per il cosiddetto “Occidente” un’occasione imperdibile volta al seguente “disegno” geopolitico di grandi dimensioni strategiche:

Potrebbe infatti aiutare l’Europa a creare una “rete” che contenga la “minaccia” del peso relativo della Cina; Pechino si vedrebbe accerchiata da un’area “democratica” di mercato, militare e monetaria; 

Sotto la “sfera d’influenza” del Patto Transatlantico potrebbe in futuro entrare anche un’altra macro-area geografica come il Centro-Sud America: ampliare i legami tra USA e UE potrebbe voler dire avere validi strumenti per abbracciare sempre più sotto l’influenza atlantica anche questa zona del mondo, potenzialmente portatrice di grandi opportunità per l’UE e per l’Italia (si pensi all’Argentina, legata al nostro Paese da una grande affinità e ricca di materie prime, cultura e competenze in svariati settori).

 

Le ragioni del NO al Ttip (la legge del più forte): le multinazionali vincono con il “turbo-liberismo”  

Una piramide sociale sempre più “plutocratica”: Di primo acchito e massimizzando, gli USA starebbero conducendo le trattative da una posizione di forza rispetto alla UE (nonostante il PIL europeo complessivo sia superiore rispetto a quello statunitense), con il risultato che l’Europa finirebbe, con effetti nefasti per la popolazione, costretta ad accettare i desiderata degli USA abbandonando - in senso lato ed ancor più di quanto sia già avvenuto dal 2008 in poi - il proprio “modello sociale europeo”, riconosciuto in tutto il mondo e fatto di welfare, tutela del posto di lavoro, salari dignitosi, qualità e sicurezza dei prodotti (alimentari e non). Entrare con il Ttip - progetto “dettato” (secondo i suoi numerosi oppositori) dalle “élites” transatlantiche - in aree di libero scambio sempre più grandi equivarrebbe “a mettere a nuotare i nostri figli in una piscina piena di coccodrilli”, con la conseguenza scellerata di causare il peggioramento delle condizioni di vita di milioni di europei già colpiti duramente dalla crisi finanziaria iniziata nel 2008 e dalle conseguenti recessive politiche di austerità. Il libero commercio sarebbe infatti una ”ideologia” dei “potenti” (e.g. le multinazionali), che non temono la concorrenza dell’arrivo senza barriere di merci dall’estero in quanto si trovano già stabilmente nella posizione di consolidati leader mondiali e hanno quindi soltanto da beneficiare dalla stesura di accordi “simmetrici” di libero scambio commerciale. 

L’appello di un premio Nobel per l’economia: In occasione di una lectio magistralis tenutasi un paio di anni fa nell’aula dei gruppi parlamentari della Camera Italiana, il Professor Joseph Stiglitz ha sostenuto che “l’accordo di libero scambio tra UE e Stati Uniti è iniquo. L’Europa non dovrebbe firmarlo”. Ciò in quanto si tratta - sempre a parere di Stiglitz - di un accordo la cui intenzione sarebbe di eliminare le regole per la tutela dell’ambiente, della salute, dei consumatori, dei lavoratori. L’economista accusa poi “le grandi imprese di entrambi i lati” di volere questo trattato perché garantirebbe loro “profitti maggiori”; con il risultato che “i costi in termini per la salute, l’ambiente, la sicurezza dei cittadini sarebbero enormi”. E tali costi non sarebbero valutabili, poiché in atto un tentativo di “sottrarre il trattato al processo democratico, invece di avere un dibattito su questi temi”. Secondo Stiglitz infine, il trattato “mina le tutele che europei e statunitensi hanno creato in decenni e accresce le disuguaglianze sociali, dando profitti a pochi gruppi multinazionali a spese dei cittadini”.

La “potenza di fuoco” dei “conquistatori” a stelle e strisce: Per un Paese come l’Italia che è basato su di un tessuto produttivo solido ma composto in larghissima misura (ben più che in Germania e Francia) da PMI, vi sarebbe il rischio concreto che le nostre imprese vengano “schiacciate” dalla dura concorrenza del flusso di merci provenienti dalle grandi multinazionali USA, che potrebbero giocare anche sul vantaggio competitivo di maggiori economie di scala a nocumento del “più piccolo e debole”. In particolare per quanto concerne l’agricoltura, con l’entrata in vigore del Ttip l’esportazione in Europa delle imprese USA si rivolgerebbe su vasta scala - a mezzo delle proprie enormi multinazionali (quali e.g. Monsanto) - verso tale settore, il quale in Italia è importante a livello locale ma non particolarmente competitivo sui mercati internazionali; le nostre numerose imprese agricole piccole e medie verrebbero così messe sotto scacco dalla “potenza di fuoco” dei grandi gruppi USA.  

I “giorni delle locuste” - l’abbassamento generalizzato degli standard qualitativi: Attraverso la previsione della “cooperazione normativa”, potrebbe essere pregiudicata la tutela della salute, la quale in Europa si fonda sul principio giuridico cosiddetto “precauzionale”, il quale verrebbe ora minacciato dal Ttip.

Nel corso degli anni Novanta del secolo scorso hanno cominciato a confrontarsi due diverse concezioni legate alla sicurezza alimentare, che - in via di semplificazione - possono dirsi rappresentate proprio dalle contrapposte posizioni degli USA e dell’UE: la concezione americana, basata su di un approccio che si potrebbe definire “preventivo”, considera la sicurezza alimentare sì un fine verso cui tendere per rendere giustizia alle esigenze legate alla salute umana, ma che non deve però spingersi fino a mettere al bando prodotti destinati al consumo umano la cui possibile o probabile dannosità non sia stata già adeguatamente scientificamente provata; dall’altro lato invece, la concezione europea, basata su di un approccio definibile come “precauzionale”, vede nella sicurezza alimentare (e non solo) un obiettivo da raggiungere di per sé e che deve comportare la tendenziale ricerca (appunto “precauzionale”) di un livello di rischio minimo, legato alla messa in commercio e all’utilizzo di sostanze destinate al consumo umano. In base alla concezione europea quindi, il fine della sicurezza alimentare dovrebbe essere tendenzialmente sempre raggiunto, anche - se del caso - mettendo al bando prodotti circa i quali la dannosità per la salute umana sia solamente realisticamente possibile, sebbene non fornita di piena prova scientifica. 

Segue: un “pollo al cloro” per favore: Al sopraesposto concetto giuridico dello stringente principio europeo di “precauzione” si legano i dibattiti in corso sui cosiddetti “pollo clorato” e “carne agli ormoni” di importazione USA, nonché sugli organismi geneticamente modificati (OGM) in agricoltura, nell’allevamento e nei prodotti alimentari, e sui pesticidi. L’attenzione di Bruxelles non è infatti concentrata solo su particolari tipi di prodotti a rischio, ma anche sulle tecniche di produzione e sulle caratteristiche fisico-chimiche di tali merci, i cui parametri sono contenuti in vari accordi WTO internazionali, ed in particolare nell’”Accordo sull’applicazione delle Misure Sanitarie e Fitosanitarie” (SPS) e nell’”Accordo sulle Barriere Tecniche al commercio” (TBT), nonchè nel “Codex Alimentarius” della “Food and Agriculture Organization of the United Nations” (FAO).

Si può quindi sostenere che il Vecchio Continente abbia - fino ad ora - intrapreso negli anni una strada particolarmente severa sul piano della tutela della salute; a tale proposito, si noti che tra i temi che sarebbero soggetti dal Ttip a disciplina normativa transatlantica comune vi potrebbero essere proprio anche quelli delicati degli OGM, oltre che dell’uso dei pesticidi, degli antibiotici, degli animali discendenti da cloni, dell’obbligo di etichettatura del cibo, delle soglie per la valutazione del danno ambientale delle imprese, dell’uso indiscriminato del cosiddetto “fracking” per estrarre il gas di scisto, della protezione dei brevetti farmaceutici – tutti ambiti nei quali la legislazione europea offre al cittadino-consumatore tutele di salute alquanto maggiori rispetto a quanto avviene negli USA. 

Segue: qualità agro-alimentare italiana o soltanto “Italian sounding” Yankee?: Gli Stati Uniti non riconoscono i marchi che contraddistinguono le eccellenze agroalimentari europee come l’Igp (Indicazione geografica protetta) e la Dop (Denominazione di origine protetta). L’Italia, con circa 270 Igp e Dop, è il Paese europeo con il maggior numero di prodotti protetti. Collegato al mancato riconoscimento delle certificazioni europee oltre l’Atlantico, negli Stati Uniti ha inoltre, ormai da parecchi anni, preso sempre più largamente piede il fenomeno di contraffazione imitativa di prodotti italiani (anche se protetti da indicazioni geografiche o denominazioni di origine) con attaccamento “parassitario” alla qualità italiana a mezzo del cosiddetto “Italian sounding”: i.e. prodotti che richiamano l’Italia e/o uno specifico prodotto italiano (e.g. storpiandone il nome) attraverso l’utilizzo di parole, colori, immagini e riferimenti geografici, inducendo così il consumatore ad associare erroneamente un prodotto made in USA con un prodotto italiano. Va da sé che tale imitazione evocativa dei prodotti italiani sia causa di un consistente danno economico alle aziende del settore che operano negli Stati Uniti.

Ed il Ttip entra in gioco in quanto le lobbies americane non vogliono accettare il tentativo europeo di limitare, nell’ambito del trattato, la commercializzazione dei prodotti USA che siano “European sounding” (si pensi al formaggio “feta” greco, spesso presente in formato “made in USA” sugli scaffali degli ipermercati americani), in quanto tale misura verrebbe giudicata “protezionista” e una barriera non-tariffaria. La (negativa per i nostri produttori agro-alimentari) prospettiva di accordo nel TTIP sarebbe quindi (da quanto è dato sapere) quella di obbligare - da una parte - i prodotti statunitensi ad avere indicata in etichetta l’origine del prodotto, senza alludere però alle indicazioni geografiche europee corrispondenti (!), ed in cambio - dall’altra parte - l’Europa dovrebbe consentire l’esportazione nell’UE di tali prodotti USA “European sounding”, sinora vietati.

Il contraccolpo negativo europeo (ed in particolare ciò vale in Italia) sarebbe almeno duplice:

-   i consumatori europei (impoveriti dal 2008 in poi) troverebbero a minor prezzo per la prima volta sugli scaffali dei supermercati prosciutti, formaggi e salumi con lo stesso nome di quelli europei a loro familiari, ma con uno standard qualitativo ben minore; per ragioni prettamente economiche, finirebbero però spesso ugualmente per vertere sul prodotto di minore qualità made in USAe ciò con eventuali danni alla salute delle persone;

-     le imprese locali europee del settore agro-alimentare, portatrici di una spesso secolare tradizione di qualità, verrebbero così svilite e messe - per giunta “a casa loro”... - ai margini del mercato UE a causa della maggior competitività sui prezzi dei concorrenti USA. 

Segue: Europa non restare senza batter ciglio! - proprio ora che si è appena svolta EXPO …: Va rilevato che obiezioni al Ttip in tema di settore agro-alimentare sono state già avanzate anche dal Parlamento Europeo a mezzo di una risoluzione del 23 maggio 2013, nella quale Strasburgo ha sottolineato “la delicatezza di certi settori delle negoziazioni, come quello agricolo, dove le posizioni e le percezioni sugli OGM, la clonazione e la sicurezza del consumatore tendono a divergere tra UE e USA”. In molti sostengono che il Parlamento Europeo debba continuare a muoversi in tale direzione anche e soprattutto nei prossimi decisivi mesi per le sorti del Ttip. Non farlo, in particolare per l’Italia che ha da poco compiuto grandi sforzi (anche economici) per organizzare a Milano EXPO 2015 focalizzata proprio sull’asse principale del diritto ad un'alimentazione sana e sicura, nonché sul valore del cibo come espressione di una cultura e quale veicolo di socializzazione, oltre che su varie tematiche legate alle attività produttive agricole, sarebbe un autentico “suicidio”. 

La privatizzazione dei servizi pubblici primari “immolati al profitto” delle imprese: la definizione di "servizio pubblico" adottata nel Ttip si baserebbe sulle seguenti due negazioni:

-          Non è servizio pubblico, quello la cui erogazione può essere effettuata anche da soggetti diversi dallo Stato (in senso lato);

-           Non è servizio pubblico, quello per la cui erogazione è previsto un corrispettivo economico, anche se una tantum.

-          Ne consegue quindi che, ai sensi del Ttip, servizi da sempre considerati quali “pubblici” come l'istruzione e la sanità non verrebbero più considerati “servizi pubblici”, in ragione del fatto che possono essere erogati anche da soggetti privati; e la stessa “sorte” toccherebbe anche all'acqua, l'energia, i rifiuti e il trasporto pubblico, considerando che per la loro erogazione è previsto il versamento di una tariffa.

-       Resterebbero invece “servizi pubblici” e.g. l'amministrazione della giustizia, la difesa, l'ordine pubblico e la definizione delle rotte aeree internazionali; al riguardo, è importante rilevare che tali settori sono proprio quelli circa i quali gli USA hanno più interesse (in particolare per le voci public procurement legate alla “difesa”) a impedire ad imprese UE d’inserirsi nella competizione per gli appalti negli States. 

La privatizzazione dei servizi pubblici a mezzo del Ttip avverrebbe e.g.:

-     Passando dagli "elenchi positivi", sinora utilizzati negli accordi commerciali, agli "elenchi negativi"; ovvero, mentre sinora erano i Governi a stabilire quali servizi mettere sul mercato, ora tutti i servizi sarebbero soggetti a privatizzazione, salvo quelli contenuti in esplicite eccezioni;

-      Adottando le clausole "standstill" e "ratchet": la prima prevede l'impegno a non adottare nella legislazione nazionale misure più restrittive rispetto a quelle previste nel Ttip; la seconda prevede che un Paese non possa reintrodurre una determinata “barriera” precedentemente rimossa su un determinato settore. E ciò con buona pace del referendum sull'acqua pubblica in Italia (2011), nonché di tutti i processi di ri-municipalizzazione del servizio idrico in corso in diversi Paesi UE;

-      Rendendo obbligatoria la gara internazionale per ogni appalto pubblico.

Va da sé che la logica d’azione di un imprenditore privato sia differente da quella dello Stato, essendo la prima basata principalmente sul profitto: il risultato per i cittadini potrebbe quindi concretizzarsi in servizi pubblici che diverranno sempre più onerosi e non più necessariamente adeguatamente “garantiti”, laddove l’erogazione di tale servizio dovesse risultare in una perdita economica per il gestore del servizio stesso (differentemente da quello che invece avviene oggi con i servizi pubblici primari che devono essere sempre e comunque garantiti dallo Stato-gestore degli stessi). 

L’Europa “cinesizzata” del ventunesimo secolo: Nel processo di smantellamento delle barriere non-tariffarie al commercio si potrebbe verificare un’ulteriore “pressione al ribasso” della tutela delle condizioni di lavoro e delle politiche sociali in Europa – il tutto a vantaggio delle imprese multinazionali sia americane che europee, che avrebbero così un contesto giuslavoristico UE “più flessibile” e a loro favorevole; ciò si verificherebbe anche come conseguenza del fatto che le tutele nel mercato del lavoro sono negli USA notoriamente più lasche rispetto alla regolamentazione europea. A tale riguardo, si noti che gli USA hanno rifiutato di ratificare alcune fondamentali convenzioni dell’ “International Labour Organization” (ILO) in materia sindacale e di libertà di associazione. 

La “fuga” delle grandi imprese verso “lidi lontani”: Secondo il parere di alcuni, con l’abbattimento dei dazi doganali le grandi imprese multinazionali statunitensi potrebbero essere in grado di accedere - senza “pagare dazio” in dogana - al vasto mercato di consumo europeo producendo non solo negli Stati Uniti (dove il costo complessivo del lavoro è comunque più conveniente rispetto alla stragrande maggioranza dei Paesi europei), ma - sfruttando anche l’Accordo nordamericano per il libero scambio denominato “North American Free Trade Agreement” (NAFTA), anche in Messico, ove il costo del lavoro è ancora più basso che negli USA e soprattutto assai più economico rispetto alla UE. Ancora non è dato capire se tale tendenza potrebbe effettivamente verificarsi, dipendendo ciò in parte da come il Ttip regolerà la disciplina delle cosiddette “rules of origin” dei prodotti, le quali stabiliscono la provenienza geografica di un bene incidendo così sulle tariffe daziarie in dogana. Potrebbe quindi venire meno la necessità stessa per tali grandi imprese USA (ma di fatto anche UE) di produrre sul suolo comunitario per poter poi vendere all’interno del mercato UE ad un prezzo finale competitivo e che sia al medesimo tempo redditizio per loro stesse; in Europa si potrebbero di conseguenza perdere, con un “effetto domino” che coinvolgerebbe anche le imprese fornitrici locali, numerosissimi posti di lavoro. 

Il “tribunale privato” per le (e delle) multinazionali: Ad essere particolarmente dibattuto è poi il meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitore e Stato denominato “Investor State Dispute Settlement” (ISDS), il quale rappresenta ormai una pratica consolidata nella politica internazionale degli investimenti, essendo uno strumento presente nella stragrande maggioranza degli accordi commerciali internazionali a tutt’oggi negoziati e firmati, ed avendo già una lunga storia; l’ISDS è infatti nato quale strumento per difendere le imprese straniere dalle espropriazioni negli anni della decolonizzazione e trovando in generale applicazione per investimenti in giurisdizioni aventi un sistema giudiziario/legale corrotto e poco affidabile.

Secondo i critici dell’ISDS (la rinomata pubblicazione tedesca “Die Zeit” lo ha addirittura definito come una “previsione diabolica”), tale strumento si sarebbe però trasformato con il tempo in un’arma al servizio delle multinazionali, descritto quale un “tribunale privato” che presenterebbe numerose lacune e punti oscuri dal punto di vista della trasparenza e della garanzia democratica. Per tali ragioni, la decisione iniziale circa la sua inclusione nel Ttip è stata, da subito, la leva su cui – da diverse parti e con differenti motivazioni – in molti oppositori del trattato hanno insistito, spesso nel tentativo di fare saltare l’intero accordo Ttip. In tal modo, si dà infatti ad un’impresa la possibilità di opporsi direttamente lei stessa, tramite un organismo esterno di risoluzione delle controversie istituito ad hoc, alle singole leggi nazionali o europee, con il risultato che il diritto pubblico nazionale e comunitario verrebbe così di fatto “privatizzato”. Inoltre, con specifico riferimento all’ISDS applicato al Ttip, in democrazie occidentali avanzate quali sono gli USA e la UE non vi è alcun bisogno di apporre ulteriori protezioni legali “altre” rispetto ai Tribunali ordinari; e questo perché sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea hanno già di per loro un sistema giuridico di risoluzione delle dispute investitore-Stato solido e sviluppato, e la macchina giudiziaria ordinaria dei rispettivi Stati sovrani può definirsi neutra e imparziale.

Un aggiuntivo rilevante appunto che viene avanzato dai detrattori dell’ISDS consiste nel fatto che la mera presenza di tale strumento di risoluzione di eventuali controversie tra investitori e Stati avrebbe l’effetto di “influenzare” a priori la funzione legislativa (ad esempio in materie delicate per il pubblico interesse quali lavoro, ambiente, educazione, sanità e risorse naturali) dei singoli Stati europei e della UE, che - sotto la concreta minaccia del possibile ricorso all’ISDS da parte di un investitore statunitense - perderebbero così piena autonomia nel legiferare per il bene ultimo della propria collettività.  

I difensori dello strumento ISDS rispondono alle critiche indicando i vantaggi di tale meccanismo “terzo” quale sistema agile ed efficace - meno influenzato da logiche interne al Paese ospitante - e che permetterebbe di non ingombrare la via diplomatica con lunghe e complicate dispute internazionali tra Governi offrendo invece ad un’impresa la possibilità di fare causa ad uno Stato senza rischiare di essere giudicata attraverso la “macchina” giudiziaria ordinaria dello stesso Stato che l’avrebbe danneggiata/espropriata nel proprio investimento, aggirando perciò in tal modo ogni rischio di “politicizzazione” del procedimento giudiziario ordinario stesso, ed ottenendo così attraverso l’ISDS un giudizio “giusto ed equo”, nonché la libertà di poter rimpatriare i capitali legati all’investimento.

A proposito dell’ISDS, è importante infine rilevare che nel corso del dodicesimo round di trattative recentemente conclusosi la UE ha presentato agli USA una proposta di strumento di risoluzione delle controversie differente rispetto al modello dell’ISDS così come tale meccanismo era stato inizialmente previsto; nella proposta europea, il sistema sarebbe molto più simile ad un Tribunale ordinario, con giudici di carriera in luogo di arbitri e la possibilità di appellare la decisione dell’organismo decisorio. 

E se i dati macro-economici di un “radioso avvenire” fossero davvero stati “drogati”?: Da non trascurare sono poi le previsioni negative per la UE sugli effetti macro-economici del Ttip effettuate dal centro di ricerche austriaco “Österreichische Forschungsstiftung für Internationale Entwicklung“ (ÖFSE). Secondo l’ÖFSE infatti l’abolizione delle barriere tariffarie farebbe perdere al budget europeo EUR 2,6 miliardi annui, mentre l’occupazione non aumenterebbe affatto, e la disoccupazione resterebbe stabile in conseguenza della riorganizzazione dei mercati dettata dall’invasione di prodotti statunitensi. L’ÖFSE prevede quindi “pochi benefici economici, ma molti rischi e costi potenziali”. Per quanto concerne poi specificatamente l’Italia, delle circa 210 mila imprese che esportano, le prime dieci deterrebbero il 72% dell’export totale; pertanto, a beneficiare dei maggiori scambi commerciali sarebbero soprattutto le multinazionali e grandi imprese, ben più delle PMI. 

Infine, per correttezza di esposizione, si sottolinea che una parte dei detrattori del Ttip (così come il trattato è stato fino ad oggi prospettato e negoziato) non escludono a priori che un accordo commerciale con gli Stati Uniti possa anche essere effettivamente positivo per l’Italia e l’Europa, ma ciò soltanto a condizione che questo sia condotto con assoluta trasparenza, tutelando il parere vincolante dei cittadini in luogo degli interessi economici dei grandi gruppi, e livellando verso l’alto e non verso il basso (come si teme) i diritti delle persone e la tutela dell’ambiente.

 

Il “deserto di silenzi” ed il diritto a sapere e partecipare del nostro Popolo 

In conclusione, avendo esaminato alcuni pro ma soprattutto contra al Ttip, tengo qui a sollecitare l’urgente (siamo ancora in tempo) necessità che anche nel “da altro distratto” Belpaese la politica e i media a larga diffusione prestino la dovuta attenzione a un accordo che, se concluso, produrrà effetti significativi sulle vite dei cittadini. Un accordo commerciale di rilevanza forse addirittura “epocale” quale è il Ttip deve essere materia di pubblico dibattito in una grande Nazione fondatrice dell’Unione Europea come è l’Italia. 

Si pensi che in Germania il Ttip è da anni oggetto di acceso confronto - e fa riflettere il fatto che la Germania è forse il Paese che, per la marcata proiezione esterna della sua economia con una struttura industriale complementare a quella americana e con una quota di export di quasi il 10% verso gli USA, potrebbe eventualmente beneficiare più di tutti in Europa dalla firma del trattato. Le critiche avanzate da una parte consistente della comunità intellettuale tedesca e dall’associazionismo della società civile sono sovente alquanto aspre ed a Berlino nell’ottobre 2015 sono scese in piazza a protestare contro il Ttip ben 250.000 persone, provenienti anche da altri Paesi d’Europa. Secondo una rilevazione della rivista tedesca “Spiegel”, oggi meno del 20% dei tedeschi sarebbe favorevole al Ttip e il 33% del popolo germanico è apertamente contrario, mentre sono invece pronti a firmarlo, come era forse prevedibile, i grandi gruppi industriali della “Bundesverband der Deutschen Industrie” (i.e. la Confindustria tedesca).

Perché, e questo “perché” è una domanda questa volta sì strettamente mia personale, in Italia il tema – con l’attuale Governo “silenzioso” capofila tra i sostenitori della firma a stretto giro del Ttip – non viene, ad esclusione di parte dell’opposizione politica (Matteo Salvini in maniera decisamente efficace) quasi mai adeguatamente trattato nel dibattito politico nazionale ed in TV/sui principali giornali? La gente ha il legittimo diritto di essere informata su ciò che di assai rilevante si negozia a Bruxelles per nostro conto; urge inoltre un serio dibattito parlamentare, nonché un incontro istituzionale tra i rappresentanti della società civile ed il Governo.

Il Ttip è un accordo che modificando questioni apparentemente soltanto “tecniche” quali e.g. i dazi doganali e le barriere non-tariffarie, di fatto potrà incidere, qualora venga concluso, su fondanti valori della nostra comunità sociale quali la tutela della salute e dell’ambiente, la protezione dei consumatori e dei lavoratori – con il risultato che potrebbe vedersi, almeno in buona parte, mutato in peggio il nostro stesso “stile di vita europeo” così come lo abbiamo conosciuto e imparato ad amare.

 

bracchidaniDaniele Bracchi

avvocato in Milano