Cittadinanza e ius soli: le ragioni di un NO - L. Galantini

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iussoliIn tempi di democrazia, l’autorità politica viene a godere di un potere fortissimo: attraverso la Costituzione e le leggi essa può imporre un indirizzo ideologizzato al complesso dei principi fondanti di uno Stato; le leggi stesse si tramutano in documenti dottrinali – se non dogmatici -  in grado di predicare una visione unilaterale, faziosa e ideologizzata dello Stato a scapito delle libertà fondamentali del cittadinoIl potere politico, spiega Alexis de Tocqueville nel saggio “La democrazia in America”, impone la propria opinione e la fa penetrare negli animi attraverso una gigantesca pressione mediatica sull’intelligenza di ciascuno: il risultato è che la legge oramai crea il costume, e non più il costume crea la legge, calpestando con un tratto di penna il complesso patrimonio “prepolitico” di identità culturali, valoriali, linguistiche, religiose su cui riposa il consenso alla legge in ogni società civile. 

La conseguenza sotto il profilo politico-istituzionale di questa défaillance dello spirito critico del cittadino è presto profetizzata dall’autore: “a cittadini del genere non c’è bisogno di strappare i diritti che posseggono: essi stessi se li lasciano volentieri sfuggire”( La Democrazia in America,II,pagg.589 segg.). Le parole di Tocqueville si adattano alla perfezione all’operazione mediatica avviata a favore della riforma dello status di cittadinanza da parte del governo che con un tratto di penna ha la presunzione di cancellare lo ius sanguinis su cui si fonda l’identità di ogni società civile ed il suo stato di diritto: non pare affatto che la ragione vada con naturalezza nella direzione espressa dall’indirizzo di governo a favore dell’introduzione dello ius soli in luogo dell’attuale ius sanguinis. 

Procediamo con ordine. Il progetto di riforma del governo Renzi sulla concessione della cittadinanza è attualmente in itinere tra Camera e Senato, ma sono già ben individuate le linee guida di tale progetto, basate sull’introduzione del cosidetto ius soli temperato e dello ius culturae. In sintesi acquista la cittadinanza chi è nato nel territorio della repubblica italiana da genitori stranieri, di cui almeno uno sia in possesso del permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo. Tale permesso viene rilasciato se la persona extracomunitaria sia titolare di un permesso di soggiorno in corso di validità da almeno cinque anni. Per ottenere la cittadinanza c'è bisogno di una dichiarazione di volontà espressa da un genitore o da chi esercita la responsabilità genitoriale all'ufficiale dello stato civile del Comune di residenza del minore, entro il compimento della maggiore età. 

Il cosidetto ius culturae prevede invece che può ottenere la cittadinanza il minore straniero, che sia nato in Italia o sia entrato nel nostro Paese entro il compimento del dodicesimo anno di età, che abbia frequentato regolarmente, per almeno cinque anni nel territorio nazionale uno o più cicli presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione. Nel caso in cui la frequenza riguardi il corso di istruzione primaria, è necessaria la conclusione positiva di tale corso. Sono molteplici i limiti e le discrasie che questo modello semplicistico di integrazione dei processi multietnici e multiculturali – oggettivamente innegabile in codesta fase storica di globalizzazione delle società civili – denuncia. 

La cittadinanza, secondo il diritto costituzionale, è uno status – non un mero diritto – cioè non è una facoltà riconosciuta dal legislatore di cui può disporre il singolo individuo a sua libera discrezione e piacimento. Infatti con l’acquisto della cittadinanza la persona entra a far parte del “popolo” italiano, come afferma uno dei più celebri costituzionalisti italiani, il Barile, ed è chiamata a precisi doveri nei confronti della Stato, tra cui in primo luogo la fedeltà ai valori della Repubblica (art.53) ed il concorso alla spesa pubblica (art.54). Ciò significa che si richiede dal diritto stesso, dalla Costituzione – ai fini della concessione della cittadinanza – la condivisione di una complessità di valori identitari, etici, politici, culturali e linguistici che non sono viceversa oggetto di considerazione adeguata negli strumenti normativi previsti dalla riforma dello ius soli. 

Giusto un esempio:  la conoscenza adeguata della lingua italiana e la condivisione dei valori civici fondanti la Repubblica non si attestano adeguatamente certamente con il modestissimo approssimativo sbrigativo esame di lingua italiana ad oggi praticato nelle prefetture. A titolo di esempio si consideri che in Israele lo Stato organizza corsi intensivi di lingua e di educazione civica che gli immigrati regolari – ovverosia i futuri potenziali cittadini – sono tenuti a frequentare obbligatoriamente.

Si consideri poi il tema – sempre in ambito educativo dell’istruzione - della adeguata conoscenza e condivisione dei valori fondanti la Repubblica che si traducono nei corsi di educazione civica: se infatti l’integrazione culturale non può essere sinonimo dell’abbandono delle proprie tradizioni ed assimilazione tout-court dei modelli occidentali dello stato di diritto liberale, è di palese evidenza che coloro i quali desiderino diventare cittadini italiani non possano sottrarsi a qualsiasi integrazione o koinè culturale incentrata sulla primazia dei diritti e delle libertà fondamentali della persona.

Ora, la riforma che introduce lo ius soli ignora in misura sorprendente e semplicistica la necessaria predisposizione degli strumenti educativi di istruzione che “accompagnino” il cittadino extracomunitario nel percorso di conoscenza e condivisione dei valori fondanti della sua futura patria. 

Ancora: le nostre istituzioni da decenni promuovono legittimamente l’allungamento del percorso formativo del ciclo di istruzione dell’obbligo, alzando sempre più “l’asticella” degli anni che lo studente italiano deve necessariamente frequentare a scuola. Il ciclo della scuola dell’obbligo oramai contempla un percorso di dieci anni per gli studenti italiani. Ciò nel quadro del necessario adeguamento agli standard di istruzione sempre più elevati in una società tecnologica inesorabilmente concorrenziale come è l’Europa, in cui l’Italia è tra i fanalini di coda. Ebbene ai fini della concessione della cittadinanza secondo lo ius culturae appare sufficiente che il giovane minorenne straniero abbia frequentato un ciclo formativo di soli cinque anni. 

Se le cose stanno in questi termini – ed è ragionevolmente inoppugnabile ritenerlo –  è evidente che non sia sufficiente nascere sul territorio italiano per poter vantare automaticamente la cittadinanza italiana ed i benefici, i diritti ed i doveri che ne derivano. 

La questione posta in questi termini non appaia provocatoria: infatti numerosi autorevoli studiosi di istituzioni politiche e organizzazioni internazionali, da R. Robertson a Susan Strange, sostenitori della teoria del declino della sovranità degli Stati nazionali e della formazione della “democrazia globale”, transnazionale ed immune da connotazioni territoriali si sono ricreduti in quest’avvio di millennio, riconoscendo la profonda valenza delle identità culturali e territoriali come fattori di stabilità ed inclusione sociale degli Stati. Ancora, e non casualmente, il noto politologo liberal Giovanni Sartori –  sulle pagine del Corriere della Sera – già tempo addietro cestinò l’iniziativa a favore della introduzione dello ius soli nella legge italiana, spiegando come questo strumento normativo si adatti a modelli costituzionali di stati “giovani”, originariamente multietnici e multiculturali quali gli Stati Uniti. Sottolinea opportunamente Sartori che lo ius soli e lo ius sanguinis sono modelli di concessione dello status di cittadinanza che vantano pari dignità razionale, ma che debbono essere rettamente collocati nel quadro dei differenti processi di formazione storico culturale di ogni Stato sovrano. 

La profonda valenza di queste identità culturali, linguistiche e territoriali come fattori di stabilità ed inclusione sociale è sottolineata dal sociologo e filosofo Zygmunt Bauman e dal Premio Nobel Amartya Sen, che paventano i tremendi rischi di una società “liquida” priva di riferimenti identitari ed in balia degli esiti oggettivamente ad oggi non esaltanti, quanto icasticamente drammatici  - sotto il profilo delle politiche legislative di integrazione nazionale in Europa – del melting pot multietnico e multiculturale. 

Lo stesso leader del governo tedesco, la Cancelliera Merkel, si è espressa al riguardo in modo molto eloquente, riconoscendo il fallimento del modello del multiculturalismo in Germania  avanti l’assemblea della CDU,il Partito cristiano-democratico tedesco. Oggettivamente – potremmo aggiungere – si tratta di constatare l’inesistenza di qualsivoglia strategia strutturale politico-legislativa da parte della UE nella tutela del complesso diversificato patrimonio di identità valoriali culturali su cui si regge l’Europa, racchiuse nei cosiddetti “principi di Copenaghen” che pongono lo stato di diritto e la democrazia come presupposti del diritto comunitario. 

Un interessante studio a suo tempo condotto dal Pew Global Attitudes Project (www.pewglobal.org) conferma purtroppo questo assunto, ovverosia il fatto che la concessione della cittadinanza non garantisca ipso facto il processo di integrazione e condivisione del patto sociale su cui si fonda il rispetto delle leggi degli Stati: in altri termini la cittadinanza non garantisce automaticamente una koinè identitaria condivisa da una società civile multiculturale. Nel Regno Unito oltre i due terzi dei cittadini di fede musulmana si considera detentore in primis di una identità islamica, e solo un misero dieci per cento si qualifica innanzitutto britannico. Ciò vale anche per la Germania e la Spagna, ove il sentimento di appartenenza a tali Paesi è di gran lunga obnubilato dalla prevalente attestazione di appartenenza ad una precisa forte identità religiosa culturale quale è l’Islam, che si concepisce, non dimentichiamolo, al tempo stesso come Stato, religione e società civile (din, dunya, dawla): si legga al riguardo il saggio di Maurice Borrmans “Convergenze e divergenze tra le Dichiarazioni universali dei diritti dell’uomo del 1948 e le recenti Dichirazioni dei diritti dell’uomo nell’Islam” contenuto nella Rivista Internazionale dei diritti dell’uomo, 12, 1999. 

Recentemente, il politologo statunitense Samuel Gregg, dell’Acton Institute, poneva efficacemente questa utilissima provocazione: il fatto che la maggior parte dei migranti attualmente in aumento in Europa provenga da contesti religiosi e culturali molto diversi dalle radici storiche proprie dell’Europa ha inevitabilmente indotto molti a chiedersi se alcuni di questi immigrati, possono – o sono disposti a – integrarsi nelle società europee che presumibilmente vogliono rimanere distintamente occidentali nei loro valori e istituzioni. Dagli anni ‘60, molti migranti in nazioni come Svezia, Belgio e Francia non si sono integrati pur avendone acquisito la cittadinanza. In alcuni casi, vivono esistenze quasi extraterritoriali, in cui si alimenta sottotraccia un binario giuridico parallelo di organizzazione della società civile, cosa nota a chiunque abbia visitato les banlieues di città come Bruxelles, Parigi o Stoccolma. 

Seconda osservazione: prova provata che la cittadinanza è concetto giuridico e socio-politico ben più complesso di un mero diritto è il fatto che la stessa UE neghi l’acquisto della cittadinanza del Paese di residenza ai cittadini di altri Paesi membri dell’Unione stessa, anche se presenti da anni, ma si rimetta alla legislazione dei singoli Stati di appartenenza: in buona sostanza, paradossalmente i cittadini degli Stati UE si troveranno “discriminati” laddove intendessero acquisire la cittadinanza italiana rispetto a persone appartenenti a Stati extracomunitari. 

Insomma, in un’ottica di buon governo della società civile, da sempre in  ogni patto sociale prima si richiede la condivisione di un patrimonio identitario valoriale su cui si regge la pacifica convivenza dei suoi membri. La cittadinanza incarna tale patrimonio identitario valoriale in quanto è la base, il pilastro pregiuridico, quindi culturale e filosofico che giustifica il concetto stesso di Stato attraverso la definizione di un popolo. 

I diritti infatti sono sempre riconducibili ad un popolo, e questo ad un territorio (elementi peraltro fondamentali, assieme alla sovranità, dello Stato, secondo il diritto costituzionale), e dunque ogni ipotesi di ridefinizione della cittadinanza non si risolve semplicisticamente con lo strumento pur legittimo dello ius soli, ma richiede una ben altra congegnata riflessione costituzionale e ben altra proposta culturale che sappia considerare adeguatamente i valori comuni identitari di nazione, popolo, lingua e financo religione nella cornice primaria e irrinunciabile della primazia dei diritti e delle libertà fondamentali della persona umana così come definiti dalla Costituzione e dai principali strumenti giuridici internazionali, partendo dalla Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo. 

Lo stesso diritto di voto alle elezioni politiche si lega non tanto alla permanenza sul territorio straniero di una persona, quanto alla sua partecipazione alla costruzione della respublica e della communis opinio di una società civile: per questo è necessario che possegga la cittadinanza. L’adempimento degli obblighi fiscali verso lo Stato di residenza, insomma il pagamento delle tasse, in sé è elemento positivo, ma certamente non sufficiente per legittimare l’acquisto del diritto di voto. In caso contrario la cittadinanza risulta strumentale e non favorisce l’integrazione. Esattamente ciò che ha osservato con pragmatica ragionevolezza il magistrato Grasso, Presidente del Senato. 

Sono convinto che abbia un innegabile contenuto di verità l’affermazione – per quanto paradossale possa apparire - che per «per essere multietnici bisogna essere monoculturali». Con il termine monoculturale si intende esattamente la irrinunciabile primazia di quei tratti ed istituti normativi costituzionali che - garantendo in primis la libertà dell’individuo – permetta l’esistenza di una società civile che sappia tutelare il pluralismo delle società multietniche. In questo senso il melting-pot statunitense è, per eccellenza, "monoculturale" (è questo uno degli aspetti della civil religion americana tanto apprezzata da Toqueville) quanto per eccellenza multietnico in quanto non tollera assolutamente che le convinzioni valoriali e tradizioni culturali di chi assuma la cittadinanza americana possano derogare al dettato costituzionale. Questa primazia dovrebbe essere riconosciuta espressamente nei luoghi deputati, istituzionali e non, dalle culture "accolte" attraverso lo ius soli. 

Un’ultima considerazione. La cittadinanza non è un punto di partenza. È piuttosto un punto di arrivo, il punto di approdo maturo di una comunità civile che condivide e sostiene un patto sociale che riposi sulla legge. La nostra disponibilità quali cittadini italiani al riconoscimento della diversità culturale – e del suo diritto-dovere a confermarsi anche tra noi in forma di cittadinanza nel quadro dei fenomeni multiculturali delle migrazioni di massa prodotte da fattori geopolitici che sovente sfuggono ad una retta comprensione –  non può più esser manifestata in maniera  asimmetrica  dai soggetti istituzionali più disparati, magari  con il capzioso obiettivo di mettere la società italiana di fronte al fatto compiuto. Le guarentigie che lo status di cittadinanza attribuisce alle comunità musulmane piuttosto che indiane o cinesi o pakistane, debbono cominciare a porre  la questione della “internazionalizzazione” dei diritti umani, delle libertà civili e politiche anche in seno ai processi di riconoscimento dello status di cittadinanza come in ogni serio atto pattizio. Siamo membri della UE, e la UE prevede una forma di cittadinanza europea che ad oggi assume rilievo puramente formale o programmatico: in buona sostanza i criteri di definizione dello status di cittadinanza rientrano invece ancora nella esclusiva pertinenza del diritto interno degli Stati sovrani. Purtuttavia la UE ripone nell’aquis communautaire, nei parametri di Copenaghen che presuppongono lo stato di diritto e la democrazia le condizioni irrinunciabili ai fini dell’ingresso nella UE di uno Stato. 

Appare opportuno se non irrinunciabile definire obblighi e vincoli per le controparti istituzionali, Paesi membri della UE e Stati extra UE nell’assegnare corresponsabilità a più soggetti al fine di promuovere canali legislativi che riconoscano nella bilateralità e reciprocità in materia di diritti fondamentali e libertà della persona il presupposto per uno sviluppo il più pacifico di flussi migratori che nutrono le aspettative di cittadinanza.: ciò che dovrebbe essere chiaro – e la riforma dello ius soli ignora del tutto codesto assunto – è che nel nostro Stato come in ogni Stato europeo il valore in assoluto basilare ed irrinunciabile è dato dalla libertà dell’individuo. 

Il cittadino immigrato che aspira alla cittadinanza italiana dovrebbe introiettare sin dall’inizio il concetto di libertà individuale basata sul reciproco rispetto dei pilastri normativi dati dalla Carta dei Diritti dell’Uomo, e non già relativizzare tali elementi, in quanto i destinatari con cui ci confrontiamo nella definizione ed attribuzione dello ius soli sono sovente ed esattamente controparti-civiltà e non già singoli individui, che non conoscono, praticano e rispettano il modello dello stato di diritto o della rule of law così come qualificato in Occidente. 

Non vi è dubbio che lo Stato nazionale come abbiamo imparato a conoscerlo nel XX secolo – basato sui concetti di popolo, territorio e sovranità -  presenti un'immagine problematica con più ombre che luci, ma appare poco lungimirante portarlo sul banco degli accusati in nome della sua inadeguatezza a far fronte alle sfide della globalizzazione: infatti qualunque organizzazione politico-giuridica tollera un certo grado di eterogeneità e conflittualità sociale a condizione che il pluralismo si mantenga entro limiti culturali determinati e condivisi. che lo ius soli rischia di ignorare o comunque non adeguatamente promuovere e tutelare. La concessione della cittadinanza dovrebbe mirare ad una “polifonia “ dei valori, e non già al caos istituzionalizzato.

 

galantiniLuca Galantini

professore aggregato di storia del diritto medievale e moderno

Università Europea di Roma

docente di regimi internazionali

Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali - Milano