La finanza difensiva - G. Marciante

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finanzadifensivaLe recenti vicende delle quattro Banche “salvate” (loro sì) e soprattutto alcuni commenti si prestano ad un parallelismo preoccupante. Certamente inopportuno affermare che i risparmiatori fossero adeguatamente informati, con quanto se ne vorrebbe derivare. E’ fuori questione che in ogni rapporto fra due (o più) soggetti, la parità sia praticamente impensabile. Uno dei due, in relazione all’oggetto del rapporto, è pressoché inevitabilmente più esperto dell’altro, più preparato e, dunque, più forte. Dal che deriva la necessità di una fiducia della parte meno informata (e, quindi, più debole) nell’altra. Non meno che il giusto, civile e doveroso impegno della controparte (più forte) per la tutela di questa indispensabile fiducia. Si è cercato, per molte vie, di regolare questa “ineluttabile disparità”.

Il “rimedio” più diffuso e recente poggia su una convinzione, almeno apparente. Sulla convinzione che un corso accelerato di conoscenze (peraltro tenuto dalla parte più forte perché professionalmente dotata) possa supplire alla sostanziale disparità; e quindi alla conseguente debolezza dell’altra parte. La realtà, ancora una volta, dimostra quanto ciò sia - di fatto -  puramente illusorio. La constatazione che eventi disastrosi come questo accadano per fortuna raramente, non significa affatto che sia stato raggiunto l’obbiettivo della reale effettiva e tranquillizzante parità. E’ che, di solito, “le cose vanno bene”; e dunque “il problema non si pone”.

Quanto accaduto per le Banche, e specialmente alcuni commenti (chiaramente di parte) fanno venire in mente quanto è accaduto (e accade) nel campo della Medicina, con il cosiddetto “consenso informato”. Infatti, l’abissale, incolmabile differenza fra il medico (il chirurgo specialmente) ed il normale paziente viene farisaicamente colmato da una serie di doverose spiegazioni cliniche e prognostiche, avvalorate, anzi e soprattutto, documentate, da un carteggio di lettura estremamente ardua (anche per la forma più o meno sintetica, ma tecnica) e dalla conclusiva indispensabile sottoscrizione di un assunto irrealistico:  “Mi è stato adeguatamente spiegato, ho perfettamente capito e quindi acconsento”.

Non diversamente accade in campo farmaceutico, nel quale ogni prodotto (anche il più innocuo) viene accompagnato dal ben noto “bugiardino” nel quale vengono descritte (per non dire minacciate) conseguenze anche mortali come possibili effetti indesiderati. In realtà, si tratta di una sorta di consuetudine intesa non tanto ad informare (o terrorizzare) l’utente quanto a tenere indenne il produttore, il medico il somministratore e quant’altri sempre ed in ogni caso. Comunque, a tentare di invertire l’onere della prova in caso di disgraziato evento. A pensarci, non diversamente accade nei rapporti finanziari. Il consulente finanziario, il direttore, il funzionario addetto è inevitabilmente più preparato del – normale - cliente. Specialmente in un settore, o meglio in una vera e propria scienza, quale è ormai la finanza, anche quella di modesto livello. Che, per chi ne subisce le conseguenze, tanto trascurabile non è. Di regola il più dotto è – o dovrebbe essere - almeno disinteressato; ma i recenti fatti dimostrerebbero il contrario. Il fatto è che alla fine del panegirico amichevole-finanziario viene richiesta la firma (anzi una serie notevole di firme) di codici e codicilli, il cui tenore sostanziale è il seguente: mi è stato spiegato tutto, ho capito perfettamente tutto, sono giudicato (da controparte) adeguatamente “preparato” e quindi  promosso: ergo ho responsabilmente deciso. E, quindi, se capita qualcosa di storto imputet sibi. In ogni caso, non è colpa del consulente.

Traendo lo spunto dal paragone con la “responsabilità medica” vale la pena di citare un passo della ben nota sentenza Volterrani (26446/2002) della Suprema Corte di Cassazione. In un caso di colpa medica (la S. Corte finiva per assolvere) l’ammirevole sentenza recita: ”La diffusa e crescente enfatizzazione in chiave giuridica di questa condizione, che fino a poco tempo fa trovava l’unica disciplina nel codice di deontologia medica (o finanziaria n.d.t.) l’ha trasformata da strumento di alleanza terapeutica tra medico e paziente teso al soddisfacimento dell’interesse comune  di ottenere dalla cura il miglior risultato possibile, in fattore di elevata conflittualità giudiziaria, indotta dalla sempre maggiore diffidenza dei cittadini verso le strutture sanitaria e verso coloro che vi lavorano, cui si contrappone l’inquietante fenomeno della medicina difensiva, di cui è, tra l’altro, espressione comune l’ansiosa ricerca in tutti i nosocomi, pubblici e privati, di adesioni modulistiche sottoscritte dai pazienti nell’erronea supposizione di una loro totale attitudine esimente”.

Aggiungere parola sarebbe praticamente sacrilego. Basta sostituire alla figura del medico quella del consulente finanziario (o assimilabile) ed al paziente il cliente (che “paziente” rischia di diventare). Come dire, a modesto avviso di chi scrive, che quanto più si evidenzia la “informazione” del cliente quale micidiale argomento per non risarcirlo o tenerlo indenne, tanto più si corre pericolosamente verso l’analogo fenomeno dianzi descritto. Ossia, una stravagante e pericolosissima “finanza difensiva” attuata mediante discorsi fra sordi (o quasi) tuttavia documentati da una modulistica tesa a salvare non il danneggiato ma il possibile autore o (coautore) del danno.

In realtà, la situazione sembra già essere sostanzialmente questa. E questo non è certo il modo giusto per risolvere il problema di fondo, ossia il corretto e civile equilibrio – reale e non farisaicamente formale -  fra il forte ed il necessariamente più debole.


marcianteGiuseppe Marciante

già Consigliere di Corte d'Appello di Torino